La canzone-simbolo “Il vecchio e il bambino” di Guccini compie cinquant’anni


di Alberto Pellegrino

2 Gen 2023 - Approfondimenti live, Dischi

A cinquant’anni di distanza della canzone Il vecchio e il bambino di Francesco Guccini, facente parte dell’album “Radici”, Pellegrino ripercorre alcune tappe del percorso di impegno politico dell’autore/poeta.

Copertina dell’album “Radici” in cui è inserita la canzone “Il vecchio e il bambino”

Parlare della poesia e delle canzoni di Francesco Guccini significa confrontarsi con oltre settant’anni di storia del nostro Paese, perché il cantautore emiliano ha sempre affrontato temi esistenziali, il culto della memoria e l’impegno politico in testi dall’indiscusso valore letterario che gli sono anche valsi il Premio Montale, per cui è diventato un punto di riferimento per diverse generazioni che si sono riconosciute nel suo mondo artistico.  

Le precedenti canzoni “politiche”

A soli ventuno anni Guccini compone Antisociale (1961), seguita nel 1964 da una delle sue composizioni più celebri, Auschwitz (La canzone del bambino nel vento), che diventa rapidamente un inno contro il razzismo e la violenza umana. Nel 1968 esce il suo primo 33 giri “Folk Beat N.1”, che contiene due canzoni particolarmente impegnate. La prima è L’atomica cinese, una composizione contro la minaccia nucleare che incombe sul pianeta (“Si è levata dai deserti in Mongolia occidentale/Una nuvola di morte, una nuvola spettrale che va / Sopra i campi della Cina, sopra il tempio e la risaia… / Copre il cielo fino al punto dove l’occhio può guardare e va… / Poi le nuvole si rompono e la pioggia lenta cade / Sopra i tetti delle case, tra le pietre delle strade, / Sopra gli alberi che muoiono, sopra i campi che si seccano, / Sopra i cuccioli degli uomini, sulle mandrie che la bevono, / Sulle spiagge abbandonate una pioggia che è veleno /E che uccide lentamente, pioggia senza arcobaleno”).

La seconda canzone è Noi non ci saremo, nella quale denuncia con spirito profetico il pericolo di un disastro ecologico, lasciando qualche spiraglio alla speranza (“Vedremo soltanto una sfera di fuoco, / più grande del sole, più vasta del mondo; / nemmeno un grido risuonerà e solo il silenzio come un sudario si stenderà / fra il cielo e la terra, per mille secoli almeno… / Poi per un anno la pioggia cadrà giù dal cielo / e i fiumi correranno la terra di nuovo verso gli oceani scorreranno / e ancora le spiagge risuoneranno delle onde / e in alto nel cielo splenderà l’arcobaleno… / E il vento d’estate che viene dal mare / intonerà un canto fra mille rovine, /fra le macerie delle città, fra case e palazzi che lento il tempo sgretolerà, / fra macchine e strade risorgerà il mondo nuovo… / E dai boschi e dal mare ritorna la vita, e ancora la terra sarà popolata; / fra notti e giorni il sole farà le mille stagioni / e ancora il mondo percorrerà / gli spazi di sempre per mille secoli almeno, / ma noi non ci saremo”).

Nel 1970 scrive La primavera di Praga, uno dei suoi testi più significativi nel quale condanna il comportamento dei sovietici che hanno soffocato la libertà del popolo ceco. La canzone celebra il suicidio-protesta dello studente di filosofia Jan Palach, il quale si è dato fuoco nella Piazza San Venceslao di Praga. Guccini collega Palach al suo connazionale Jan Hus, un teologo del XV secolo che, per aver protestato contro il mercimonio delle indulgenze, è stato scomunicato e arso vivo nel 1415. 

Francesco Guccini (Foto di Fabrizio Fenucci)

“Il vecchio e il bambino” una straordinaria e profetica canzone

Nel 1972 esce l’album “Radici” che, oltre a includere La locomotiva canzone-manifesto dell’intera discografia del cantautore emiliano, contiene Il vecchio e il bambino, un’altra canzone-simbolo per i significati poetici e profetici dell’argomento affrontato. In un racconto di sole sette quartine, un vecchio parla di un mondo ormai scomparso a un bambino che rimane affascinato da questa “fiaba”. Tra i due personaggi così diversi sono passate almeno tre generazioni, eppure questi sopravvissuti si tengono per mano e camminano insieme verso un futuro quanto mai incerto: il bambino rappresenta la scoperta, la fragilità e il dolore di un drammatico presente; il vecchio incarna una vita ormai vissuta, la memoria del passato, la rassegnazione per il male inflitto al nostro pianeta a seguito di una guerra nucleare o di una catastrofe ecologica. Lungo quel cammino senza meta, il vecchio dice al suo piccolo compagno: “Immagina questo mondo coperto di grano, di frutti, di fiori e di colori; immagina questa pianura tutta verde e illuminata dal sole che segnava le stagioni”. Il bambino, che non ha mai visto un mondo così meraviglioso e diverso da quello che lo circonda, chiede all’anziano: “Sono belle le fiabe, me ne racconti altre?”.

