Lo “Xerse” di Francesco Cavalli al Festival della Valle d’Itria


di Andrea Zepponi

28 Lug 2022 - Commenti classica

Spettacolo gradevole, accattivante, comprensibile e di indiscutibile qualità musicale lo Xerse di Cavalli proposto nell’ambito del 48° Festival della Valle d’Itria a Martina Franca.

(Fotografie di Clarissa Lapolla)

Il 48° Festival della Valle d’Itria a Martina Franca presenta quest’anno, per il programma operistico, al Teatro Verdi la sera del 25 luglio alle ore 21 l’opera Xerse, dramma per musica in un prologo (non eseguito) e tre atti di Francesco Cavalli (1602-1676) che debuttò al Teatro Santi Giovanni e Paolo di Venezia nel 1655, riscuotendo un enorme successo, tanto che successivamente il libretto fu musicato anche da altri compositori, rimaneggiato e ritagliato come era uso all’epoca, fino ad arrivare al Serse celeberrimo di Haendel.

Il soggetto storico, quantunque romanzato, inizia a innovare le tematiche dei libretti fino ad allora ancorate alla sola mitologia.

La vicenda narrata è quella di Serse I, il figlio di Dario e di Atossa che, nato nel 519 a.C. (circa) regnò sulla Persia e sull’enorme impero dal 486 al 465 a.C. La fonte è Erodoto che Minato nel libretto arricchisce nell’intreccio e nella moltitudine di dettagli. Serse ama Romilda, futura moglie del fratello Arsamene, ma è amato da Amastre e ostacolato da Adelanta sorella di Romilda: alla fine lascerà stare fratello e cognata, sposerà la buona Amastre e castigherà l’altra, donna intrigante.

L’opera fu allestita anche a Parigi per festeggiare le nozze del Re Sole, allargata a cinque atti e inframmezzata da sei entrées di danza a firma di Lully. Questa sintesi adombra la realtà storica dei passaggi del testo e del suo contenuto su cui influirono prodotti letterari di autori diversi, lo spagnolo Lope de Vega con la commedia Lo cierto por el dudoso (1625) e il bitontino Raffaele Tauro che ne rielaborò il plot nel 1651 in modo personale nel testo comico L’ingelosite speranze. Tutto questo per spiegare come la natura del libretto appare composita e mescidata di scene paludate e cariche affettivamente con elementi comici e rocamboleschi perfettamente in linea con il carattere delle prime opere destinate ai teatri a pagamento dopo il 1637.

In effetti la Cavalli renaissance sta avendo in questi tempi il suo momento di exploit: segno tangibile ne è il suo ingresso alla Scala nella stagione 2021 con la Calisto, opera tanto sfortunata al suo nascere quanto celebrata e piaciuta ai tempi nostri. Che non si tratti di mero repêchage, quello dello Xerse al Festival di Martina Franca, fa fede la “pletora” di studi effettuati fin dagli anni ’60 sulla musica cavalliana e delle sue incisioni, anche se non tutte proprio filologiche.

Anche il convegno Ritorno al futuro: Xerse e l’irresistibile riscoperta delle opere di Cavalli, giornata internazionale di studi in collaborazione con lo study-group “Cavalli” dell’International Musicological Society e l’Editorial Board dell’Edizione “Opere di Francesco Cavalli” (Bärenreiter Verlag), tenutosi all’Auditorium della Fondazione Paolo Grassi di Martina Franca martedì 26 alle ore 10:00 ne ha confermato la fortuna.

