Oltre Morricone, musicisti italiani per cinema e tv


di Giovanni Longo

2 Mag 2022 - Approfondimenti cinema, Approfondimenti live

Non solo Morricone. Breve viaggio tra i principali artefici del connubio tra musica, storie e immagini nel cinema e nella tv in Italia.

Io penso che, quando fra cento, duecento anni, 
vorranno capire com’eravamo, è proprio grazie
alla musica da film che lo scopriranno.
(Ennio Morricone)

UNA IMMENSA EREDITÀ ARTISTICA

Il recente Ennio, il documentario con il quale Giuseppe Tornatore ha reso omaggio a Ennio Morricone (1928-2020) e che è stato salutato con un consenso pressocché unanime da pubblico e critica ha avuto il merito, al di là dell’omaggio alla singola figura, di riportare all’attenzione del grande pubblico una straordinaria stagione creativa in Italia in quell’arte complessa e affascinante che è la musica applicata. Il lavoro di Tornatore non ha raccontato infatti che un capitolo, per quanto tra i più significativi, di quella storia. Morricone, in effetti, è soltanto l’esponente di maggior fama di un’irripetibile generazione di musicisti che, grazie all’incrocio con un’eguale, irripetibile genìa di registi, autori e interpreti ha dato vita, in special modo negli anni Sessanta e Settanta del Novecento, a una temperie artistica ricca di suggestioni, che ha accompagnato una vera e propria esplosione del mercato cinematografico e il contemporaneo affermarsi di un nuovo mezzo di comunicazione, la televisione. Numerosissime le personalità che vi hanno contribuito. Una produzione quantitativamente sterminata e stilisticamente e qualitativamente eterogenea, della quale si vuol tentare almeno di isolare alcuni frammenti, tra i più significativi.

Nino Rota

I MOSTRI SACRI

Non vi è dubbio che una manciata di compositori, “capitanata” proprio dal Morricone, abbia monopolizzato in Italia, soprattutto nei due decenni sopra menzionati, la scena della musica per il cinema, finendo col costituirne una sorta di aristocrazia. I nomi in questione sono quelli di Nino Rota, Piero Piccioni, Armando Trovajoli, Carlo Rustichelli e Riz Ortolani. Sono figure – in special modo quelle di Piccioni, Trovajoli e Rustichelli – legate anche e soprattutto al sorgere e all’impetuoso svilupparsi della Commedia all’italiana, periodo del nostro cinema che, conclusa la stagione del Neorealismo, ha cominciato a raccontare un Paese e un popolo che stavano diventando qualcosa di profondamente diverso e assai più complesso rispetto al recente passato.

Si tratta, per tutti costoro, di biografie artistiche ampiamente note al grande pubblico, sia per i titoli sia per i nomi coinvolti. Un repertorio assurto oramai a grande classico. Nei primi anni Cinquanta si afferma il fenomeno Federico Fellini, personalità dalle caratteristiche uniche nel nostro cinema. Compagno di viaggio sul versante musicale ne sarà Nino Rota (1911-1979), le cui note faranno da ideale contrappunto a uno stile narrativo che diverrà vieppiù onirico e surreale, “felliniano, appunto. Un sodalizio lungo quasi trent’anni, da Lo sceicco bianco del 1952, a Prova d’orchestra, 1979. Fra le migliori partiture con le quali Rota ha accompagnato le “visioni” di Fellini figurano quelle per il carosello finale di 8½ (1963) e di Amarcord (1973).

Rota, entrato nell’ambiente del cinema già nel periodo prebellico lavorerà, tra gli altri, anche con Luchino Visconti (Le notti bianche 1957, Rocco e i suoi fratelli 1960, Il Gattopardo 1963) e con l’americano Francis Ford Coppola, per Il Padrino (1972) e Il Padrino Parte II (1974). Con Il Padrino otterrà una “nomination” al Premio Oscar del 1973 per la migliore colonna sonora, che verrà revocata una volta scoperta la non originalità di parte di essa (già utilizzata nel 1958 per Fortunella di Eduardo De Filippo). Il Maestro milanese riuscirà comunque ad aggiudicarsi l’ambita statuetta nel 1975, seppure in condivisione con Carmine Coppola padre del regista – per le musiche del secondo capitolo della saga della famiglia Corleone.

Sodalizio altrettanto se non più forte di quello tra Fellini e Rota lega Piero Piccioni (1921-2004) ad Alberto Sordi, in moltissimi dei film diretti e interpretati dal rappresentante più famoso della Commedia all’italiana. Una vena ironico-scanzonata è la cifra stilistica dell’apporto di Piccioni alle storie con protagonista Sordi, come si dimostra esemplarmente ne LaMarcia di Esculapio (in Il medico della mutua di Luigi Zampa, 1968) e in O Rugido do Leao, tema principale di Finché c’è guerra c’è speranza, regia dello stesso Sordi, del 1974, utilizzato poi anche come sigla di Storia di un italiano, interessante antologia dei personaggi interpretati dall’attore romano, che la RAI propose per qualche anno, a partire dal 1979.

Detto della collaborazione con Lina Wertmüller (tra gli altri, Mimì Metallurgico ferito nell’onore, 1972 e Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto, 1974) Piccioni, che fu tra le altre cose cultore del miglior jazz con esperienze oltreoceano (ebbe modo di esibirsi anche con Charlie Parker) si cimentò pure, dimostrando eccellente versatilità, nel cinema politico e di impegno civile dunque in contesti narrativi tutt’affatto diversi – di Francesco Rosi (Salvatore Giuliano del 1961, Le mani sulla città del 1963, Il caso Mattei del 1972, Cristo si è fermato a Eboli, 1979).

