Jesi (AN): ottime edizioni di “Barbiere” e “Macbeth”


Alberto Pellegrino

5 Nov 2002 - Commenti classica

Il barbiere di Siviglia

Dopo l'importante apertura con la riscoperta della Mirra di Alaleona in una bella edizione che ha fatto apprezzare l'importanza di quest'opera del maestro marchigiano nel quadro del Novecento italiano, il cartellone jesino ha proposto un capolavoro assoluto dell'opera comica come Il barbiere di Siviglia in un ottimo allestimento che ha reso al massimo tutta la briosità , l'eleganza, il fascino dello spartito rossiniano, grazie alla puntuale direzione del maestro Lukas Karytinos, che guidato con sicurezza l'Orchestra Filarmonica Marchigiana, e del Coro Lirico Marchigiano Bellini diretto dal M Carlo Morganti. Di alto livello anche la prestazione dei cantanti, con qualche riserva per il tenore Giovanni Botta forse non ancora maturo, data la giovane età , per una parte impegnativa come quella del Conte d'Almaviva che si presenta complessa non soltanto sotto il profilo musicale ma anche interpretativo. Particolarmente apprezzabile l'interpretazione del soprano francese Elizabeth Vidal, cantante raffinatissima e capace di coloriture di particolare efficacia, dal timbro luminoso e dalle grandi qualità virtuosistiche, la quale ha saputo rinverdire con una prestazione di alto livello la tradizione di affidare la parte di Rosina non ad un contralto, ma ad un soprano come era già avvenuto in passato per alcune grandissime interpreti (Toti dal Monte, Maria Callas). Altra grande interpretazione è stata fornita dal basso buffo Domenico Trimarchi che ha tratteggiato in modo particolarmente efficace il personaggio di Bartolo nella scia di una consolidata tradizione italiana che ha sempre avuto grandi interpreti per questo personaggio. Insinuante ed ambiguo quanto basta è stato il giovane Don Basilio di Francesco Palmieri, un basso di sicuro avvenire, come apprezzabile è stata la Berta di Alessandra Franceschi. All'altezza della complessità del personaggio di Figaro i due baritoni Domenico Balzani e Angelo Veccia ed in particolare quest'ultimo, nella rappresentazione del 13 ottobre, ha dominato la scena non solo con la voce, ma anche con il brio di un'interpretazione spigliata, ironica e giustamente ammiccante.
Il merito di questo spettacolo di sicuro successo è anche da attribuire alle belle scene di Antonio Mastromattei che ha saputo costruire una parete casa che vari contenitori di eventi, tutta costruita sulle tonalità pastello ben intonate con gli eleganti costumi dei personaggi, ma soprattutto alla brillante regia di Enzo Dara che nel passato è stato un basso buffo di eccezionale qualità interpretative anche nei panni del Dottor Bartolo. Memore della lezione registica di Jean-Pierre Ponnelle che negli anni Settanta mise in scena alla Scala uno straordinario Barbiere, dove appunto Dara era un grande Dottor Bartolo. Il regista di questa edizione ha puntato sul brio e sulla carica comica dell'opera, ha saputo ben delineare i vari personaggi (compreso quello del cameriere muto e sonnolento) trovando piena rispondenza nelle qualità interpretative dei cantanti, ha mosso con abilità coro e comparse pur cedendo a qualche piccola sbavatura (il girotondo degli ubriachi nel secondo atto poteva essere benissimo evitato), riuscendo nel complesso a costruire uno spettacolo elegante e divertente, degno di qualsiasi palcoscenico italiano.

