Nostra intervista a Mariano Bauduin, regista di “Aida” al Petruzzelli di Bari


a cura di Andrea Zepponi

7 Mar 2022 - Commenti classica

Fino al 13 marzo, al Teatro Petruzzelli di Bari, sono in corso le recite dell’opera verdiana Aida, in una nuova produzione. Abbiamo intervistato il regista Mariano Bauduin, alla sua prima Aida.

(Fotografie di Clarissa Lapolla)

Nel 150esimo anniversario del capolavoro verdiano, Mariano Bauduin cura la regia della sua prima Aida, in una nuova produzione della Fondazione Teatro Petruzzelli di Bari con la direzione di Renato Palumbo, al debutto il 5 marzo e in scena fino al 13.

Dopo i recenti successi del Falstaff a Bari e della Traviata al Verdi di Trieste, Bauduin torna al Petruzzelli con Verdi in un allestimento che si articola su diversi piani teatrali, che partono dal rapporto del compositore di Busseto con la religiosità.

Nella regia di Bauduin la connotazione storica diventa contaminazione con la scelta di inserire il contesto egizio all’interno di uno stile napoleonico, “poiché – scrive il regista nelle sue note – credo che in teatro il concetto di tempo debba oramai sganciarsi da una concezione lineare per ritrovare la sua funzione rituale e ciclica”, e lo fa portando il “Tempo” dell’Aida all’epoca della sua realizzazione e messa in scena. La personalissima visione registica risalta anche nell’inserimento di una serie di rituali basati sulle contaminazioni di alcune religioni antiche che, seppure appartenenti ad epoche diverse, hanno al loro interno una serie di “archetipi”comuni e una fortissima chiave di iniziazione e misteriosa trascendenza al divino.

Napoletano, collaboratore del Maestro De Simone per vent’anni, Bauduin ha firmato importantissime regie liriche nei teatri di tutto il mondo, tra cui: Don Giovanni di Mozart (Teatro ABAO di Bilbao), Socrate immaginario di De Simone – Paisiello (Teatro alla Scala), Gianni Schicchi di Puccini (Teatro di San Carlo), Don Pasquale di Donizetti (Teatro di San Carlo), Les vêpres siciliennes di Verdi (Teatro di San Carlo), Turandot di Puccini (Teatro dell’Opera di Roma e Teatro di San Carlo), Il barbiere di Siviglia di Rossini (Teatro di San Carlo – Opera Royal di Muscat), Trilogia Mozart/Da Ponte: Don Giovanni, Le Nozze di Figaro, Così Fan Tutte (Teatro di San Carlo di Napoli – Teatro dell’Opera di Dubai),  Falstaff (Teatro Petruzzelli – Bari), Trovatore (Teatro dell’Opera di Tirana), La Traviata (Teatro Verdi – Trieste), Il Flauto Magico di cui ha curato la regia, e la traduzione integrale in italiano dell’opera (Inaugurazione Stagione 2017 – Teatro Verdi di Salerno), Pimpinone/La Serva Padrona (Teatro Regio di Torino), Aida (Teatro Petruzzelli – Bari), Don Checco (Teatro Regio di Torino), Attila (Teatro delle Muse Ancona).

NOSTRA INTERVISTA AL REGISTA MARIANO BAUDUIN

D. Maestro Bauduin, grazie mille per aver accettato di svolgere questa intervista. Tra i titoli della sua copiosa produzione registica vedo una presenza costante di opere dal ‘700 ai nostri giorni. Questo mi spinge a chiederle se la musica ha una parte importante per lei nello scegliere la linea registica da seguire. Che differenza c’è tra la regia teatrale in prosa e quella del teatro lirico? Chi è il “regista d’opera”? Quali qualità deve avere? Cosa deve sapere e saper fare?

R. Penso che il lavoro di regia, superate le convenzioni novecentesche, e tutte le convenzioni della seconda metà del secolo passato, debba riprendere il proprio valore di “studio dei linguaggi”, specie per quelli della scena teatrale in generale, per quanto poi riguarda il teatro in musica, è scontato che il linguaggio da cui è indissolubilmente fondamentale partire sia la musica. Se si affronta un lavoro di teatro lirico, o di commedia musicale, o di spettacolo con momenti di musica e di canto, la formulazione del progetto deve tenere conto del linguaggio musicale con estrema competenza e sensibilità. Io sono un musicista oltre che un regista e un drammaturgo, proprio perché ho approfondito e continuo ad approfondire i diversi linguaggio che attraversano una produzione o un progetto di cui mi devo occupare. Se devo allestire un’opera lirica, come nel caso di Aida, lo faccio sulla partitura, non solo sul libretto o sulla riduzione canto/piano. Poiché è nell’andamento dell’intera orchestra che il compositore ci sta dicendo qualcosa e dobbiamo rispettarlo, prima che interpretarlo.

D. Cosa ama del suo mestiere?

R. La possibilità di approfondire e indagare l’inconscio e l’emotività collettiva.

D. Quali autori predilige? 

R. Non c’è un autore o un compositore privilegiato nel mio animo, semmai ci sono delle opere che mi emozionano particolarmente, come ascoltare il Requiem di Mozart, leggere l’Amleto di Shakespeare, guardare un quadro di Velasquez.