Condivise con Piccioni la passione per il jazz Armando Trovajoli (1917-2013),spirito eclettico che firmò grandi successi nella musica leggera, nella commedia musicale (Rugantino,1962, Aggiungi un posto a tavola, 1974) al cinema e in televisione. Talune collaborazioni con Dino Risi (I mostri 1963, Operazione San Gennaro 1966, Straziami ma di baci saziami 1967), Ettore Scola (Riusciranno i nostri eroi…, 1968, Dramma della gelosia. Tutti i particolari in cronaca 1970, C’eravamo tanti amati 1974) e Vittorio De Sica (Matrimonio all’italiana 1964) iscrivono a pieno titolo il suo contributo nella tradizione della migliore Commedia all’italiana. La ciociara (V. De Sica, 1960), Profumo di Donna, (D. Risi 1974), Una giornata particolare, (E. Scola, 1977), sono, invece, alcune delle sue migliori prove nel genere drammatico. Nei lavori per la televisione lascia il segno soprattutto nell’ottimo Ligabue di Salvatore Nocita, 1977, con atmosfere insieme inquietanti e malinconiche capaci di raccontare in maniera toccante la tragica alienazione del pittore “naÏf” protagonista.

Particolarmente congeniale allo stile di due maestri della satira sociale e dell’umorismo più mordace come Pietro Germi e Mario Monicelli, l’arte musicale di Carlo Rustichelli (1916-2004) ebbe modo di esprimersi al meglio in pellicole come Divorzio all’italiana 1961, Sedotta e abbandonata 1964 (Pietro Germi), L’Armata Brancaleone 1966 e Amici miei 1975 (Mario Monicelli).

Sua anche la colonna sonora di uno degli ultimi film di Billy Wilder, la commedia sentimentale Cosa è successo tra tuo padre e mia madre, del 1972. Rustichelli seppe dimostrarsi interprete sensibile anche nel genere drammatico, come ne I sette fratelli Cervi, di Gianni Puccini 1969 e Detenuto in attesa di giudizio, di Nanny Loy., 1971. Memorabile il commento sonoro per lo sceneggiato TV L’Odissea di Franco Rossi, 1968, nel quale rese efficacemente misteri e suggestioni del racconto mitologico.

Di Riz(iero) Ortolani (1926-2014) rimangono pagine di terso lirismo, come nel caso di Ti guarderò nel cuore, scritta con Nino Oliviero (composta, in singolare contrasto, per il truculento documentario Mondo Cane di G. Jacopetti, P. Cavara e F. Prosperi del 1962)

e di Fratello Sole Sorella Luna di Franco Zeffirelli, 1972. Suo è anche il bel commento a Il sorpasso di Dino Risi, 1962, “classicissimo” della Commedia all’italiana. Lungo fu il sodalizio con Pupi Avati (tra gli altri, Una gita scolastica, 1983 Festa di Laurea,1985 Regalo di Natale 1986). In televisione, tra i suoi lavori migliori figurano quelli per il giallo Ritratto di donna velata, di Flaminio Bollini, 1975, per la prima serie de La Piovra, di Damiano Damiani, 1984, e per il “kolossal” Cristoforo Colombo di Alberto Lattuada,1985.

ALTRI PROTAGONISTI

Più o meno negli stessi anni molti altri compositori di vaglia hanno percorso un itinerario artistico di qualità spesso non inferiore di quelli sopra menzionati, pur non godendo della stessa popolarità.

Fiorenzo Carpi (1918-1997) è molto noto tra gli appassionati di teatro per essere stato uno dei più importanti compositori di musica di scena (numerosissime le collaborazioni per gli spettacoli di Giorgio Strehler). Al cinema lavorò soprattutto con Luigi Comencini – tra gli altri, Incompreso, 1966, Infanzia, vocazione e prime esperienze di Giacomo Casanova, veneziano, 1969, L’ingorgo, 1979. Ancora di Comencini è la trasposizione televisiva della più famosa opera italiana della letteratura per ragazzi, Le Avventure di Pinocchio (1972), pietra miliare della storia della TV nazionale, cui Carpi regalò una musica che ascoltata ancor oggi, a mezzo secolo di distanza, emoziona per grazia e leggerezza.

Peculiari talune vicende biografiche e artistiche di Luis Enrique Bacalov (1933-2017). Nato nei pressi di Buenos Aires, si trasferisce in Europa dalla fine degli anni Cinquanta, dapprima a Parigi, quindi, stabilmente, in Italia, ove lavora, tra l’altro, come compositore e arrangiatore nei ranghi della RCA Italiana, divenendone presto uno tra i più apprezzati, insieme allo stesso Morricone. In parallelo comincia a lavorare per il cinema, tra gli altri con Pier Paolo Pasolini per una collaborazione ne Il Vangelo secondo Matteo (1964) con Elio Petri (A ciascuno il suo, 1967), con Federico Fellini, per il quale musica il primo film dopo la morte di Nino Rota (La città delle Donne, 1980), con Francesco Rosi, (La tregua, 1997). La colonna sonora de Il Postino (1994), diretto da Michael Radford (l’ultima apparizione di Massimo Troisi) viene premiata nel 1996 con l’Oscar ma sarà all’origine di una dolorosa vicenda giudiziaria che accompagnerà Bacalov fino agli ultimi anni di vita. Sergio Endrigo, (vecchia conoscenza dei tempi della RCA) intenterà infatti una causa per plagio, in base alla somiglianza del tema principale de Il Postino con quellodi una sua canzone del 1974, Nelle mie notti. Nel 2013 si giungerà a una transazione in base alla quale Bacalov riconoscerà la co-paternità del tema a Endrigo e ai coautori Riccardo Del Turco e Paolo Margheri.

Non solo musicista ma uomo di vasta e profonda cultura, intellettuale a tutto tondo fu Roman Vlad (1919-2013), di origine romena, trasferitosi in Italia prima della guerra. Oltre che nella commedia (tra le altre pellicole, Domenica d’agosto, 1950, Parigi è sempre Parigi, 1951, entrambe di Luciano Emmer) da ricordare sono i suoi lavori su soggetti di derivazione letteraria, artistica e musicale. In particolare, per il cinema, Giulietta e Romeo, di Renato Castellani 1954 e Il giovane Toscanini di Franco Zeffirelli 1988. Per la TV La vita di Leonardo da Vinci, 1971, e Verdi, del 1982, entrambi di Renato Castellani. Importanti i suoi contributi alla musicologia fu studioso e profondo conoscitore di Igor Stravinskij – e alla divulgazione, anche televisiva, della grande musica (curò, tra l’altro Specchio Sonoro, 1964, programma diapprofondimento sull’opera difamosi compositori del Novecento). Un corpus di opere, in definitiva, di sicuro valore.

