Jesi (AN): una vera sorpresa questa “Mirra”


Alberto Pellegrino

10 Ott 2002 - Commenti classica

Il Teatro Pergolesi nella Stagione lirica 2002 ha continuato a portare avanti il progetto finalizzato alla riscoperta della Civiltà Musicale Marchigiana che ha come primaria finalità il recupero e la riproposta di opere di autori marchigiani del tutto dimenticate o uscite dai repertori lirici dopo aver riscosso nel passato un successo di pubblico. Quest'anno è stata riportata sul palcoscenico jesino il 28 e 29 settembre la Mirra di Domenico Alaleona (Montegiorgio 1881 1928), opera composta nel periodo 1911-1912 e rappresentata un'unica volta nel 1920 presso il Teatro Costanzi di Roma con la direzione del M Arturo Toscanini, che già aveva eseguito in pubblico, anche alla Scala, l'Intermezzo dell'opera, un brano che aveva suscitato discussioni ed un vasto interesse per la novità del suo tessuto musicale. La stima di Toscanini per Alealona, ma anche gli apprezzamenti per il suo lavoro da parte di Mascagni e Puccini, costituiscono una prova del valore di questo musicista, apprezzato docente presso il Conservatorio di S. Cecilia, studioso della musica rinascimentale, autore di importanti manuali didattici, compositore di diversi brani per orchestra e canto, nonchè di questa unica opera lirica, tanto da essere considerato una delle personalità di maggiore rilievo nel panorama musicale italiano del primo Novecento.
Nel comporre la sua opera Alaleona ha rinunciato all'apporto di un librettista, per lavorare direttamente sul testo dall'omonima tragedia di Vittorio Alfieri, consapevole del peso che ha avuto il teatro alfieriano con la sua forza innovativa e rivoluzionaria nella storia della letteratura italiana. Il compositore del resto ha sempre frequentato nel corso della sua carriera testi letterari, a cui ha dato una veste musicale: basti pensare alle Quattro laudi spirituali italiane, al Cantico di Frate Sole, ad alcuni componimenti del Carducci e soprattutto alla lunga frequentazione con la poesia di Giovanni Pascoli, a cui sono dedicate le raccolte Canti di neve e di primavera, Melodie pascoliane e Canti di maggio.
Alaleona, pur essendo consapevole della difficoltà a cui andava incontro, ha scelto di musicare il quarto e quinto atto di Mirra per realizzare un'opera attraverso la quale si proponeva di rinnovare il melodramma italiano nel linguaggio e nei contenuti estetici. Per questo riteniamo di poter collocare il suo lavoro in un genere nuovo rispetto alla precedente opera lirica italiana, un genere che potrebbe essere definito teatro musicale, cioè una composizione dove il testo assume una grande importanza e richiede ai cantanti un notevole sforzo interpretativo, dove i versi alfieriani, così austeri e animati da grande forza interiore, ben si sposano con la tessitura drammatica dell'intera composizione, che raggiunge la sua punta più tragica ed elevata nel bellissimo Intermezzo.

La trama
La vicenda assume toni altamente tragici e particolarmente vicini alla sensibilità contemporanea incentrata com'è sul tema dell'amore incestuoso che la giovane Mirra prova verso suo padre, il re di Cipro Ciniro. E' stata Venere a porre nel cuore della giovane questo sentimento proibito per punire sua madre Cecri, la quale aveva osato sostenere che Mirra era più bella della stessa dea. Sconvolta da questa sovrumana possanza e per sfuggire al suo destino, la principessa ha deciso di sposare Perèo senza provare per lui nessun sentimento.
Il primo atto si apre con l'incontro fra Mirra e la nutrice, che manifesta le sue preoccupazioni per lo stato d'animo della giovane, segue quindi un colloquio con Perèo anche lui colto da dubbi circa la sincerità dei sentimenti della sua promessa sposa. Al momento di celebrare la cerimonia nuziale, Mirra appare come invasata dalla presenza di un demone e rivela a Perèo, in uno stato di semi – incoscienza, di non poterlo ingannare con delle nozze segnate dalla mancanza d'amore. Di fronte a questa confessione, il giovane rifiuta a sua volta di sposare Mirra e la scioglie dalla sua promessa, mentre il padre la rimprovera duramente. L'atto si conclude con un drammatico incontro tra Cecri e la figlia, che prova nei confronti della madre sentimenti contrastanti di amore filiale e di gelosia. Nel secondo atto il re Ciniro porta alla figlia la notizia della tragica morte di Perèo, che si tolto la vita non sopportando l'abbandono di Mirra, quindi il re chiede le ragioni del suo comportamento e quando Mirra gli rivela il segreto del suo terribile amore, Ciniro ha un moto di repulsione e questo induce la giovane a strappargli il pugnale e con esso a togliersi la vita. Il re fugge inorridito insieme alla regina, abbandonando la figlia al proprio destino. Accanto a Mirra agonizzante rimane solo la fedele nutrice che raccoglie con angoscia materna il suo ultimo respiro.