D. Come si pone un regista come lei con il main stream del politicamente corretto e del pensiero unico? Alcune opere in effetti sono scorrettissime politicamente …

R. In teatro si vive di tradizione e innovazione, come ho già detto, l’innovazione riguarda la lettura e la riflessione che si può fare di un lavoro teatrale e musicale. Aida è Aida, le scelte del suo colore di pelle e della sua identità non le sceglie il regista, ma l’Autore che ci ha dato indicazioni ben precise. Verdi diceva: non cercate di migliorarmi… o di correggermi… perché dovremmo farlo allora?

D. Per quanto concerne l’intesa con lo scenografo, quanto e come influisce la regia sulle scelte scenografiche?

R. La prima cosa che chiedo è lo spazio nel quale agiamo, è importante conoscere il perimetro dentro il quale giocare la “mia partita”. In fondo, se una partita di calcio non avesse un rettangolo di gioco e due porte, chi potrebbe capire dove si fa gol? Per me lo spazio teatrale funziona nel medesimo modo: un perimetro dentro cui muovermi con libertà, ma con dei limiti prestabiliti e da cui, una volta deciso, non ci si può più affrancare.

D. Nella sua ricerca artistica si ispira ad alcuni grandi registi del passato o anche contemporanei? Oppure, quali preferisce?

R. In realtà, dopo aver visto, studiato tanto teatro, soprattutto i grandi maestri del passato come Castri, Strehler, o lo stesso De Simone con cui ho avuto il privilegio di lavorare per 22 anni, ho smesso di essere spettatore. Anzi, le confesserò che oggi vado raramente a teatro. Sono in quella fase in cui il mio immaginario si è costruito un’identità e una forza emotiva che mi sembrerebbe di tradire, come se volessi spiare una relazione segreta tra una mia amante (il teatro) e qualcun’altra… finirei per odiare entrambi e io non amo odiare.

D. L’arte di raccontare è in fondo il suo mestiere; come intende quello del regista? Dovrebbe osservare la volontà dell’autore al fine di fornire al pubblico un racconto “autentico” approfondendo il lavoro drammaturgico, oppure raccontare qualcosa d’altro rispetto al libretto?

R. Le rispondo con le parole di Verdi: Non cercate di migliorarmi…. Se pensiamo che l’idea di Verdi della gravità non sia pertinente con il nostro modo di vedere l’opera teatrale, mi chiedo: perché la facciamo? Scriviamoci noi piuttosto una Traviata dei nostri giorni, e in essa mettiamo tutto quello in cui crediamo. Il teatro se ha bisogno di nuove forme, come sosteneva Céchov, allora dobbiamo fornirlo di nuovi autori, sia di opera che di prosa. Chi ci vieta di farlo? E ce ne sarebbe davvero bisogno.

D. Di recente il teatro in genere ha vissuto numerosi problemi, tra tagli e chiusure. Crede che il pubblico, attratto sempre più dalla televisione e dal cinema, “abbandoni” il teatro, o si tratta solo di una cattiva gestione economico-politica?

R. Il teatro, da che io ne ho memoria, ha sempre avuto una gestione critica. Le cose peggiorano e non migliorano, poiché la politica ha troppo influenza sulle scelte gestionali, nomine sempre solo di facciata e mai concrete. Un direttore artistico dovrebbe tracciare e costruire l’identità artistica di un teatro secondo la sua “direzione” culturale. Invece, spesso, sono solo nomi che mettono insieme titoli e poi si occupano di altro, facendo perdere al teatro vitalità e possibilità di futuro o di progettazione. Credo che questo lo stia sempre di più indebolendo culturalmente, parlo del teatro in generale; cosa che non accade al cinema o in tv. Diceva un mio maestro: Il padrone del teatro da quando il cinema è diventato sonoro ha fatto diventare il teatro muto.

D. Ritiene opportuno che il regista dichiari preventivamente le sue scelte registiche per non sorprendere il pubblico preparato in un certo modo secondo quanto si studia nella storia della musica e dell’opera con una versione dello spettacolo completamente diversa dal libretto nei tempi, nei luoghi e nella drammaturgia? In pratica, secondo lei, uno spettatore dovrebbe acquistare un posto a uno spettacolo lirico per così dire “a occhi chiusi”, “a scatola chiusa”?

R. Il teatro è il luogo in cui i sogni prendono corpo. Nella vita si può sognare sia ad occhi aperti che a occhi chiusi, credo che ognuno sia libero di scegliere come sognare. Io preferisco farlo appena si spengono le luci e comincia il viaggio.

D. La messa in scena di Aida al Teatro Petruzzelli di Bari andata in prima il 5 marzo ha una precisa connotazione antiquaria tra antica ambientazione egizia e periodo napoleonico. La componente napoleonica simboleggia la invadenza degli egizi sugli etiopi?