Lelio Luttazzi (1923-2010), indimenticato, brillante showman, pianista con grande conoscenza del jazz, si mise in luce già dai primi anni della RAI, ove collaborò tra gli altri con Gorni Kramer e divenne negli anni Sessanta uno dei volti più noti del varietà (Studio Uno, Doppia Coppia, Ieri e oggi). Tra i suoi lavori per il cinema Totò lascia o raddoppia, Totò Peppino e la malafemmina, entrambi di Camillo Mastrocinque, 1956, Gambe d’oro di Turi Vasile, 1958,

Risate di gioia, di Mario Monicelli, 1960, Di che segno sei?, di Sergio Corbucci, 1975.

Più conosciuto in quanto importante figura della storia della musica leggera e della televisione italiane (fu tra l’altro assiduo collaboratore di Antonello Falqui, “demiurgo” del varietà televisivo italiano e di Mina, per la quale firmò successi come Parole, parole e Non gioco più) – Gianni Ferrio (1924-2013) lavorò assiduamente anche per il cinema. Nella sua filmografia si possono segnalare diversi film con protagonista Totò, (tra cui Signori si nasce, 1959 e Totò, Fabrizi e i giovani d’oggi, 1960, entrambi di Mario Mattoli, I due colonnelli, di Steno, del 1963) e I fidanzati, di Ermanno Olmi, 1963. Non si risparmiò una “spruzzatina” di cinema di genere (tra gli altri, La morte accarezza a mezzanotte, di Luciano Ercoli, 1972, Milano… difendersi o morire, di Gianni Martucci, 1976, La compagna di banco, di Mariano Laurenti, 1977).

Precocissimi gli esordi di Manuel De Sica (1949-2014), in ciò giovandosi degli stimoli provenienti dall’arte del padre Vittorio, per il quale scrisse le musiche degli ultimi film. Particolare menzione meritano quelle per Il giardino dei Finzi Contini, del 1970, esemplari di uno stile intimista e malinconico che ricorre spesso nella sua pur eterogenea produzione, come in Al lupo al lupo, di Carlo Verdone, 1992. Suggestioni presenti anche nel commento sonoro per Cuore, serie televisiva del 1984 di Luigi Comencini, dal libro di Edmondo de Amicis.

La biografia artistica di Giancarlo Chiaramello (1939-) è ricca di esperienze, dalla musica leggera – come compositore e arrangiatore –, al teatro, dove lavora a fianco di registi quali Luigi Squarzina, Maurizio Scaparro e Luca Ronconi (sodalizio quest’ultimo che comprende anche la trasposizione televisiva dell’Orlando Furioso nel 1975) fino al cinema, dove si segnalano tra le altre, la collaborazione con Carlo Lizzani (Crazy Joe, 1973), e soprattutto, la colonna sonora del film più duro e amaro di Mario Monicelli, Un borghese piccolo piccolo, del 1977, il lavoro più conosciuto di Chiaramello, le cui musiche qui emozionano, al pari della storia, per il loro incedere tragico e disperato.

Al successo di Profondo Rosso, del 1972, capolavoro di Dario Argento e film icona della storia dell’”horror” non soltanto italiano, concorse un’eccellente colonna sonora, artefici il grande jazzista Giorgio Gaslini (1929-2014) e il gruppo progressive rock dei Goblin, il cui esponente più famoso è Claudio Simonetti (1952-). Gaslini,musicista dalla biografia artistica in cui il mondo della celluloide riveste soltanto una piccola parte, ha lavorato tra gli altri con Michelangelo Antonioni (La Notte,1961) e Nelo Risi (La colonna infame, 1973). Simonetti, dal canto suo, è divenuto in seguito tra i più ricercati specialisti del genere “horror” (Demoni, di Lamberto Bava, 1985, Il camping del terrore, di Ruggero Deodato, 1987, Il cartaio, di Dario Argento, del 2004).

Recentemente scomparso, Amedeo Tommasi (1935-2021), importante esponente del pianismo jazz italiano, ebbe modo di incrociare il proprio percorso anche con personalità del calibro di Chet Baker. Lavorò fruttuosamente pure nella musica leggera come arrangiatore all’interno, ça va sans dire, di quel grande gruppo di talenti che si ritrovò sotto le insegne della RCA Italiana, collaborando, tra gli altri con Gianni Morandi e Rita Pavone. Naturale lo sbocco al cinema sul finire degli anni Sessanta. Fu collaboratore fisso nella prima fase della carriera di Pupi Avati, quella in cui il regista bolognese si dedicò a una sorta di “crossover” tra grottesco, “horror” e “thriller” (Balsamus, l’uomo di Satana, 1968, Thomas e gli indemoniati, 1970, La casa delle finestre che ridono, 1976) ma anche a commedie come La mazurka del barone, della santa e del fico fiorone, del 1975. Del prosieguo dei lavori per il cinema di Tommasi va ricordata la collaborazione con Ennio Morricone, prima fra tutte quella per La leggenda del pianista sull’oceano, di Giuseppe Tornatore, 1998.

Sebbene si sia misurato con generi diversi, sono il cinema d’autore e politicamente impegnato da un lato, e il documentario storico dall’altro la nota distintiva della filmografia di Benedetto Ghiglia (1921-2012), nella quale spiccano Porcile, di Pier Paolo Pasolini 1969, San Michele aveva un gallo, di Paolo e Vittorio Taviani 1972, FIAT-Nam, di Ettore Scola 1973, I seicento giorni di Salò, 1991 e Succede un quarantotto, 1993, entrambi di Emanuele Valerio Marino e Nicola Caracciolo, del 1991. Ha anche curato, per la RAI, le musiche originali de La Grande Storia.

Detto Mariano (all’anagrafe Mariano Detto 1937-2010) nel ruolo di autore e arrangiatore di musica leggera collaborò tra gli altri con Lucio Battisti e Adriano Celentano. Il sodalizio con quest’ultimo si estese anche al cinema, con la collaborazione a Yuppi Du (1975) e con la composizione di altre colonne sonore di pellicole con protagonista il “molleggiato” (Il bisbetico domato, 1980, Asso, 1981, Il burbero, 1986, tutte di Castellano e Pipolo). Ma sono soprattutto Ratataplan, 1979, dell’esordiente Maurizio Nichetti e Amore tossico, di Claudio Calegari del 1983a impreziosire il suo curriculum.

