Intervista allo scrittore Erri De Luca
a cura di Francesca Bruni
18 Feb 2026 - Interviste, Letteratura
Francesca Bruni ha avuto l’onore ed il piacere di poter intervistare lo scrittore Erri De Luca che ha raccontato la sua vita tra politica, scrittura ed alpinismo. Uno degli scrittori più importanti dei nostri tempi, combattente, forte ed energico, con una vita in mezzo alle montagne, alla letteratura e a un credo politico e sociale diretto e potente.
(Foto messe a disposizione dalla Fondazione Erri De Luca)
Erri De Luca è una delle voci più intense e riconoscibili della letteratura italiana contemporanea. Nato a Napoli nel 1950, ha attraversato alcune delle stagioni più significative della storia recente del Paese, dall’impegno politico giovanile al lavoro operaio, fino alla scelta di dedicarsi completamente alla scrittura.
Autodidatta e profondo conoscitore delle Sacre Scritture – che legge e traduce dall’ebraico antico – De Luca ha costruito un’opera letteraria essenziale e potente, capace di intrecciare memoria personale, riflessione civile e spiritualità. Nei suoi libri la parola è scarna, precisa, carica di significato; ogni frase sembra scolpita, nutrita dall’esperienza diretta e da un forte senso etico.
Autore di romanzi, racconti e testi di meditazione, ha saputo raccontare Napoli, il lavoro, l’esilio, la montagna e la responsabilità individuale con uno stile inconfondibile, fatto di silenzi, immagini nitide e profonda umanità.
INTERVISTA
Mi parla del periodo della sua vita durante il quale fece parte del movimento politico “Lotta Continua”?
Negli anni 70, i miei venti, ho fatto parte di un movimento rivoluzionario pubblico, non clandestino. Un solo esempio di quell’attività: la periferia di Roma era fitta di baraccopoli, mentre intorno a quelle sorgevano palazzi che la speculazione edilizia lasciava vuoti. Con le centinaia di famiglie di baraccati organizzavamo occupazioni. Il seguito era tempestoso ma alla fine molti alloggi venivano assegnati.
Quando è iniziata la sua passione per la scrittura?
Nell’infanzia c’erano molti libri in casa. Dalla loro lettura è venuta come in discesa anche la mia scrittura, con la quale mi sono tenuto compagnia da allora.
Cosa significava credere nelle proprie “ideologie” in un’Italia che viveva gli “Anni di piombo”?
Le ideologie non erano religioni né ortodossie. Erano schieramenti che servivano a meglio inquadrare le lotte operaie e studentesche di quegli anni. Personalmente respingo la definizione anni di piombo, titolo di un film tedesco, raccattato e usato da un giornalismo minore.
Ha tradotto la Bibbia cercando di mantenere la sua lingua originale; cosa lo ha spinto a tradurre testi sacri?
L’ammirazione per una divinità che si manifesta con lo strumento della parola. E disse: questo è il verbo più usato dalla divinità nella scrittura sacra. Quelle parole fissate in ebraico antico precedono e determinano gli avvenimenti, dal creato in poi. Sono diventato un loro lettore, non un loro credente.
Mi può spiegare quali sono le differenze tra il “Radicalismo” degli anni ‘70 e quello di oggi, nella Sinistra attuale?
Non riconosco alcun radicalismo nella opposizione attuale al governo di destra. È in concorrenza, non in contrasto: i concorrenti vendono la stessa merce. Da qui proviene l’astinenza degli elettori.

Essendo stato un attivista della “Sinistra extraparlamentare”, come vide l’uccisione di Aldo Moro e secondo lei con una trattativa costruttiva tra i partiti in causa, si poteva evitare?
È passato mezzo secolo, oggi quell’azione è inconcepibile, come il clima politico di allora. Neanche col senno di poi credo in un’alternativa. Fu un vicolo cieco.
La strategia politica del cosiddetto “Compromesso Storico”, tra la Democrazia Cristiana ed il Partito Comunista Italiano degli anni ‘70, sarebbe stata una soluzione salvifica per il nostro paese?
Non lo era. Il partito comunista doveva prima passare attraverso la cancellazione del nome comunista e lo snaturamento della sua politica operaia, diventando un partito della borghesia.
Nei suoi libri la parola sembra avere un peso morale, quasi sacro, crede che oggi la letteratura abbia ancora una responsabilità etica, o che sia diventata soprattutto un atto individuale?
La letteratura racconta la natura umana senza censurarsi il peggio. Sono lettore più che scrittore e so che la letteratura può descrivere tutto. La frase: non ci sono parole per … è semplicemente falsa. Leggere resta però un atto personale e privato. Non ha altro scopo che di ingrandire la conoscenza della persona umana.
Lei ha spesso scritto del silenzio come spazio necessario alla parola. In un’epoca di comunicazione continua, cosa rischiamo di perdere se non sappiamo più tacere?
Il silenzio non è una pratica monastica, è solo la predisposizione ad ascoltare, l’offerta di attenzione rivolta a una persona o alla natura.
Lei ha difeso l’idea che la parola possa “incitare” quando denuncia un’ingiustizia. Crede che uno scrittore debba accettare il rischio legale e personale delle proprie posizioni, oppure esiste un limite oltre il quale la parola dovrebbe fermarsi?
Uno scrittore ha per compito l’uso della parola. Come cittadino deve operare perché tutti abbiano diritto alla parola, non solo i propri colleghi magari censurati o imprigionati. Sono stato incriminato, processato e assolto per delle mie parole. Le ho difese ripetendole. Il limite alla libertà di parola sta nel codice: non si può calunniare e diffamare una persona e non si può fare apologia di fascismo.
Nei suoi scritti sono presenti tematiche come la solitudine e la guerra, temi molto attuali ancora oggi, cosa ne pensa della situazione che sta avvenendo tra la Russia e l’Ucraina?
L’invasione dell’Ucraina è il più minaccioso ritorno della guerra in Europa. L’Ucraina è il paese europeo che confina con il maggior numero di Stati dell’Unione. Seguo da volontario di aiuti umanitari la guerra dall’inizio e vedo che lo spirito di resistenza del popolo è forte. Sul fronte militare le cose vanno meglio per l’Ucraina. L’effetto dell’invasione ha unito di più gli Stati europei, con minime eccezioni.

È anche un grande appassionato di alpinismo e di arrampicata, quali sono le sensazioni che prova quando raggiunge la vetta?
La cima è solo il punto d’inversione di marcia. Dura il tempo di una pausa. L’entusiasmo sta nella salita, nei passaggi superati, nella concentrazione.


La sua visione della solitudine è positiva e fondamentale per l’essere umano; a suo giudizio, perché nella nostra società abbiamo paura di confrontarci con noi stessi e di rimanere in solitudine?
Siamo esseri sociali. La solitudine è uno stato di eccezione, dovuto spesso a circostanze dolorose. Nel mio caso è diventata un’abitudine favorita da letture e scritture.









