“Metafisica di una stanza” alla Pinacoteca Civica di Ascoli Piceno


di Flavia Orsati

24 Ago 2021 - Arti Visive, Commenti altre arti

In occasione dei vent’anni dalla sua scomparsa è stata dedicata a Gianfranco Ferroni una personale intitolata “Metafisica di una stanza”, nella Pinacoteca Civica di Ascoli Piceno. Esposte una ventina di opere.

                                                                                                                                  Il significato che do al mio esistere
                                                                                                                               oggi come artista risiede nell’attesa, un’attesa sacrale, perché sacrale è il desiderio
  di avere una rivelazione, e pur sapendo
  che non arriverà, io  la cerco.
 Mi aspetto un significato che ancora mi sfugge,
 un significato che vada al di là della mia vita.
 Per i credenti questo è Dio, per me è uno spazio
 vuoto che spero in qualche modo si riempia
 prima di morire. Aspetto, in fondo, un miracolo.
Gianfranco Ferroni

Inaugurata contestualmente all’edizione 2021 della Milanesiana ascolana la mostra Metafisica di una stanza, dedicata all’artista lombardo Gianfranco Ferroni, conosciuto come “classico tra i contemporanei” ed esponente di spicco della Metacosa, in occasione dei vent’anni dalla sua scomparsa.

Chi conosce Ferroni sa che il cardine concettuale della sua opera si muove su due direttrici, sospese tra tempo e spazio: l’attesa e il vuoto, entrambi da indagare ed eventualmente colmare non nell’infinito ma nella vita qui e ora, prima della morte, nella montaliana attesa di un varco, di un miracolo che tarda ad arrivare.

“Luce e spazio sono le condizioni essenziali per tentare di capire il mistero dell’esistenza” si è trovato ad affermare e spiegare l’artista, considerando i due elementi quindi sorta di categorie a-priori dell’esistere e del mistero. Nelle tele ferroniane la grandezza spaziale perde importanza, un granello di polvere è essenziale ed è latore di significato tanto quanto un universo intero; va da sé perciò che per l’artista della Metacosa il punto focale non sia la rappresentazione della cosa in quanto tale, né che vi sia alcuna velleità di penetrare un’ipotetica esistenza noumenica, ma che la questione centrale sia rendere e tentare di capire – seppur in maniera umana, quindi sempre imperfetta e fallace – il mistero insito nelle cose. Tale mistero si concepisce quasi alla maniera di Raffaello e Piero della Francesca, filtrati attraversi la lezione di Morandi, analizzando asetticamente la luce e lo spazio che rappresentano a loro volta il tempo, o meglio l’esserci, l’essere nel tempo degli oggetti stessi: il procedimento pittorico prende forma grazie ad un accurato e studiato processo di sottrazione, tanto che nelle stanze rarefatte e povere di oggetti, diventano protagoniste assolute la luce e la polvere, palpabili grazie alla minuziosa resa pittorica. Spesso si pone in parallelo l’arte di Ferroni con quella di Francis Bacon, ma c’è un punto fondamentale da chiarire: entrambi interpreti dell’angoscia del male di vivere, quello espresso da Ferroni è differente, di stampo tutto italiano ed erede di Montale; si tratta, per lo più, della lucida consapevolezza di un apparente vuoto ontologico, senza delirio o teatralità nella sofferenza. Il senso metafisico che emerge dalle opere ferroniane, allora, è quello di vicinanza al nulla e di assenza, solitudine e mancanza di qualcosa che si percepisce ma che nell’immanenza è intangibile e non si palesa. Il caos mentale, la mancanza di punti saldi di riferimento, il naufragio nel mondo che si appresta ad entrare nella postmodernità, tuttavia, non trova controaltare nelle cose: l’ordine delle composizioni ferroniane è apollineo e la loro razionalità è quasi rinascimentale, non si cede mai alla tentazione del dionisiaco, tutto è equilibrio e misura, analisi lucida del male di vivere. Nonostante i temi altamente filosofici, la tecnica di Ferroni è altissima, si avvicina a quella dei grandi classici, muovendosi con complessi processi mentali svuotati di ogni artificio di accumulo o sottrazione, tesi a mostrare il vuoto delle nostre case, dei nostri studi, empiti di oggetti superflui, perciò destinati ad essere scabri e vuoti.