MAESTRI DIMENTICATI

Diverse nella storia della musica applicata in Italia le figure ormai quasi cadute in oblio, alcune delle quali coinvolte in opere di indiscutibile valore artistico e culturale.

Tra coloro che avevano iniziato la loro attività già prima della guerra, si può ricordare anzitutto Renzo Rossellini (1908-1982) Autore delle musiche di diverse pellicole del Neorealismo, in primis Roma città aperta, del 1945, del fratello Roberto, del quale musicò tra l’altro anche Dov’è la libertà? 1953 e Il Generale della Rovere, 1959), collaborò anche con Dino Risi (Il segno di Venere, 1955), e Luigi Zampa (Il magistrato, 1959).

Il nome di Pippo Barzizza (1902-1994), grande direttore d’orchestra, uno dei pionieri del jazz in Italia, è legato in special modo a diversi film con protagonista Totò (come Fifa e arena, 1948, Un turco napoletano, 1953, Miseria e Nobiltà 1954, Il medico dei pazzi, 1954, tutti di Mario Mattoli, Totò all’inferno, 1954, di Camillo Mastrocinque).

La partitura scritta da Mario Nascimbene (1913-2002) per Roma ore 11, del 1952, diretto da Giuseppe De Santis e basato su un fatto di cronaca avvenuto l’anno prima nella capitale, si segnala anche per alcuni espressivi inserti di suoni ambientali, come il ticchettio di una macchina da scrivere; uno dei primi esempi in Italia di utilizzo di “musica concreta” in una colonna sonora, uno strumento di arricchimento del linguaggio musicale che avrà dei seguiti importanti nel cinema italiano (si pensi all’uso che ne farà Ennio Morricone, in particolare in alcuni western di Sergio Leone).

Riguardo alla figura di Nascimbene, che collaborò pure, con Carlo Lizzani (Il processo di Verona, 1962 ) e Valerio Zurlini (tra gli altri, Un’estate violenta, 1959) e lavorò anche oltreoceano (Addio alle armi, di Charles Vidor, 1957), non si può non ricordare la collaborazione con Roberto Rossellini, nell’ultima fase dell’attività del padre del cinema neorealista allorché il grande regista, dalla metà degli anni Sessanta, credendo fortemente nelle potenzialità del mezzo televisivo, si impegnò in un ambizioso progetto divulgativo-enciclopedico, che portò alla realizzazione di documentari e opere di finzione di argomento storico, filosofico e religioso, nelle sue intenzioni una “summa” del sapere umanistico occidentale. Nascimbene si occupò della colonna sonora di sceneggiati quali Atti degli Apostoli (1969), Socrate (1970), Blaise Pascal (1971), Agostino d’Ippona (1972), Cartesius (1974).

Alessandro Cicognini  (1906-1995).conclusosi  il periodo neorealista del quale aveva musicato capolavori quali Sciuscià, 1946 e Ladri di biciclette, 1948 , Umberto D., 1952, tutti di Vittorio De Sica, lavorò a pellicole prodromiche del periodo d’oro della Commedia all’italiana, quali Guardie e Ladri, 1951 di Mario Monicelli e Steno, Pane, amore e gelosia di Luigi Comencini, 1953, L’oro di Napoli, di Vittorio De Sica, 1954 e firmò le colonne sonore del cosiddetto “ciclo di Don Camillo”, dai racconti di Giovannino Guareschi, che copre il periodo dal 1952 al 1965.

Angelo Francesco Lavagnino (1909-1987), si misurò con diversi generi, dalla commedia (tra gli altri Totò e Carolina, di Mario Monicelli, 1955, Un americano a Roma, di Steno, 1954, Tutti a casa, 1960, di Luigi Comencini) al documentario, (La Muraglia cinese, di Carlo Lizzani, 1958 La grande Olimpiade, di Romolo Marcellini, 1961, Concilio Ecumenico Vaticano II, di Antonio. Petrucci 1963, al Peplum” (Il colosso di Rodi, di Sergio Leone, 1961, Ulisse contro Ercole, di Mario Caiano, 1962 Ercole sfida Sansone, di Pietro Francisci, 1963).

Di pregio le filmografie di altri due grandi compositori come Giovanni Fusco (1906-1968) ed Egisto Macchi (1928-1992). Fusco va ricordato in special modo per le collaborazioni nel cinema d’autore con registi quali Michelangelo Antonioni (tra gli altri, Cronaca di un amore, 1950, L’eclisse, 1962, L’avventura, 1960) e Francesco “Citto” Maselli (Gli sbandati, 1955, I delfini, 1960, Gli indifferenti, 1964). Egisto Macchi collaborò con grandi registi nel genere storico-politico come Florestano Vancini (Bronte, cronaca di un massacro che i libri di storia non hanno mai raccontato, 1971, Il delitto Matteotti, 1973, Antonio GramsciI giorni del carcere, 1977) e drammatico (Padre Padrone, di Paolo e Vittorio Taviani, 1977).

Personaggio di rilievo nell’ambiente musicale in qualità di pianista, compositore e direttore d’orchestra, creatore di un significativo repertorio sinfonico e lirico, Franco Mannino (1924-2005)al cinema lavorò, tra gli altri, con Mario Soldati (La provinciale, 1953), Luigi Zampa (La Romana, 1954), Mauro Bolognini (Madamigella di Maupin, 1966) ma il suo principale sodalizio artistico è quello con Luchino Visconti. Qui la vasta cultura musicale di Mannino venne incontro con squisita eleganza formale alla sensibilità e alla raffinata cultura del grande regista lombardo, sia nella creazione di partiture originali (come in Gruppo di famiglia in un interno, del 1974 e ne L’innocente, 1976) sia nella selezione e direzione di materiale di repertorio di compositori particolarmente amati da Visconti, in primis Gustav Mahler (come in Morte a Venezia, 1971).

Interessante la personalità artistica di Teo Usuelli (1920-2009), la cui vena incline allo sperimentalismo fu in perfetta sintonia soprattutto con le storie dai contenuti e dalle atmosfere grottesche e spiazzanti dei film di Marco Ferreri (tra gli altri, La donna scimmia,1964, Dilinger è morto, 1968),

e connotò con la sua originalità lavori come Il fischio al naso, 1967, diretto e interpretato da Ugo Tognazzi e Alla Ricerca del piacere, di Silvio Amadio, 1972.

