“L’Elisir d’amore” conquista le Muse di Ancona


di Robert Rocchetti

3 Ott 2026 - Commenti classica

“L’Elisir d’amore” di Donizetti inaugura la stagione lirica del Teatro delle Muse di Ancona tra freschezza, ironia e talento: un cast giovane guidato da Aram Khacheh, con Giuseppe Infantino e Maria Laura Iacobellis protagonisti di una serata dal successo pieno.

(Foto di Giorgio Pergolini)

A sx: Maria Laura Iacobellis

La differenza fondamentale tra leggerezza e superficialità, questa è in sintesi l’essenza de L’elisir d’amore.

Non ci stancheremo mai di dire quanto, secondo il nostro parere, inspiegabilmente Gaetano Donizetti nella nostra epoca sia sempre un po’ percepito un gradino sotto rispetto ai mostri sacri dell’opera lirica pur avendo all’attivo una produzione sterminata di opere serie e buffe di grande qualità compositiva, forse perché la sua musica ha la capacità, come quella mozartiana, di arrivare subito, non necessita di sfondare portali esegetici, entra nelle orecchie e arriva ad armonizzare l’aura di chi ascolta, semplicità, genio. Semplice, ma non facile, leggero, ma non superficiale. Forse questo lo rende falsamente meno profondo.

Maria Laura Iacobellis e Vittorio Prato

Forse perché  come Mozart la musica l’aveva già dentro le sinapsi creative senza doverla scovare con sofferti patemi , L’elisir d’amore che fu composto infatti in pochi giorni, vede la luce nel maggio del 1832 ed ottiene subito, grazie appunto alla sua immediatezza un successo pieno complice il divertente e a tratti struggente libretto di Felice Romani, adattamento di un libretto francese il cui tema è l’amore inizialmente conflittuale e irto di spinose ripicche tra due giovani contadini ambientato in epoca di poco precedente a quella della composizione, che però regala l’inevitabile lieto fine delle opere giocose.

Chissà, se uscisse al giorno d’oggi magari disquisiremmo sulla natura “tossica” dell’attrazione tra Nemorino ed Adina, di quanto Belcore sia narcisista e Dulcamara manipolatore, ma al tempo pre Freud di Donizetti dubitiamo sia successo, le debolezze umane venivano metabolizzate in un bagno di tolleranza, fatalismo, rassegnazione rispetto alla fallacità della natura umana, con lo sguardo rivolto al futuro piuttosto che all’ormai immutabile, per quanto analizzabile, passato.

Maharram Huseynov

 Meglio? Peggio? Decidete voi.

L’elisir ha fatto sentire i suoi magici effluvi anche nella serata di venerdì 2 ottobre al Teatro delle Muse F. Corelli di Ancona dove ha aperto la stagione lirica 2026, sul palco un cast giovane e capace, a partire dal direttore d’orchestra appena ventinovenne, dunque giovane vero.

Aram Khacheh italiano di origini persiane ha guidato L’Orchestra Sinfonica G. Rossini con precisione e pulizia del gesto, tempi serrati e capacità di cogliere il giovanile spirito che anima le vicissitudini dei protagonisti,  forse è mancata un po’ la ricerca di quelle perle espressive da ricercare nella profondità di una composizione essenzialmente buffa di cui Donizetti ha disseminato la partitura, dalla malinconia, allo struggimento, alla meraviglia, ma di Khacheh sentiremo parlare in futuro e molto bene.

Giuseppe Infantino

Maria Laura Iacobellis ha dato vita ad una Adina matura, voce ben gestita e carica di pathos soprattutto nei centri pieni e corposi, una donna vera, in carne ossa e sangue che fa girare la testa al povero Nemorino portato in scena da un magnifico Giuseppe Infantino, bellissimo timbro, caldo e vellutato, dotato tuttavia della fresca energia necessaria al ruolo, squillo cristallino ed eleganza stilistica, la sua Una furtiva lagrima gli è valsa meritatamente l’ovazione del pubblico, l’impressione che abbiamo avuto è che non si sia speso neanche al 100%, con un po’ più di coraggio da parte della direzione orchestrale avrebbe dimostrato di avere ancora altre gemme nel sacco.

Ottimo il Belcore di Vittorio Prato, spavaldo e irruento senza essere caricaturale, così come buono è stato il Dulcamara di Maharram Huseynov, valido vocalmente, si è percepita meno a livello interpretativo la natura truffaldina e affabulatoria di un personaggio che fonda la sua sopravvivenza sul carisma con cui soggioga i poveri paesani.

Giuseppe Infantino

Chiude il cast la buona Giannetta di Eleonora Boaretto e il sempre efficiente Coro Lirico Marchigiano V. Bellini guidato da Christian Starinieri.

Per quello che riguarda regia, scene e costumi, questi ultimi curati da Stefania Cempini, ci attestiamo sul tradizionale che più tradizionale non si può, se escludiamo qualche timido inserto country, tipo i cappelloni da cowboy atti a farci comprendere che la vicenda si svolge nell’ America degli anni ’50, così come il grande sole caliginoso sullo sfondo che potrebbe essere tanto il Midwest come Pavullo nel Frignano e infatti le note di regia parlano di archetipi universali, insomma la campagna è campagna.

Le scene le luci e la regia affidati a Giuseppe Dipasquale sembrano infatti parlarci di un contado al confine tra Emilia-Romagna e Toscana, un paio di cipressi sullo sfondo e un sole un po’ velato dall’umidità, poi i covoni e le palizzate di prammatica, nel secondo atto la luna sostituisce il sole.

Parlando nello specifico di regia un po’ più di verve, di ironia, qualche piccola idea disseminata qua e là non ci sarebbero dispiaciute.  

In chiusura di sipario successo pieno per tutti.

La stagione lirica del Teatro delle Muse prosegue il 4 e il 6 dicembre con A Giacomo Leopardi e Cavalleria Rusticana binomio inedito che fa per una volta “divorziare” l’opera di Mascagni dal consueto Pagliacci.

Alla prossima.

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2 responses

  1. Fulvio Venturi ha detto:

    Ottima recensione, complimenti alla Signora Rocchetti

    1. Roberta Rocchetti ha detto:

      Grazie mille.

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