“Le Baccanti” al TAU 2026
di Alberto Pellegrino
30 Lug 2026 - Commenti teatro
Una originale lettura delle Baccanti nell’Anfiteatro di Urbisaglia (MC) per il TAU 2026.
(Foto Serena Pea)
Le Baccanti è l’ultima tragedia di Euripide, scritta nel 406 a.C. pochi mesi prima della sua morte e concepita in un contesto storico che vede la Grecia dilaniata dalla Guerra del Peloponneso e condannata a una crisi irreversibile destinata a travolgere anche la grande civiltà ateniese e tutta la società greca. Questo può giustificare il sostanziale pessimismo, il rifugiarsi nel mito e nell’esoterico da parte di un autore che in precedenza aveva prodotto una drammaturgia sostanzialmente laica, mentre ora scrive una tragedia apparentemente carica di segni e riti religiosi, che sembra voler rappresentare la vita umana come una profonda dissociazione tra divino e umano.
Mentre in Eschilo il piano umano finisce con coincidere col piano divino, il sacro cessa di essere crudele e il profano di essere rivolta, sacro e profano si riconciliano. In Sofocle sacro e profano conservano ancora una loro validità e grandezza e, nonostante un groviglio di contraddizioni, il sacro continua ad apparire come un piano cosmico a cui è ancorata la vita e dove l’essere umano ha ancora il potere di dire no, di non accettare il mondo quando decide che non vale più la pena di viverci e, a una visione sacra della vita, appaiono legate Elettra, Medea, Antigone.
Nelle Baccanti Dioniso sembra voler distruggere invece tutte le istituzioni sociali, separare gli uomini dalle donne che entrano in una dimensione di libertà ed erotismo. In una prima apocalisse Dioniso promette un nuovo paradiso dove uomo, dio e natura sono una cosa sola, dove non esiste più passato, presente e futuro, con un ritorno a un paradiso perduto in cui il vino, il latte e il miele sgorgano spontaneamente dalla terra e tutti ritornano ad essere nudi e innocenti. Ma la seconda apocalisse dionisiaca è celebrata nel segno della morte; è dominata dallo sparagmos (lo sbranare e fare a pezzi il corpo di una vittima) e dalla omofagia (il cibarsi delle carni crude fino al cannibalismo sacrale).
Le donne di Tebe sono possedute dal dio in una danza rituale dove sacralità ed eros diventano preghiera del corpo, dominio assoluto sui maschi. Ma quando la follia svanisce e si ritorna alla realtà, si scopre che il dio se n’è andato, che Tebe è vuota, che rimane solo il cadavere insepolto del re e una madre assassina che si autopunisce con l’esilio (“Addio, o casa: addio città dei miei padri: / Ti lascio nella sventura, / esule dalle mie stanze”).
Si tratta veramente di un’opera religiosa?
Le Baccanti è considerata una delle più grandi opere teatrali di tutti i tempi ed è stata vista come un’opera religiosa per il suo messaggio che è un monito a tutti gli uomini ad adorare la divinità. La tragedia tuttavia mostra alcune ambiguità: Dioniso appare una divinità spietata nel perseguire la sua vendetta e nel punire chi non ha creduto in lui, fino a sterminare gli stessi parenti (Penteo è suo cugino, in quanto figlio di Echione e di Agave, sorella di Semele) e a esiliare i sopravvissuti. Le stesse Baccanti sembrano più intente a compiere azioni violente che a celebrare con gioia i riti di Dioniso. Se Euripide avesse voluto scrivere un’opera religiosa, forse non avrebbe messo così in evidenza gli aspetti più sconcertanti del culto dionisiaco, lasciandone in secondo piano i lati positivi esaltati soprattutto in alcuni canti corali.
Per questo alcuni studiosi hanno avanzato l’ipotesi che l’opera non sia una riscoperta della religione, ma una invettiva antireligiosa come dimostrerebbe la critica finale che Cadmo rivolge a Dioniso (“Non è bene che gli dei rivaleggino nell’ira con gli uomini”), parole a cui il dio non risponde, limitandosi a ribattere che questa è la volontà di Zeus. La tragedia si chiude pertanto con molti interrogativi e nessuna risposta, mentre su tutto svetta la spietata vendetta di Dioniso. L’intera vicenda è soprattutto incentrata sullo scontro tra Penteo e Dioniso, ma nessuno dei due è un personaggio positivo: il dio appare privo di qualsiasi pietà verso gli uomini; il re di Tebe non sembra una persona razionale, ma un uomo tirannico, irascibile, chiuso nelle proprie convinzioni che non è disposto a mettere in discussione. I due personaggi sono in contrasto, ma anche speculari con Penteo che si traveste da Baccante e Dioniso che si rivela un despota spietato.
Nella tragedia greca il protagonista è di solito colpito da grandi disgrazie, ma non perde mai la propria dignità, non viene mai ridicolizzato o sbeffeggiato. Nelle Baccanti si assiste invece alla fine dell’eroe tragico, perché Dioniso non ha scrupoli nel prendere in giro Penteo fino a fargli perdere la dignità e a trasformarlo in una figura grottesca sconosciuta alla tragedia classica, che sembra in questo modo rinnovarsi e cercare nuove forme di teatro.