DIRETTORI E COMPOSITORI

Un altro capitolo riguarda alcuni di quei musicisti che, pur rivestendo con maggior frequenza il ruolo di direttori dell’esecuzione di colonne sonore scritte da colleghi il più delle volte più conosciuti di loro, si sono anch’essi prodotti nella vera e propria composizione di musica per film.

Tra le direzioni più prestigiose di Carlo Savina (1919-2002), che tra i suoi collaboratori ebbe anche un Ennio Morricone agli inizi della carriera, figurano quella delle musiche di Miklós Rózsa per Ben Hur, di William Wyler, 1959 e di Nino Rota per Il Padrino, di Francis Ford Coppola, 1972). Amplissimo il repertorio come compositore. Si possono ricordare: Totò cerca pace di Mario Mattoli, 1954, Il moralista, di Giorgio Bianchi, 1959 Una vita difficile, di Dino Risi, 1961, L’uomo che ride, di Sergio Corbucci, 1966.

Bruno Nicolai (1926-1991), è noto soprattutto per essere stato storico collaboratore di Morricone, del quale diresse decine di partiture (tra cui Per qualche dollaro in più, di Sergio Leone, 1965, Il clan dei siciliani, di Henry Verneuil, 1969, La battaglia di Algeri, 1966 e Queimada, 1969, entrambe di Gillo Pontecorvo,La classe operaia va in paradiso, di Elio Petri, 1971). Tra le sue realizzazioni personali, il coinvolgente tema di Gatti rossi in un labirinto di vetro, di Umberto Lenzi, 1974,

e ancora Tutti i colori del buio, di Sergio Martino, 1972, Cammina Cammina, di Ermanno Olmi, 1983).

Di Gianfranco Plenizio (1941-2017), che vanta un curriculum di prim’ordine nella direzione (si ricordano quelle per Carlo Rustichelli in Alfredo Alfredo di Pietro Germi, 1972, e Amici Miei di Mario Monicelli,1975, per Piero Piccioni in Cristo si è fermato a Eboli, di Francesco Rosi, 1979, per Luis Bacalov ne La città delle donne, di Federico Fellini, 1980 spicca, tra i lavori nelle vesti di compositore E la nave va, 1983, ancora di Federico Fellini

CANTANTI E COMPOSITORI

Taluni tra i migliori e più noti esponenti del “cantautorato” e in generale della canzone degli anni Sessanta-Settanta si sono cimentati anche nella composizione di colonne sonore.

Fred Bongusto, (1935-2019) grande “crooner” della canzone italiana, apportò nei suoi migliori lavori per il cinema le suggestioni di uno stile accattivante ma non banale, specie in pellicole come Venga a prendere il caffè da noi, 1970, di Alberto Lattuada –regista con il quale trovò particolare affinità –e Malizia, di Salvatore Samperi, 1973.

La produzione nelle vesti di compositore di colonne sonore  di Nico Fidenco, al secolo Domenico Colarossi (1933 -) notissimo interprete di successi della musica leggera come Legata a un granello di sabbia o Con te sulla spiaggia – al cinema fu fagocitata dal cinema di genere, in specie quello degli “spaghetti-western” ( All’ombra di una colt, 1965, di Giovanni Grimaldi, Uno in più all’inferno, 1968 di Giovanni Fago), della commedia erotica (La pretora, 1976, di Lucio Fulci ) o  erotico tout court, in particolare in alcune pellicole dello specialista Joe D’Amato (Aristide Massaccesi). Agli antipodi si situano i suoi lavori per la televisione. Fidenco si è infatti rivelato autore apprezzato e ricercato in particolare per le serie di animazione (come Chuck il Castoro) o telefilm per ragazzi (è sua la sigla italiana di Diff’rent Strokes, serie nota in Italia con i titoli de Il mio amico Arnold e Harlem contro Manhattan)

Molto ricca la filmografia di Pino Donaggio (1941-) che dopo una lusinghiera carriera di cantante e cantautore (sua è una delle hit degli anni Sessanta, Io che non vivo) ha saputo costruirsi già dagli anni Settanta una buona reputazione, non solo in Italia, di autore per musiche per film, rivelandosi particolarmente versato nell’”horror” e nel “thriller”:  Carrie lo sguardo di Satana, 1976 e Omicidio a luci rosse, entrambi di Brian De Palma, 1984, Piranha, di Joe Dante 1978, Sotto il vestito niente, di Carlo Vanzina,1985, Trauma, di Dario Argento.1993. Il suo curriculumdimostra però un eclettismo non comune, essendosi egli cimentato anche nel cinema di impegno civile di Giuseppe Ferrara (Il caso Moro, 1986, Giovanni Falcone, 1993, Guido che sfidò le Brigate Rosse, 2005, Segreto di Stato, 1995, I banchieri di Dio, 2002), erotico (Così fan tutte,1992, Monella, 1998, e Tra(sgre)dire, 2000, tutti di Tinto Brass), nella commedia (Non ci resta che piangere, di Roberto Benigni e Massimo Troisi , 1984, 7 chili in 7 giorni, di Luca Verdone, 1986) e nel cinema d’autore (Interno Berlinese, di Liliana Cavani, 1985).

