Mannarino album “Primo Amore”
di Alberto Pellegrino
11 Set 2026 - Approfondimenti live, Dischi
Pubblichiamo la recensione di Alberto Pellegrino dell’ultimo album, il sesto, di Alessandro Mannarino, “Primo Amore”.


Dopo cinque anni, Alessandro Mannarino ha pubblicato il suo sesto album Primo amore, che segna una nuova fase del percorso artistico di un cantautore che si conferma come una delle voci più incisive del panorama contemporaneo, capace di tenere insieme la componente letterario-antropologica e la tradizione popolare italiana senza mai scadere nell’ovvio e nel convenzionale. Le sue composizioni hanno sia una componente autobiografica, sia una dimensione più ampia sul piano umano, sociale e politico: “Quando parlo di primo amore, parlo anche di qualcosa di più grande di me, quasi di un primo motore immobile: il riconoscersi dentro un mistero, dentro un’armonia che esiste fuori e dentro di noi. Il disco nasce da un viaggio molto intimo, ma non si chiude mai nell’autobiografia. In ogni brano resta una dimensione umana e anche politica, perché oggi ho la sensazione che l’uomo si sia un po’ separato sia dal sacro che dalla natura. E il disco prova a ricucire questa distanza, a cercare una riconnessione. In questo senso uso me stesso come punto di partenza: parlo del mio vissuto, del primo amore, delle mie domande, ma per arrivare a qualcosa di più universale. L’idea è che per affrontare davvero i grandi temi di oggi serva prima passare dall’amore, dall’accettazione di sé e dal sentirsi parte di qualcosa di più grande”.


Un album tra sentimento, impegno e visioni oniriche
È lo stesso autore a segnalare in questo suo nuovo lavoro alcuni aspetti autobiografici legati a un momento di crisi interiore, per cui Mannarino ha avvertito la necessità di porsi delle domande sul proprio io e sul momento esistenziale quando ha vissuto da solo in America Latina in una piccola capanna in mezzo alla foresta, ponendosi delle domande e riflettendo sulle propri contraddizioni: “Ho cercato di trasformare in musica visioni e immagini di un mondo onirico, sospeso tra cielo e terra, vita e morte, bene e male, luce e ombra, senza mai arrivare a una risposta definitiva”, ma per soddisfare “un’esigenza di cercare qualcosa che andasse oltre la realtà quotidiana, qualcosa che potesse dare forza anche a me…in questa ricerca di una verità che non sia una risposta definitiva, ma un attraversamento delle cose”.
Le nove canzoni dell’album sono intimamente legate da un filo sottile per cui ogni brano dialoga con l’altro fino a costituire un unico racconto pieno di emozioni, di tensioni e passioni umane, di aperture visionarie. Il cantautore mette a nudo le proprie contraddizioni, va alla ricerca di una verità che non appare mai definitiva, si apre a nuovi interrogativi come del resto impone la stessa condizione umana. Quello di Mannarino è un mondo che si regge su un equilibrio instabile, sospeso tra realtà e immaginazione, corposo e visionario, proprio di un uomo che vive tra terra e cielo, tra vita e morte, tra un oscuro pessimismo e la speranza di un luminoso futuro. Il primo amore diventa per lui il simbolo di qualcosa che nasce e muore, per poi risorgere in un eterno ritorno secondo un viaggio circolare che inizia e si conclude là dove tutto ha avuto inizio, che contiene il dolore e la gioia di vivere, il bene e il male, la vita e la morte.
Dal punto di vista musicale l’album combina la tradizione cantautorale italiana (in particolare vi sono riferimenti a Fabrizio De André e a Lucio Battisti di Anima Latina) e il folclore romano “di strada”, aggiungendo la presenza di elementi di reggae e musica elettronica, assegnando un ruolo centrale alle percussioni affiancate da sintetizzatori e programmazioni elettroniche. Si sono pertanto raggiunti dei risultati essenziali, introspettivi e innovativi, che hanno creato un flusso continuo di emozioni e di energie capaci di coinvolgere l’ascoltatore, distaccandosi in parte dalla tradizione musicale dell’Occidente per avvicinarsi a quella cultura sudamericana che ha sempre avuto una visione “totale” capace di unire poesia e musica, fisicità e spiritualità come è dimostrato dai artisti come Vinicio de Moraes, Chico Buarque, Gilberto Gil e Caetano Veloso.