Il Macbeth di Giuseppe Verdi

Mettere in scena il Macbeth di Verdi dovrebbe impensierire qualsiasi teatro lirico per la complessità musicale di questa partitura e per l'impegno richiesto ai cantanti soprattutto per quanto riguarda i due protagonisti. Eppure il Teatro Pergolesi ha avuto il coraggio di affrontare questa impresa ed i fatti hanno dato ragione alla direzione artistica, che ha saputo mettere in piedi un'edizione di tutto rispetto che purtroppo non è stata apprezzata nei suoi meriti a causa della scarsa frequenza da parte del pubblico degli appassionati di lirica, che hanno perduto l'appuntamento con uno spettacolo verdiano di ottimo livello. Verdi affronta con l'apporto di Francesco Maria Piave per la prima volta un testo dell'amato Shakespeare e da questo incontro nasce un'opera maestosa e possente fin dalla tempestosa introduzione orchestrale e dal coro delle Streghe formato da tre gruppi di soprani, prologo all'apparizione del protagonista e all'avvio dell'azione drammatica dove compare ben presto lo straordinario personaggio di Lady Macbeth, motore tragico e crudele di tutta la vicenda che si conclude drammaticamente con l'abbattimento del sanguinario tiranno e il ripristino della legalità e della giustizia. Il direttore statunitense Niels Muus, alla guida dell'Orchestra Filarmonica Marchigiana, ha interpretato lo spartito con la giusta dose di intensità drammatica ed il Coro Lirico Bellini ha superato positivamente una prova particolarmente impegnativa per lo spessore e la difficoltà della parte corale. Apprezzabile la prova dei cantanti con particolare merito dei due baritoni Franco Vassallo e Giuseppe Garra che si sono alternati nelle quattro rappresentazioni (24-25-26-27 ottobre) al pari dei due soprani chiamati a sostenere il difficile ruolo di Lady Macbeth, Paola Romanò affermato soprano drammatico che si è affidata alla potenza della voce e alla sue doti tecniche, Simona Baldolini, giovane soprano emergente che ha messo in evidenza una forte personalità interpretativa, conferendo al personaggio di Lady Macbeth determinazione, crudeltà e sensualità tesa a soggiogare la volontà a volte vacillante del consorte. Il regista Mario Corradi ha curato una messa in scena di grande efficacia drammaturgica, facendo leva sull'imponente scenografia proveniente dal Teatro dell'Opera di Marsiglia e sfruttandone la duttilità ambientale con la scena che passa dal fosco paesaggio del sabba delle streghe ai rudi bastioni dove appare all'inizio il cadavere insanguinato del re Duncan ed alla fine quello di Macbeth, che si trasforma nell'interno del castello o negli inquietanti tentacoli della foresta di Birnam. Corradi ha scelto come chiave interpretativa l'analisi impietosa delle aberrazioni della follia cui la brama del potere può condurre una coppia borghese ed ha voluto materializzare e rendere corpose non solo le streghe, che incarnano il fascino della bellezza femminile anche nella frenesia del sabba infernale, ma le stesse allucinazioni che affliggono la coppia regale e diventano dei veri e propri incubi con la materializzazione in scena dei fantasmi di Banco e di Duncan durante la festa di corte, degli otto Re evocati nel terzo atto. Sete di potere e lussuria sono le passioni che divorano i due personaggi e la regia sottolinea la componente erotica che segna il rapporto di coppia e che si trasmette attraverso i corpi non solo nella scena dell'amplesso, ma anche di fronte ai fantasmi della festa. Una mescolanza di tragedia e lussuria con la regina che si deterge nuda entro una grande vasca da un'immaginaria ed ossessiva presenza di macchie di sangue, che si aggira per la reggia in preda alla pazzia, alludendo ad un possibile gioco sessuale con il medico scambiato per il marito. Alle atmosfere esterne cariche di nebbie con le luci che forano dall'alto un'inconsistente parete grigio azzurra si alternano le cupe atmosfere interne dove si consuma l'orgia del sangue e del potere, atmosfere rafforzate da un sapiente impiego cromatico dei costumi (circa seicento e tutti molto belli): con i sicari che si muovono come un incubo nero; con l'intera corte che celebra la festa reale in abiti rossi sangue; con il coro degli esuli che piange il proprio dolore per la patria oppressa dalla tirannia chiuso in abiti grigi; con la regina che si muove sulla scena come un nero angelo del male o un bianco simulacro della follia.

(Alberto Pellegrino)


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