TRA CINEMA “DI GENERE” E TV: UN PANORAMA AFFOLLATO

Pur con tutte le approssimazioni e le inesattezze che contraddistinguono le etichette con le quali si suole sintetizzare, nell’espressione artistica, la definizione di certe aree stilistico-tematiche, il cinema italiano, all’incirca dalla metà degli anni Sessanta e fino ai primi Ottanta visse e intensamente – la stagione del cosiddetto “Cinema di genere”. Costi di produzione assai contenuti, ripetitività di situazioni drammaturgiche con ampio utilizzo di violenza e rappresentazione più o meno esplicita di sesso, parodia o nel peggiore dei casi semplice scimmiottamento del cinema d’autore, target di pubblico medio-basso sono alcune delle caratteristiche citate per connotare questa cinematografia. Una schiera piuttosto nutrita di musicisti prestò il proprio talento, anche con esiti spesso non trascurabili artisticamente, a una filmografia non precisamente memorabile, in ambiti e circuiti di minor pregio artistico, meno frequentati dai nomi di punta. Tale produzione, nella quale si fanno convenzionalmente rientrare in special modo il “poliziottesco”, la “commedia sexy”, lo “spaghetti- western”, il “thriller” e l“horror” più truculenti, e che già da subito aveva comunque goduto di evidente riscontro commerciale, da qualche anno a questa parte ha finito col divenire addirittura materia di culto, complice anche l’influenza – e il riferimento è relativo soprattutto al genere “poliziottesco”– esercitata sull’estetica filmica di alcuni registi contemporanei, che ne hanno riscoperto una certa freschezza e capacità d’impatto, in primis Quentin Tarantino, il quale ha spesso popolato i suoi lavori citando situazioni e commenti sonori risalenti a questo particolare periodo della storia del nostro cinema.

Ne fu tra i maggiori protagonisti Piero Umiliani (1926-2001), la cui biografia artistica presenta più di un motivo di interesse. Il suo esordio nel cinema è dei più prestigiosi, essendo l’autore del brioso commento musicale di quella che è considerata da molti storici e critici del cinema la pellicola capostipite della Commedia all’italiana, I soliti ignoti, di Mario Monicelli, 1958,

oltre che del sequel Audace colpo dei soliti ignoti di Nanni Loy, 1959. Il successo personale di Vittorio Gassman ne I soliti ignoti convinse i dirigenti della RAI dell’epoca ad affidare all’attore un programma in cui dispiegare il suo multiforme talento, Il Mattatore, la cui cura musicale venne affidata proprio a Umiliani. Nell’immediato prosieguo della filmografia di Umiliani si segnalano soprattutto Il vigile di Luigi Zampa, 1960, una collaborazione in Accattone di Pier Paolo Pasolini, A cavallo della tigre di Luigi Comencini, A porte chiuse, di Dino Risi, tutti del 1961 e Boccaccio ’70, episodio Renzo e Luciana di Mario Monicelli, 1962. Seguono quindi gli anni in cui la fa da padrone il cinema di genere in diverse decine di pellicole. Alcuni titoli in questo “mare magnum”: La strada per Fort Alamo, di Mario Bava, 1964, Il figlio di Django, di Osvaldo Civirani, 1967, 5 bambole per la luna d’agosto, ancora di Mario Bava, 1970, il documentario Svezia, inferno e paradiso, 1969 e La ragazza dalla pelle di Luna, del 1972, entrambi di Luigi Scattini. La ricca ispirazione di Umiliani beneficerà meritatamente di vari canali di diffusione. In primo luogo, perché, come nel caso di molti colleghi suoi contemporanei, parte di questa produzione, quella più ricca di atmosfere “suadenti” ed esotiche, sarà inserita all’interno di antologie di musica lounge. Ma soprattutto in quanto Umiliani fu tra i più prolifici–anche qui tra i non pochi che vi si cimentarono– nel campo di quella che è stata definita “Library Music”, utilizzata per la sonorizzazione di produzioni audiovisive di vario tipo, dalle sigle dei notiziari, ai documentari, alla pubblicità, un genere che fu fertile terreno di sperimentazione. Nel caso di Umiliani un esempio tra le diverse decine di queste composizioni e tra le più popolari, è Discomania, traccia che la RAI scelse quale sigla finale di 90 ̊Minuto, negli anni compresi tra il 1981 e il 1987.

Stelvio Cipriani (1937-2018) è l’autore della colonna sonora di Anonimo Veneziano di Enrico Maria Salerno, 1968, dramma sentimentale interpretato da Tony Musante e Florinda Bolkan. Fu un grande successo  commerciale e una  partitura che rappresenta – insieme a quella scritta per il giallo televisivo Dov’è Anna, 1976 di Piero Schivazappa – l’apice di una carriera, per il resto contrassegnata soprattutto dallo spaghetti-western, dalla commedia erotica, e dal poliziottesco, e dall’”horror”( Un uomo, un cavallo, una pistola di Luigi Vanzi, 1967 Squadra volante di Stelvio Massi, 1974, La Polizia ha le mani legate ,  di Luciano Ercoli, 1975Torino Violenta , di Carlo Ausino, 1977) Reazione a catena, 1971, Gli orrori de castello di Norimberga , 1972, entrambi di Mario Bava).

Il nome di Franco Micalizzi (1937-) è legato soprattutto allo struggente tema di L’ultima neve di primavera, di Raimondo Del Balzo, 1973) e al brano Trinity, dalla colonna sonora di Lo chiamavano Trinità di E.B. Clucher (Enzo Barboni), 1970, tema la cui orecchiabilità gli ha regalato l’esser divenuto una delle più diffuse suonerie per telefonini.

Suggestive le atmosfere sonore create per lo sceneggiato tv giallo Albert e l’uomo nero, di Dino B. Partesano, 1976 I fratelli Guido (1944-) e Maurizio De Angelis (1947-), noti pure come Oliver Onions, esordirono con una pellicola e un autore e interprete di prestigio (Per grazia ricevuta, di e con Nino Manfredi, 1971) ma vengono ricordati soprattutto per le spensierate atmosfere musicali di una serie di lavori adatti anche a un pubblico di ragazzi. Sono titoli che i cultori possono elencare a memoria: tra gli altri, …continuavano a chiamarlo Trinità di E. B. Clucher (Enzo Barboni),1971, …più forte ragazzi, di Giuseppe Colizzi,1972 …altrimenti ci arrabbiamo,  di Marcello Fondato, 1974, tutti interpretati dalla coppia Bud Spencer (Carlo Pedersoli) e Terence Hill (Mario Girotti)

e quelli della serie Piedone, diretta da Steno con protagonista il poliziotto napoletano interpretato da Bud Spencer: (tra gli altri,Piedone lo sbirro, 1973, Piedone a Hong Kong ,1975). Soprattutto quelli con la coppia Spencer-Hill sono lavori che consentirono ai De Angelis di diversificare una filmografia per il resto abbastanza in linea con quella in voga nel periodo. Opere “per famiglie” e con grandissimo seguito di pubblico furono anche quelle per cui lavorarono in televisione: su tutte, lo sceneggiato di Sergio Sollima Sandokan, 1976, tratto dai racconti di Emilio Salgari.