Affine a Claudio Monteverdi per luogo di nascita, formazione e continuità a Venezia, Cavalli ne riceve la staffetta e oggi soddisfa con le sue 22 opere superstiti (ben 41 in origine) l’attuale vorace esigenza di varietà nella scelta di ripresa della produzione melodrammatica seicentesca. La tentazione di vedere nello Xerse odierno una meteora destinata a tramontare è scoraggiata dalle riprese continue e dal successo che Cavalli riscuote nel mondo della musica antica, fin dai momenti pionieristici della Early Opera Revival al consenso riscosso in questa occasione dalla sua messa in scena finalmente in un teatro adatto per dimensioni alla musica seicentesca, il Verdi di Martina Franca, diretta magistralmente da Federico Maria Sardelli. La chiarezza della scenografia di Andrea Belli e della regia di Leo Muscato hanno reso giustizia a un libretto letto più come canovaccio per uno sgargiante teatro da campiello veneziano con tutto il suo fascino coloristico, moresco e volutamente persianeggiante composto da una scena unica con allusivi siparietti. Incisività cromatica anche quella che dei costumi di Giovanna Fiorentini la quale ha individuato le tipologie dei personaggi e dei ruoli attraverso tinte e fogge: soldati, maghi, damigelle, paggi, nobili e plebe, parti caratteriali e parti di rilievo drammatico hanno animato la scenografia esibendo una invenzione continua e funzionale. Decisamente criptica la volontà della regia di far battere le mani a ogni interprete (e quindi di incidere nel tessuto sonoro della esecuzione spettante solo alla direzione musicale) bloccando per pochi secondi le battute degli altri e ripetendo lo schiocco di mano per farle ripartire come se la regia si arrogasse il potere di interrompere o far proseguire la sequenza sonora: ciò provocava continui blocchi dell’azione scenica che non avevano una spiegazione immediata se non ricorrendo all’interpretazione che un personaggio imponesse silenzio per scandire una meditazione, un momento di riflessione funzionale al ritmo drammatico  in cui si alternavano istanti accorati e istanti grottesco-caricaturali con il tenore Elviro, unico ruolo comicheggiante che rimarrà, seppur ridotto e addomesticato, nel Serse haendeliano. L’esiguità dei momenti ariosi e di espressione virtuosistica, risolta questa da ogni cantante con chiarezza cristallina, ha sollecitato le luci di Alessandro Carletti alla estrema varietà di effetti e atmosfere in modo da rendere più accattivante e variegato tutto lo spettacolo. Il figurante Mario Fumarola nei panni di un cupido, tenero e pagliaccio con alucce e tutù da danzatrice, vagava per il palcoscenico   sottolineando l’indole capricciosa e stereotipata anche delle espressioni più sentimentali. Per quando riguarda i cantanti la scelta di inserire il controtenore nel title-rȏle non ha fatto rimpiangere la pienezza e la verità vocale di un mezzosoprano, tuttavia i suoni di petto, inevitabili se non si ha una vocalità completa, e la gutturalità di certe note non sono mancati. D’altronde la tessitura sepolcrale del secondo controtenore, Nicolò Balducci, molto più abile nel nascondere lo scalino tra la voce di petto e quello di falsetto, ha accentuato il fatto che la scelta del falsettista può anche essere azzeccata dal punto di vista musicale purché non denoti solo stuzzicherie di tipo scenografico e di costume. Il tenore in Ariodate avrebbe anche potuto far emergere il falsettone tipico del timbro tenorile del tempo invece di far rammentare quello donizettiano. Al di là di questi appunti abbastanza trascurabili, tutta la compagine degli interpreti ha generosamente rievocato il brio e la freschezza della primitiva stagione dell’opera italiana (che nasce grande), con giustezza di accenti e personalità vocali evidenti corroborate da una pronuncia e dizione perfette nei numerosi recitar cantando che rendevano quasi superfluo lo scorrere del testo librettistico nel display collocato sopra il palcoscenico. Nessuna parzialità di applausi per nessuno degli artisti, anzi un coro unanime da parte del pubblico per uno spettacolo gradevole, accattivante, comprensibile e di indiscutibile qualità musicale.

Xerse

Musica di Francesco Cavalli
Dramma per musica in un prologo e tre atti su libretto di Nicolò Minato
Prima rappresentazione: Venezia, Teatro SS. Giovanni e Paolo, 12 gennaio 1655
Edizione Bärenreiter a cura di Sara Elisa Stangalino e Hendrik Schulze
Prima rappresentazione della nuova edizione critica in tempi moderni 

Locandina

Direttore Federico Maria Sardelli
Regia Leo Muscato
Scene Andrea Belli
Costumi Giovanna Fiorentini
Luci Alessandro Carletti 
Xerse Carlo Vistoli
Amastre Ekaterina Protsenko
Arsamene Gaia Petrone
Romilda Carolina Lippo
Adelanta Dioklea Hoxha
Ariodate Carlo Allemano
Aristone Nicolò Donini
Periarco Nicolò Balducci
Elviro Aco Bišcevic
Cupido Mario Fumarola
Le guardie Greta Corrente, Flavia Grazia Giuliani,
 Alessia Martino, Angelica Massafra

Orchestra Barocca Modo Antiquo
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One response

  1. Mario Grossi ha detto:

    Una stagione pessima. Non si sa se dipende dalla mancanza di Triola, ma fattualmente il tutto era deludente e deficitario. Nessun nome di vero spicco, nessuna scenografia esaltante ( tranne quella fissa di Le joueur…) e solo forma scenica per ben due titoli; un’opera programmata nel libro di sala al Ducale e poi dirottata al Verdi; cantanti non specialisti e prestati al barocco che vibravano nelle appoggiature e addirittura studenti (anche se alcuni bravi ) per il Salieri. Non ci siamo proprio per un festival tanto importante… . Se il continua così non ne vale più la pena di prenotare e andare .

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