R. Indubbiamente il tema dell’imperialismo e della prepotenza esiste e ho cercato di raccontarlo con precisione e poesia, come il teatro ha sempre fatto e come dovrebbe continuare a fare. Altrimenti perché mettiamo in scena ancora Eschilo, Shakespeare, Moliere o Brecht? Ho tentato di elaborare una regia su più piani narrativi, visivamente la contaminazione riguarda l’epoca in cui Verdi ha scritto l’Aida e l’antico Egitto, senza privilegiare l’uno o l’altro. Credo che la contaminazione non sia immaginare un’opera ambientata in Afghanistan, o nella Guerra del Golfo, ma sia un equilibrio delicato e basato sulla libertà di vedere la storia dell’uomo in senso ciclico e non lineare, cioè non solo vestendo il passato di presente, ma immaginando epoche differenti che si sovrappongono con equilibrio e consapevolezza. Ciò richiede una profonda conoscenza della storia, in tutti i suoi ambiti. Ho la sensazione che ultimamente nei confronti della storia si sia creata una sorta di paura o di sottovalutazione, tanto da ignorarla a prescindere. Credo che, come sosteneva Pasolini, il vero moderno è colui che è immerso nell’antico.

D. Infine, nel congedarci, quali sono, secondo lei, i motivi per cui il suo spettacolo verdiano merita di essere visto al Petruzzelli?

R. La religiosità di Verdi riguarda il suo rapporto con il non conosciuto, con il sovrannaturale. Non c’entrano le appartenenze o le logge, ma un campo molto più articolato, forse inconsapevole, che riguarda l’inconscio collettivo. Verdi e la sua estrazione di paese, o provincia, che lo ha fornito di un rapporto popolare con il religioso, e sappiamo bene che tali rapporti fanno parte di una parte della coscienza che si muove per strade misteriose e antiche. Possono riguardare il cristianesimo, l’induismo, le antiche religioni orientali, non è importante questo, ma gli archetipi che le uniscono. Verdi dedica il Requiem ad Alessandro Manzoni, la figura di Fra Melitone ne La Forza del Destino, il Dio di Babilonia, le Crociate… per non parlare delle formule musicali spesso riferenti al repertorio religioso e sacro di cui Verdi fa spessissimo uso. Sono tutti segnali di un continuo rimando a una religiosità intima e personale. Il conflitto con la Chiesa o con i poteri costituiti sono un altro discorso, che con la religiosità hanno poco a che fare. In questo è possibile trovare tutti i rapporti che Verdi aveva con il mondo popolare.

INFORMAZIONI

Aida di Giuseppe Verdi, nuova produzione e nuovo allestimento della Fondazione Teatro Petruzzelli.

  • L’opera per la regia di Mariano Bauduin e la direzione di Renato Palumbo, sul podio dell’Orchestra del Teatro, è in programma al Teatro Petruzzelli sabato 5 e domenica 6 marzo alle 18.00, martedì 8 marzo alle 20.30, mercoledì 9 marzo alle 18.00, giovedì 10 e venerdì 11 marzo alle 20.30, sabato 12 e domenica 13 marzo alle 18.00.
  • Le scene sono di Pier Paolo Bisleri, i costumi di Marianna Carbone.
  • Maestro del Coro della Fondazione Petruzzelli Fabrizio Cassi.
  • Daranno vita all’opera: Leah Crocetto (Aida 5, 9, 11, 13 marzo), Burçin Savigne (Aida 6, 8, 10, 12 marzo), Roberto Aronica (Radamès 5, 9, 11, 13 marzo), Dario Di Vietri (Radamès 6, 8, 10, 12 marzo), Carmen Topciu (Amneris 5, 9, 11, 13 marzo), Rossana Rinaldi (Amneris 6, 8, 10, 12 marzo), Abramo Rosalen (Ramfis 5, 9, 11, 13 marzo), Ramaz Chikviladze (Ramfis 6, 8, 10, 12 marzo), Vladimir Stoyanov (Amonasro , 9, 11, 13 marzo), Elia Fabbian (Amonasro 6, 8, 10, 12 marzo), Romano Dal Zovo (Il Re d’Egitto), Saverio Fiore (Un messaggero), Nikolina Janeska (Una Sacerdotessa).
  • I biglietti per tutti gli spettacoli in programma dal primo marzo sono in vendita al botteghino del Teatro Petruzzelli e su www.vivaticket.it  anche tutti gli spettacoli in programma fino al mese di giugno 2022.
  • Per gruppi composti da un minimo di 15 persone è possibile effettuare una prenotazione scrivendo all’indirizzo prenotazionegruppi@fondazionepetruzzelli.it
  • Per l’accesso a tutti gli spettacoli in programma al Teatro Petruzzelli è necessario esibire il Super Green Pass in corso di validità.
  • ORARI DI APERTURA BOTTEGHINO: dal martedì al sabato dalle 11.00 alle 19.00 e la domenica dalle 10:00 alle 12:30 e dalle 16:30 alle 19:00.
  • E-mail: botteghino@fondazionepetruzzelli.it
  • Telefono: 080.9752810
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