Ubaldo Continiello (1941-2014)compose i commenti sonori dialcune parodie di celebri film, interpretate dal duo Franco Franchi (Francesco Benenato) – Ciccio Ingrassia (I due gattoni a nove code… e mezza ad Amsterdam, di Osvaldo Civirani, 1972, Farfallon, di Riccardo Pazzaglia, 1974) o dal solo Franchi (Ultimo tango a Zagarol, 1973, Ku-Fu? Dalla Sicilia con furore, entrambi di Nando Cicero, 1973, Il giustiziere di mezzogiorno, di Mario Amendola, 1975.) Su tutt’altro versante, Ultimo mondo cannibale, di Ruggero Deodato, del 1977.

I migliori frutti della collaborazione musicale tra i componenti la “squadra” composta da Fabio Frizzi (1951-, Franco Bixio (1950-), e Vince(nzo) Tempera (1946-) sono  anzitutto quel Febbre da cavallo, di Steno, 1976 che, accolto all’uscita senza destare particolare clamore, è stato oggetto di una riscoperta e di un conseguente successo di pubblico che pare ancora lontano dal declinare, e Sette note in nero, di Lucio Fulci, del 1977, il cui commento sonoro ha beneficiato di una citazione in Kill Bill – Volume I di Quentin Tarantino. Frizzi in particolare, si era già fatto apprezzare per la colonna sonora di Fantozzi, di Luciano Salce, del 1975, pellicola iniziatrice di una saga che si radicherà nell’immaginario collettivo di moltissimi italiani, al punto da far guadagnare al creatore e interprete di questa “maschera, Paolo Villaggio, il Leone d’oro alla carriera al Festival del cinema di Venezia, nel 1992.

Si incrocia con alcune delle biografie artistiche qui già accennate quella di Gianni Marchetti (1933-2012), che si avvicina al cinema intorno alla metà degli anni Sessanta, provenendo anch’egli dal mondo della musica leggera (dove si trova a collaborare, tra gli altri, con Nico Fidenco, Bobby Solo e Adriano Celentano).Più che i lavori per il cinema –tra i quali si segnala quello per il misconosciuto Colpo di Stato di Luciano Salce, del 1969– a dare la cifra del Marchetti musicista sensibile e profondo, è piuttosto la collaborazione televisiva con Sergio Zavoli, per il quale compose il commento sonoro di alcune memorabili trasmissioni di approfondimento quali Nascita di una dittatura, del 1971 e La notte della Repubblica, 1989. Soprattutto il tema principale scritto per quest’ultimo programma è di grande suggestione, cupo, inquietante, saturo di tensione e angoscia e sarebbe da solo sufficiente ad assicurare a Marchetti un posto di rilievo nella storia della musica applicata in Italia.

Non molti i lavori per il cinema di Romolo Grano (1929-) (Ça ira, il fiume della rivolta, di Tinto Brass, 1964, Arcana, di Giulio Questi, 1972, in collaborazione con Berto Pisano), numerosi e più noti quelli per la televisione, per la quale ha musicato alcune delle più seguite serie, soprattutto negli anni Settanta nell’ambito del sodalizio con il regista Daniele D’Anza, tra le quali Il segno del comando , 1971, Joe Petrosino, di 1972 e il celeberrimo L’amaro caso della Baronessa di Carini, 1975. Della collaborazione di Grano con Berto Pisano (1928-2002), si ricorda anche quella per il brano A blue Shadow, dalla colonna sonora di Ho incontrato un’ombra, del 1974, altro sceneggiato televisivo di successo, sempre per la regia dello specialista D’Anza. Assai numerosi, a differenza di Grano, i lavori di Pisano per il cinema, tra i migliori la colonna sonora di Interrabang, di Giuliano Biagetti, 1969. Con Piero Umiliani Pisano è uno dei compositori più presenti nelle raccolte di musica “lounge”.

Similmente a Lelio Luttazzi, Enrico Simonetti (1924-1978), padre di Claudio, fu poliedrico uomo di spettacolo, musicista, conduttore televisivo, attore. Lavorò per il cinema (in particolare, in Grazie…nonna, di Franco Martinelli, del 1975, rivestì il duplice ruolo di attore e autore della colonna sonora) ma la sua partitura più famosa – e sicuramente sua miglior prova – è quella scritta per lo sceneggiato televisivo Gamma, di Salvatore Nocita, 1975.

Del tutto peculiare la figura di Marcello Giombini (1928-2003), musicista che seppe far convivere nella sua arte due anime in apparenza inconciliabili. Da un lato fu compositore a suo agio con storie e atmosfere tra le più ardite del cinema di genere, dall’altro, assecondando un non comune afflato religioso, sviluppò, in adesione alle istanze emerse dal Concilio Vaticano II, una personale ricerca in direzione del rinnovamento della musica liturgica, creando in questo campo un vasto repertorio (in cui spicca la Messa dei giovani, 1966) con il quale si proposedi introdurre un senso di gioia e una vivacità mancanti nel canto gregoriano, ciò che lo fece scontrare con il rigore preconciliare di alcuni settori del mondo ecclesiastico. Giombini fu anche tra i primi a intuire le potenzialità espressive della musica elettronica (esemplare in questo senso è l’uso che ne fece ne L’ossessa, di Mario Gariazzo, 1974)

I NUOVI CLASSICI: PIOVANI E PIERSANTI

Nell’attuale panorama italiano della musica per immagini emergono due figure alle quali, per il valore artistico del corpus di opere fin qui prodotto, può esser fatto credito di un’autorevolezza paragonabile a quella che negli anni d’oro è stata appannaggio dei compositori che abbiamo definito “mostri sacri”. Il loro apparire sulla scena della musica per film si situa al favorevole incrocio tra l’inizio della –lenta– curva discendente dell’ispirazione della maggior parte dei grandi e fortunati maestri e l’esaurirsi dell’onda di quel cinema di genere che aveva “intrappolato” molti dei loro colleghi più anziani. Nicola Piovani (1946-) e Franco Piersanti (1950-) hanno insomma acquisito uno status e uno spazio di grande visibilità per l’effetto combinato di un raro talento e di una favorevole congiuntura generazionale.