Il vecchio e il bambino rappresentano in modo emblematico il cammino stesso dell’umanità, che appare fragile, carica di nostalgia e di rassegnazione rispetto a un futuro incerto e nebuloso. Di fronte alla desolata pianura che si apre dinanzi ai suoi occhi, il vecchio sente il bisogno di raccontare con triste disincanto la visione di un mondo che appartiene al passato.  Le sue parole rievocano la bellezza di un vissuto ormai perduto per sempre, la nostalgia per un mondo che ora appare nebuloso e incerto. Il disastro nucleare e la devastazione ambientale sono rappresentati in modo incisivo ed emozionante: quel deserto coperto di polvere rossa, quella luce offuscata dal fumo degli incendi, quel silenzio agghiacciante riempiono di lacrime gli occhi del vecchio, provocano in lui un’ondata di ricordi che gli fanno venire in mente quanto fosse bella quella pianura con gli alberi, i fiori, i colori e le voci, Ora che tutto questo è scomparso, quel mondo lontano appare al bambino come un’invenzione della fantasia da parte del vecchio che, dopo aver subito “le ingiurie degli anni”, non riesce più a distinguere i sogni dalla tragica realtà che li circonda.

Il vecchio e il bambino

Un vecchio e un bambino si preser per mano
E andarono insieme incontro alla sera
La polvere rossa si alzava lontano
E il sole brillava di luce non vera.

L'immensa pianura sembrava arrivare
Fin dove l'occhio di un uomo poteva guardare
E tutto d'intorno non c'era nessuno
Solo il tetro contorno di torri di fumo.

I due camminavano, il giorno cadeva
Il vecchio parlava e piano piangeva
Con l'anima assente, con gli occhi bagnati
Seguiva il ricordo di miti passati.

I vecchi subiscon le ingiurie degli anni
Non sanno distinguere il vero dai sogni
I vecchi non sanno, nel loro pensiero
Distinguer nei sogni il falso dal vero.

E il vecchio diceva, guardando lontano
Immagina questo coperto di grano
Immagina i frutti e immagina i fiori
E pensa alle voci e pensa ai colori.

E in questa pianura, fin dove si perde
Crescevano gli alberi e tutto era verde
Cadeva la pioggia, segnavano i soli
Il ritmo dell'uomo e delle stagioni.

Il bimbo ristette, lo sguardo era triste
E gli occhi guardavano cose mai viste
E poi disse al vecchio con voce sognante
Mi piaccion le fiabe, raccontane altre.

Vi presentiamo due versioni della canzone:

Il vecchio e il bambino (Live@RSI 1982)

Il vecchio e il bambino (Remastered 2007)

Dopo qualche anno lo scrittore marchigiano Paolo Volponi, oggi caduto quasi nell’oblio, sembra raccogliere il messaggio lanciato da Guccini e nel 1978 pubblica il romanzo Il pianeta irritabile, una storia ambientata nel 2293 quando una terribile catastrofe ha ridotto il pianeta un triste paesaggio di colline di cenere, pianure coperte di polvere e rotte da crepacci, con stelle e pianeti che nascono e scompaiono, mentre la terra è sconvolta da esplosioni, blackout e terremoti, piogge di fuoco, sabbia rossa e pece.

Questa apocalittica favola fantascientifica ha quattro protagonisti: la feroce scimmia Epistola, l’oca Plan Calcule, elefante Roboamo e un nano che assume nomi diversi. Tutti sopravvissuti a una esplosione atomica che ha spazzato via il circo dove lavoravano, sono diventati tre animali post-umani, mentre il nano (che nelle favole è un uomo a metà, diviso tra viscere e cervello) rappresenta ciò che rimane dell’umanità. Sono tutti impegnati in un viaggio incerto e insicuro, senza prospettive e speranze, durante il quale lo scorrere del tempo è segnato dalla stanchezza e dalla fame.

Dopo avere attraversato ghiacciai e putride paludi, i quattro viaggiatori si calano sotto terra e rovistano tra resti di industrie e fabbriche, cumuli di città storiche, per poi riemergere con lo scopo di sconfiggere i loro nemici rappresentati dal Capitalista Supremo e il Generale Moneta, uno degli umani sopravvissuti che si mostra sempre più folle e violento, che alla fine viene sconfitto dai quattro post-umani dopo una sanguinosa e terribile battaglia. Si tratta di una conclusione non certo consolatoria, ma che lascia intravvedere flebile speranza. L’autore, da un lato, sembra affidarsi alla nostalgia consolatoria di un passato ormai lontano; dall’altro rappresenta l’allegoria di un mondo dove il capitale, il mercato e il denaro sono diventati una insostituibile legge di natura che non lascia spazi alla libertà. Considerato datato e imprigionato in una stagione culturale ormai trascorsa, Volponi ha creato un’opera nuova e ancora attuale, una miscela di fantascienza e di simbologia politica, uno straordinario romanzo che auspica il superamento di una società ciecamente dedita al profitto individuale. Prima dello scontro finale, il generale Moneta dice al nano: “Dio è con me. La storia è con me. Vuoi forse la fine della civiltà?”. Il nano gli risponde: “Tu non sei un uomo, né vero né finto; sei solo l’uomo alla fine dell’uomo. L’uomo che ha snaturato e lasciato l’uomo, sei tu”. Siamo di fronte a un’ammonizione e a una speranza ancora attuali: la totale distruzione del pianeta è ancora evitabile, se la vita umana sarà protetta dalla stupida razionalità di un sistema economico che costituisce il suo più grande nemico.

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