L’analisi delle canzoni
Ciao. Attraverso un ritmo avvolgente e magnetico si rappresenta il quadro immaginario di una città dove il cielo è scuro, dove si respira a fatica, dove emerge tutta la fragilità umana, a cui bisogna contrapporre una forma di resistenza fondata sulla ricerca della libertà, che diventa l’unica possibilità per attraversare il presente, per superare il senso della perdita e trovare lo slancio vitale necessario per sopravvivere. “È una canzone che dondola / E non lo sa perché lo fa / È una battaglia nel cielo / È fantasia nell′oscurità…/ Niente de bono su ‘sta città / C′è ‘na bandiera che sventola / Vola, vola, vola più in alto la libertà / Ah, io vorrei sape’ volà / Pe′ annà via dar monno quanno me va”.
Dammi. È una preghiera laica, una invocazione che attraversa il buio per cercare la luce, la ricerca di un percorso che va dalla nascita alla morte, nel quale la parola, la legge, il lavoro e il denaro si scontrano con ciò che sfugge al controllo sociale. Ai processi di razionalizzazione si contrappone l’irrazionale e la voglia di vivere nel segno di una contraddizione primordiale tra la realtà e quei valori capaci d’interrompere, almeno per un momento, il peso delle regole sociali. “Dammi un ospedale, dammi un nome, dammi un padre naturale/ Dammi una carezza, dammi il sole, dammi quello che ti pare…/ Dammi un documento con la foto di un ragazzo col mio nome / Dammi un monumento che mi spieghi perché provo ′sto dolore / Dammi un fiore rosso di cartone, dammi una rivoluzione…/ Dammi un buon lavoro, dammi l′oro per pagare a modo loro / Dammi un po′ di vento, un po’ di salе, dammi un sabato illegale / Dammi solo un grido da lasciare sulla giostra siderale / Dammi tutto il bene, tutto il male, una chitarra da abbracciare…/ Dammi la tua linea della mano che ci voglio camminare / Dammi la corrente, dammi un fiume che ritorna alla sorgente / Dammi un buon motivo per ridare tutto quello che si prende / Prendi questa vita fra le braccia finché non diventa niente”.
Maradona. La realtà si frammenta in immagini quotidiane fatte di ospedali, tribunali e metropolitane, che restituiscono un’umanità fragile, che riducono un mito a una dimensione umana, perché la vita concreta è destinata a frantumare i sogni, per cui quello che resta rimane sulla terra, mentre “Maradona sta in cielo”.
Per un po’ d’amore. La vita è fatta di domande che restano senza risposta, di una realtà che sembra sempre più lontana anche se tutti siamo chiamati a vivere le stesse esperienze fino a quando tutto sembra frantumarsi, a rompere i confini dell’io per espandersi, disperdersi o ricomporsi in qualcosa di più grande in una dimensione visionaria, dove il dolore si mescola all’amore senza dare spiegazioni e lascia spazio all’immaginazione, al bisogno di cercare se stessi. “Quanta sete di qualcosa / Cosa non lo so / Quanto costa una risposta? / Anche fosse no…/ Siamo nello stesso mondo / Ma solo per un po’… / Quante cose senza nome / Vedo dentro te / Quando tutto si frantuma / Non pensare che sei una / Siamo nello stesso mondo / Ma solo per un po’ / Fosse solo un’illusione / Un sogno che non c’è / Su una giostra di persone / Sto stringendo te / Quando il vuoto ti consola / Non pensare che sei sola / Ce ne andiamo via dal mondo / Ma solo per un po’”.
Carne. Il brano descrive l’essere umano nella sua dimensione fisica, ridotto ad essere un corpo dentro un sistema che tende a dominarlo, per cui la carne diventa il segno contraddittorio di quanto viene prodotto, consumato e controllato, il simbolo di un sistema nel quale l’individuo si trincera nella razionalità per sopravvivere nella struttura sociale, ma perde la parte più invisibile di sé, quella dimensione sacra e misteriosa dell’esistenza che non risponde alla logica dell’utilità, provocando una frattura tra il mondo materiale e l’essere umano che continua ad avere emozioni e pulsioni interiori. “È carne, la carne è carne / Allevano per mangiarne / Allevano con allarme / Selezionata nelle scuole/ Frollata nelle galere / Cotta sulle autostrade / Imbottita alle messe nere / Sbattuta dentro a un porno…/ Leccata al comizio elettorale / Presa in bocca in una chiesa / E ingoiata da un ospedale…/ Tritata dal macchinario / Ingrassata con il petrolio / Venduta lungo le strade / Esposta all’orfanotrofio / Appesa sotto al soffitto / Aspettando alla fine del turno / Che qualche Dio la mangi / Sento nella tua carne cose più vere / Il cielo è pieno di stelle / Che di giorno nessuno vede”.