Piovani, in particolare, è oggi l’autore italiano vivente di colonne sonore più conosciuto al di fuori dei confini nazionali, colui che ha idealmente raccolto il testimone di Ennio Morricone. Un curriculum che lo ha portato a lavorare nel cinema d’autore con registi come Marco Bellocchio (tra l’altro, Sbatti il mostro in prima pagina, Nel nome del Padre, entrambi del 1972, Salto nel vuoto, 1980, Il traditore, 2019), Federico Fellini (Ginger e Fred, 1985, Intervista, 1987, La voce della luna, 1990) i fratelli Paolo e Vittorio Taviani (sempre a titolo esemplificativo, La notte di San Lorenzo, 1982, Kaos, 1984), Nanni Moretti  (La messa è finita, 1985,

Palombella Rossa, 1989, Caro Diario, 1993, La stanza del figlio, 2001), Gianni Amelio (Hammamet, 2019) e ancora con Mario Monicelli (tra gli altri, Il marchese del Grillo, 1981, Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno, 1984, Speriamo che sia femmina, 1986). Già apprezzato da registi stranieri – tra cui lo spagnolo Bigas Luna, con il quale ha costruito un proficuo sodalizio (Prosciutto Prosciutto, 1992; Uova d’oro, 1993, La teta y la luna, 1994) e l’inglese John Irvin (Un mese al lago, 1995) – è stata però la collaborazione con il Roberto Benigni a regalargli la consacrazione internazionale, con il Premio Oscar vinto nel 1999 per La vita è bella. Estremamente prolifico anche all’infuori del cinema, vanno ricordate la sua attività sulla scena teatrale (Vittorio Gassman, Gigi Proietti, Luigi Magni, Pietro Garinei, Luca De Filippo, Vincenzo Cerami tra i nomi più importanti con cui ha collaborato) e da ultimo anche nella musica lirica (Amorosa presenza, 2022). Vanta anche una giovanile collaborazione con Fabrizio De Andrè (Non al denaro, non all’amore, né al cielo, 1971, Storia di un impiegato, 1973).

Altrettanto legata al cinema d’autore, fin dagli esordi, è la filmografia di Franco Piersanti (1950-). Con Io sono un autarchico, del 1976, primo lungometraggio di Nanni Moretti, comincia un sodalizio che prosegue con Ecce Bombo, 1978, Sogni d’oro, 1981, Bianca, 1983 e poi subisce un lungo intervallo, fino a Il caimano, 2006.

La collaborazione proseguirà con Habemus Papam del 2011 e il recente Tre piani (2021). In quell’intervallo Moretti sceglierà, lo si è appena visto, Nicola Piovani. Sono entrambi connubi di grande valore artistico; pur nelle differenze stilistiche Piersanti e Piovani si dimostrano in egual misura particolarmente vicini e congeniali alla sensibilità del regista, mai finora uscito, quanto all’utilizzo di musiche originali, da questa felice coppia di alternative. Altri, forti sodalizi sono quelli che legano Piersanti a Gianni Amelio (tra gli altri, Colpire al cuore, 1982, Il ladro di bambini, 1992, Lamerica, 1994, Le chiavi di casa, 2004, La stella che non c’è, 2006, La tenerezza, 2017) e a Mimmo Calopresti (La seconda volta, 1995, La parola amore esiste, 1998, Preferisco il rumore del mare, 2000, La felicità non costa niente, 2002). Ermanno Olmi (Il segreto del bosco vecchio, 1993), e Margarete Von Trotta (Paura e amore, 1988) sono alcuni tra gli altri registi che popolano la sua filmografia. La sua popolarità presso il grande pubblico si deve però certamente di più alla saga televisiva – oltre 30 episodi dal 1999 – del Commissario Montalbano, tratta dai racconti di Andrea Camilleri, per la regia di Alberto Sironi e, dopo la scomparsa di quest’ultimo, dello stesso attore protagonista Luca Zingaretti.

Franco Piersanti e Nicola Piovani

INVITO A UNA RISCOPERTA

Molte voci, specie le più giovani, del panorama odierno stanno raccontando un’Italia nuova, scrivendo i capitoli di una vicenda artistica per apprezzare la quale occorrerà attendere il giusto distacco temporale. Dal canto loro, Piovani e Piersanti si possono considerare i più diretti eredi di un periodo aureo e per certi versi irripetibile della storia della musica applicata in Italia, quello tra l’inizio degli anni Sessanta e la fine degli anni Settanta, in cui ha imperversato indubbiamente il mainstream dei Morricone, dei Rota, dei Piccioni, dei Trovajoli, dei Rustichelli e degli Ortolani, contesi dai migliori e più famosi registi, ma al tempo stesso si è sviluppato un mondo parallelo, fatto di un cinema complessivamente meno pregevole ma comunque foriero di spunti, “palestra” per fruttuosi sperimentalismi, anche e soprattutto sul versante musicale, al quale si dedicarono molti compositori di assoluto talento. Questa produzione musicale viene oggi riscoperta e gran parte del materiale qui elencato, oggi non così difficilmente reperibile sul mercato, è fatta oggetto di un’attenta rivalutazione. Ma è tutto un mondo, quello della musica applicata, dal più illustre dei compositori all’ultimo degli artigiani, del quale Ennio di Giuseppe Tornatore, è riuscito a far intravvedere anche al grande pubblico la ricchezza dei motivi d’interesse in relazione alla storia e alla cultura italiane.

Tag:, , ,

4 responses

  1. Marco ha detto:

    Chapeau!!! davvero un ottimo lavoro!!!
    Complimenti Giovanni!!!

    1. Giovanni ha detto:

      Grazie mille Marco per aver letto e apprezzato.

  2. Kerman ha detto:

    Bell’articolo ricco di dettagli e di informazioni da cui prendere spunto per ulteriori ricerche personali. Un pezzo di storia del bel cinema italiano che fu…

    1. Giovanni ha detto:

      Grazie Kerman. Era proprio questo l’intento. Invitare alla riscoperta di un periodo, che al momento appare irripetibile, del cinema e della musica applicata in Italia.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.