La follia
La cifra che attraversa le Baccanti è la follia che Euripide descrive nei suoi effetti più sconvolgenti. Vi è il delirio violento e sanguinario delle Baccanti animate da una forza sovrumana e bestiale, le quali sono anche portatrici di una società alternativa a quella civilizzata della moderna Tebe, una società a diretto contatto con la natura, in cui la donna dimentica la sua vita cittadina, per cui la follia diventa un mezzo per raggiungere la conoscenza diretta del dio nel proprio corpo e ottenere una maggiore consapevolezza di sé. Ad esse si contrappone il delirio voyeuristico di Penteo, che colpisce quanti non si riconoscono nel culto di Dioniso, che condanna chi cerca di violare il culto misterico e viene quindi punito con violenza. Al contrario le Baccanti conquistano la saggezza, ossia la capacità di discernere cosa sia davvero importante e quale sia il modo migliore di vivere.
La trama
Il dioDioniso, figlio di Zeus e di una donna mortale (Semele), giunge a Tebe per smentire chi nega la sua natura divina, per vendicare la morte della madre e per imporre la celebrazione dei riti dionisiaci, nei quali le donne rendono onore al dio come prese da una sacra follia. Il re di Tebe Penteo si rifiuta di riconoscere la divinità di Dioniso e lo considera una sorta di demone che ha ideato una trappola per adescare le donne. Invano Cadmo (nonno di Penteo) e Tiresia (l’indovino cieco) tentano di dissuaderlo dalla sua convinzione. Il re di Tebe fa imprigionare Dioniso (che ha assunto un aspetto umano), il quale scatena un terremoto che gli permette di liberarsi.
Dal monte Citerone un pastore porta notizie inquietanti: le donne, che stanno compiendo i riti dionisiaci, sono in grado di far sgorgare vino, latte e miele dalle rocce e, prese da un furore dionisiaco, si avventano sugli animali domestici e li squartano vivi con forza sovrumana; invadono i villaggi, devastano tutto e mettono in fuga la popolazione. Penteo è preso dalla curiosità e vuole assistere a questi riti, allora Dioniso lo convince a travestirsi da donna per poter spiare di nascosto le Baccanti, ma una volta giunti sul Citerone il dio aizza le donne contro Penteo. Esse sradicano l’albero sul quale il re era salito, si avventano su di lui facendolo a pezzi e tra queste c’è sua madre Agave che non l’ha riconosciuto.
Questi fatti sono narrati a Cadmo da un messaggero che è tornato a Tebe dopo aver assistito alla scena. Arriva Agave che porta in cima al tirso la testa di Penteo che, nel suo delirio di Baccante, crede essere la testa di un leone. Cadmo, sconvolto di fronte a quello spettacolo, riesce a far rinsavire Agave, che infine si accorge con orrore di ciò che ha fatto. A quel punto riappare Dioniso che spiega di aver architettato questo piano per punire chi non ha creduto alla sua natura divina e condanna Cadmo e Agave a essere esiliati in terre lontane. Con l’immagine di Cadmo e Agave, che commossi dicono addio alla loro patria, si conclude la vicenda.
Lo spettacolo del TAU 2026
Quest’anno il TAU/AMAT ha presentato nell’Anfiteatro romano di Urbisaglia una interessante messa in scena delle Baccanti per la regia di Simone Derai, che ha curato anche l’adattamento, le sovrascritture e i contagi di questa complessa tragedia, avvalendosi delle musiche e del sound design di Mauro Martinuz, degli essenziali ma eleganti costumi di Lauretta Salvagnin e dello stesso Derai, dell’efficace disegno luci di Eva Bruno e sempre di Derai.
Per questa produzione del Teatro Stabile Nazionale del Veneto si è avvalso dei bravissimi allievi del terzo anno di corso dell’Accademia Teatrale Carlo Goldoni, i quali hanno portato sulla scena una complessa performance in cui sono confluiti testo, recitazione, canto e soprattutto la danza per rappresentare un audace viaggio attraverso la tragedia, basato sulla trance come strumento poetico e teatrale.
I giovani attori hanno interpretato un sabba notturno, perché la regia ha voluto portare sulla scena quei riti dionisiaci che nel testo sono raccontati, mentre sono diventati una visione “sospesa tra estasi e sovversione” in una esperienza collettiva che vuole fondere e superare i confini tra l’umano e il divino. In questo modo il mito antico diventa violenza e si attualizza per mettere in discussione le convenziono sociali e le strutture del potere, per valorizza la presenza e l’accoglienza dello straniero, per esaltare il rapporto uomo-natura. Tutto l’insieme diventa un modo per entrare a contatto con la realtà al fine di conoscerla e fronteggiarla, perché altrimenti si finisce per subirla ed esserne travolti come avviene per Penteo, Agave, Cadmo e gli abitanti di Tebe.
Certamente lo spettacolo lascia poco spazio alla speranza ma cerca di metterci di fronte al futuro che ci aspetta. “Questo nostro Baccanti – suggerisce il regista Derai –è una pratica magica curativa per un mondo malato ed arido, terra devastata e sprecata, che transita per una primavera di rabbia, furia e maledizioni, una protesta che chiede di trovare ciò che è andato perduto nella pretesa dell’identità, nella follia della supremazia che trascina ogni esperienza politica al fallimento”.