Le tele sprigionano un senso di attesa sacrale, come lo è il desiderio di assistere, prima o poi, a una rivelazione, cercata e agognata, pur consci della sua impossibilità. Emerge quindi un senso di ripiegamento, i grandi dubbi e le grandi questioni metafisiche si risolvono in un microcosmo racchiuso tra quattro mura, che si fa totalità e dimensione caldamente asfissiante ed omnipervasiva. Il tema è quello tutto moderno e novecentesco della frattura, del muro, dell’indicibile, in un mondo che sembra accartocciarsi su se stesso, in un’attesa di Godot che non è nemmeno più possibile esprimere o razionalizzare, tanto si è fatta assurda e ormai priva di senso. Ciò che si può fare, allora, seguendo la lezione di Montale, è provare a rendere la sospensione e l’attesa per immagini, per minuscoli flash, in modo puro seppur frammentario.

Nella mostra ascolana, che comprende circa venti opere di Ferroni dislocate nella Pinacoteca Civica dell’Arengo, le stanze spoglie dei mondi evocati dall’artista lombardo sembrano cozzare con l’opulenza delle sale dove sono collocate ma, in realtà, l’aperto contrasto può essere considerato un modo non solo per valorizzare il gesto artistico di un pittore che è stato tra i maestri della seconda generazione del Novecento, ma anche per far riflettere sulla crasi, sulla rottura e sulle differenti inquietudini che hanno carsicamente attraversato la storia dell’arte di tutti i secoli, seguendo un filo rosso che procede per sottrazione e riduzione all’essenziale a partire dall’accumulo che sconvolge l’ordine classico, arrivando, nello scorso secolo, alla parola nuda, che nella contemporaneità più che mai si spoglia di ogni orpello.

Gli interni di Ferroni, ad ogni modo, trasmettono un senso di pacata e rassegnata quiete che non può non trovare come maestro o precursore, quantomeno spirituale, Vermeer. Tuttavia, mentre le stanze delle case del pittore fiammingo esprimevano una perfezione raggiunta, volutamente appartata e conchiusa in perfettissimi microcosmi a misura d’uomo, atti a coltivare affetti, arti, saperi, nel maestro moderno l’interiorità e gli interni sono in balia di un senso di insoddisfazione peculiarmente e tipicamente contemporaneo, di una Sehnsucht inappagabile, destinata ad essere per sempre nostalgia e sospensione.

L’ombra

I luoghi soglia, del resto, sono per antonomasia strettamente connessi al concetto di liminalità, tendono ad avvilluppare tutto ciò che li circonda, anche la stanza più anonima di una casa qualsiasi. Ferroni stesso parla di “alibi” riferendosi agli oggetti di uso comune che egli dipinge: sono pretesti che danno a luce e spazio la possibilità di diventare protagonisti della composizione, di infondere un senso di attesa che è la chiave di volta della sua intera opera. Ferroni, con la solennità e la maestria propria solo dei classici, riesce a rendere il tempo infinito, sospeso in un eterno presente sempre uguale a se stesso, dove una molteplicità di azioni si è avvicendata ma ormai è resa silente, muta: l’eloquenza degli atti passati si è espressa in altri mondi, in altre frequenze; a noi non rimane altro che la loro tacita traccia, come accade per il mito. Gli oggetti un tempo usati e pregni di significato ormai sono ridotti a mero involucro, puro significante, e sono posti lì, adagiati su di un tavolo, in attesa di uscire da questa attuale e tragica condizione; i letti dove una volta si è perpetrato il mistero della vita o dell’oblio tormentato del sonno sono ormai sfatti; panneggi più classici dei classici sono abbandonati a custodire il peso della tradizione, insieme a polvere, sporcizia e bottiglie vuote abbandonate sul pavimento, soltanto perché Dio si intravede nei particolari; porte aperte che mai più verranno varcate fungono da varco ad ombre di pittori che forse un tempo dipinsero, magari le meraviglie della Pinacoteca ascolana che si specchiano in questo eterno presente, arido ma tragicamente poetico. Ferroni arriva ad analizzare il male di vivere in maniera asettica e quasi scientifica: come da tradizione, la luce che si posa sui pochissimi oggetti è protagonista, stavolta filtrata dalla polvere, che ammanta impalpabile qualsiasi cosa come una sorta di velo, lambendo anche un letto perennemente sfatto e il rispettivo lenzuolo, sorta di laica sindone o sudario, poggiato a un cavalletto dove, fino a un istante prima, sarebbe stato possibile cogliere forme, presenze, materia, corpi. I moderni, purtroppo, arrivano sempre tardi, ammantati dalla pura oggettività non colgono la visione. Sono fuori tempo massimo per i miracoli. Per le rivelazioni succede sempre così.

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