Venere. La canzone nasce con l’immagine di un amore che si inizia con leggerezza e progressivamente s’incrina per finire dentro una realtà sempre più dura, dove la figura femminile diventa la rappresentazione del desiderio e della perdita, mentre lo sguardo cambia continuamente prospettiva fino a confondere il protagonista che racconta e colei che viene raccontata. “Tu eri un peso piuma / E ballavi serena / All’inizio dell’avventura / Per finire in un cesso / E bruciare per la strada / Dimmi cosa è successo / Che ti suono la serenata / Per un po’ d’amore…/ T’ho vista andare in giro con un pezzo grosso / Camminavi nel fango / Come fossi su un tappeto rosso / E poi da sola di notte con gli occhiali da sole / T’hanno vista ballare con un fantasma fra le persone / Di lacrime di coccodrillo è pieno il bancone… / E hai camminato da sola / Così impegnata / A ricucire con i tuoi tacchi / Una strada che era franata…/ Hai visto con i tuoi occhi / Tutto il bene e tutto il male / E quando per la strada t’ho sorriso / È sceso sulle tue guance / Il veleno che m’ha ucciso / Con un po’ d’amore.”
Kalanera. In questo brano Eros e Thanatos si intrecciano per generare e consumare la vita, il bene e il male non sono contrapposti ma sono le parti di un tutto con un’ambiguità fatta di ascese e di cadute in una danza degli opposti, in una continua oscillazione tra il bene e il male, mentre tutto intorno è possibile avvertire i suoni, i respiri, i versi dell’intera umanità. “C’è un tremore nero dentro al cielo prima di precipitare…/ Sono solo dita di una mano che ora stringono il tuo cuore / La notte lascia gocce di piacere sopra ai petali del fiore / Fino a che la luce non le porta dove puoi dimenticare / Ci porterà dentro una Kalanera / Dove l’amore dà e la morte nega / Resta con me dentro una Kalanera / Sento che sei la luce e la vita vera…/ C’è un clamore scuro, sono facce e chi le indossa porta un nome / C’è la guerra dentro a un teschio nero e chi la vince, bene o male? / Sono solo i vermi della terra che hanno sempre da mangiare…/ Per guardare dritto in faccia il sole c’è una scala da salire”.
Bambino. È un brano pieno di misticismo che nasce intorno alla figura di un bambino perduto, che ha la faccia di un adulto e che continua a vivere dentro ciascuno di noi, che attraversa il tempo restando sospeso tra paura e meraviglia per camminare sospeso al filo del proprio destino. È il tema della perdita di sé e delle certezze a cui ci si aggrappa per restare in vita: solo se abbandoniamo il nostro ego per sentirci più liberi sarà possibile “toccare il cielo” in un movimento continuo tra dissoluzione e rinascita secondo la legge degli opposti dove si scontrano vita e morte, luce e oscurità, presenza e sparizione. L’immagine del bambino che guarda il cielo riflesso nel fiume si contrappone a quella dell’uomo adulto, che in quel riflesso intravede la fine e desidera scomparirvi dentro. Il bambino diventa allora una figura salvifica, capace di custodire uno sguardo puro per stare nel mondo senza rinunciare all’immaginazione. “Cammina, cammina, bambino / Cammina sul filo del destino / Da quando ti sei perso, è tutto diverso / Guardi dentro al fiume e ci rivedi il cielo / E più vai a fondo, più ti senti leggero…/ Cammina nella mente / Là fuori non c’è niente / Tu puoi creare il mondo / Solo con un pensiero / E tutto questo è un sogno / E tutto questo è vero. / Ora chiudi gli occhi e vola / Chissà se in questo mondo / Torneremo ancora / O siamo solo un sogno / Che la notte se ne va”.
Primo amore. È il punto d’arrivo dell’album: dopo il viaggio e la caduta, dopo la risalita e il sogno si ritorna a immagini primordiali, in cui la storia personale confluisce in una dimensione collettiva, dove forze primordiali e contrastanti come l’amore e la violenza finiscono per convivere in un “giardino coltivato a spine”, dove convivono ordine e ribellione, gioia e dolore, possesso di beni materiali e slanci di generosità. “Me so’ fatto mille anni de galera / Pe’ uscì co’ te stasera / Er sangue scorre senza fà rumore / E io nun ce so fà co’ le parole… / Ho dato foco a Roma pe’ sentì un po’ de calore / Ho pregato er cielo perché venisse a piove / Io c’ho un giardino cortivato a spine / Così nun c’entra chi me po’ fà male”.



Ed ecco le date del “Mannarino Primo Amore Tour 2027”


Questo tour è stato bellissimo ti porta in un’altra realtà è magico…. Felice di averne visti nove