La regia
Piera Degli Esposti, chiamata a mettere in scena questa tragedia in musica, ha assolto magistralmente al suo compito, firmando una regia di stampo dichiaratamente teatrale che ha fatto leva sulla recitazione dei cantanti sottoposti ad un notevole sforzo interpretativo. Si è trattato di una scelta quanto mai giusta che Piera Degli Esposti deve aver sentito circolare in questi versi di Alfieri aria di famiglia come si può desumere dalla lettura del romanzo autobiografico Storia di Piera. Ha proposito di questo incarico la regista ha dichiarato: Ho accettato con entusiasmo la regia di MIRRA. Il soggetto è di notevole audacia e rappresentarlo in un'opera lirica mi pare molto interessante. Sento molta affinità con Mirra; provengo da una famiglia che avrei voluto incestuosa, segnata dalla speranza di sostituirmi a mia madre per essere a fianco di mio padre come moglie buona e vivere pienamente quella passione che nutrivo per lui. Nella messa in scena, Mirra non consumerà fisicamente il suo amore per Ciniro, ma comunque sarà penetrata dalla spada del genitore con cui lei stessa si darà la morte .
Lungo il percorso dello spettacolo la regia ha disseminato citazioni gestuali proprie del teatro greco, ma anche richiami al cinema muto italiano degli anni dieci venti (un omaggio al periodo storico in cui l'opera è stata composta), curando in particolare gli atteggiamenti e la gestualità di Mirra, splendidamente interpretata dal soprano Denia Mazzola Gavazzeni. A connotare maggiormente il personaggio di Mirra la regia ha fatto indossare alla principessa un abito nero (segnale del destino di morte incombente), in forte contrasto con la policromia dei costumi della corte, stabilendo nello stesso tempo un ideale collegamento con le tuniche nere del Coro. Piera Degli Esposti ha voluto esprimere questa atmosfera di morte che incombe sulla vicenda anche attraverso la scenografia minimalista di Giovanni Carluccio, costituita da una superficie a due piani e, nel primo tempo, da un fondale di velo nero che, al momento della celebrazione degli sponsali, ha rivelato al suo interno il coro disposto su due file di volti bianchi atteggiati secondo i caratteri delle maschere greche equamente divise fra tragico e grottesco. Nello stesso momento delle fanciulle con in capo delle coroncine luminose sottolineavano il contrasto tra festa e tragedia che si stava consumando sulla scena. Nel secondo atto una parete bronzea chiudeva il fondo della scena che recava al centro una grande ferita attraverso la quale si aveva la sensazione di penetrare nel cuore magmatico della terra, scavato da un incolmabile solco di dolore. La regia ha usato le luci per sottolineare i vari passaggi dell'azione con intuizioni di grande efficacia, come il taglio rosso che ha investito Mirra all'ingresso in scena del padre o le luci che hanno scolpito i visi bianchi del coro nel corso dei suoi interventi. Sul lato destro della scena, con una citazione dal sapore psicanalitico, Piera Degli Esposti ha collocato i giocattoli cari all'infanzia di Mirra, a marcare il ricordo di un'età felice quando poteva amare ed essere amata dal padre senza essere soffocata dai sensi di colpa.
Il primo atto è risultato molto efficace sotto il profilo drammaturgico soprattutto nella sequenza degli sponsali per poi raggiungere il suo punto culminante nell'incontro sconto fra Mirra e sua madre Cecri, quando alle manifestazioni d'affetto e di pietà della donna si sono contrapposti i contrastanti sentimenti della giovane divisa tra l'amore di una figlia e la gelosia di un'amante che vede di fronte a sè la sua rivale. Il dolore della regina fa da controcanto alla disperazione di Mirra, che si chiude in se stessa, raccogliendosi in una posizione fetale. L'Intermezzo raccoglie, sintetizza e rafforza le suggestioni drammatiche del primo atto, precorrendo la fatale conclusione della tragedia, grazie anche all'inserimento del coro che ha usato la voce come uno strumento aggiuntivo all'orchestra con risultati di grande intensità .
Nel secondo atto si è assistito allo scontro fra Mirra ed il padre in una sequenza di attrazione repulsione che ha finito per travolgere la mente della giovane, ferita a morte dalla notizia del suicidio di Perèo, dalla consapevolezza dell'orrore che il suo sentimento ha suscitato nel padre. Mirra, ormai dissociata dal mondo, sembra cercare un ultimo rifugio nell'abbraccio della bambola dell'infanzia in un tentativo di regressione verso un'innocenza perduta per sempre. Ma anche questa barriera finisce per essere una fragile difesa incapace di far uscire Mirra da quell'isola di disperazione in cui è precipitata. Abbandonata al suo destino dai genitori straziati e inorriditi, oppressa da una sconfinata solitudine, a Mirra non rimane che darsi la morte pugnalandosi al basso ventre, sede del suo incestuoso desiderio, cedendo ad un feroce bisogno di autopunizione e brandendo la spada del padre come strumento sostituivo di un impossibile amplesso. Accanto alla giovane morente resta soltanto la fedele nutrice, che la stringe fra le braccia come una pia donna delle antiche Pietà medioevali e che raccoglie il suo ultimo respiro con un urlo congelato di dolore, che trasforma la viva e la morta nell'armonia pietrificata di un gruppo scultoreo.

(Alberto Pellegrino)


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