Intervista all’attrice Valeria Cavalli


a cura di Francesca Bruni

27 Mag 2024 - Approfondimenti cinema, Interviste

Valeria Cavalli, modella, attrice di cinema e serie tv, ci ha concesso al telefono questa bellissima intervista in cui si è raccontata, regalandoci uno spaccato della storia del cinema italiano e non solo. Il suo ultimo lavoro “Le cose che amiamo di Ale”, regia di Thomas Kadman, è in concorso all’Ischia Global Film Festival 2024.

(Le foto ci sono state gentilmente concesse dall’intervistata)

Abbiamo raggiunto telefonicamente Valeria Cavalli, attrice dalla simpatia e talento ineguagliabile; si è raccontata per Musiculturaonline, regalandoci aneddoti e pezzi di storia del cinema italiano ed internazionale.

Ne è scaturita un’intervista da leggere tutta d’un fiato e scoprire aspetti meravigliosi del mondo cinematografico, televisivo e teatrale.

Valeria Cavalli, bellezza raggiante, ha conquistato numerosi registi di cinema di genere e non solo, tra cui Lamberto Bava, Dario Argento, Lucio Fulci, Ettore Scola, Maurizio Scaparro, Bruno Cortini, Mario Missiroli, Giuseppe Tornatore, Francesca Staasch e molti altri.

Fotomodella italiana innamorata del cinema, ha scelto di diventare attrice. Molto apprezzata in Francia e in America, prende parte a film internazionali.

Ha lavorato in una cinquantina di film e, volto televisivo versatile, è apparsa in tantissime serie tv di successo, tra cui “Un posto al sole”.

Ha lavorato al fianco di attori del calibro di Massimo Ranieri, Irene Papas, Enrico Maria Salerno, Tino Carraro, Marcello Mastroianni, Bud Spencer, Stefania Sandrelli, Enrico Lo Verso.

È recentissima la notizia che il mediometraggio, in cui Valeria Cavalli è nel cast, “Le cose che amiamo di Ale”, per la regia di Thomas Kadman è in concorso all’Ischia Global Film Festival, un festival importante, con oltre 20 anni di storia.

INTERVISTA

D. Ha iniziato la sua carriera come modella. Quando è avvenuta la svolta nel mondo del cinema?

R. Ero studentessa, era l’inizio delle TV private – le trasmissioni erano ancora in bianco e nero – ed ho iniziato a lavorare per un paio di TV a Torino, tra cui “Tele Torino International”. Oltre a presentare qualche programma, registravamo le pubblicità e lì ho incontrato molti attori di teatro di Torino, alcuni dei quali erano i fondatori della scuola del Teatro Nuovo. Mi parlarono dei loro corsi ed io mi iscrissi alla scuola, che seguii per due anni.

Più avanti ho iniziato a fare la modella e mi sono trasferita a Milano. Era un periodo molto effervescente, ricco di provini non solo per la pubblicità, ma anche per presentare programmi televisivi o per partecipare a dei film.

Ad un certo punto sono approdata a Roma, dove un’amica mi ha presentato un agente. Così ho iniziato a fare la spola tra Milano e Roma, dove andavo a fare i provini per fare il “salto”; a volte arrivavo in produzione e mi dicevano, “Ah sì, avevi appuntamento col regista, ma è andato a fare dei sopralluoghi, tornerà domani”, io diventavo matta, l’andata e ritorno Roma la odiavo, odiavo Roma, odiavo tutto!

Finalmente ho ottenuto un ruolo in una serie televisiva di grande qualità (all’epoca lo erano tutte): “All’ombra della grande quercia”, con Massimo Ranieri, Irene Papas, Enrico Maria Salerno, Tino Carraro, attori di un calibro incredibile. Io avevo un bellissimo ruolo, molto importante, perché ero una ragazza che veniva dall’Irpinia, c’era stato il terremoto proprio qualche anno prima ed era ancora tutto disastrato. C’erano i primi scandali degli aiuti che non arrivavano. Rappresentavo una persona sicura, che non voleva aiuti, che faceva volontariato, che doveva laurearsi. Ero la fidanzata di Massimo Ranieri. Insomma, era veramente un ruolo molto bello. Ranieri fu gentilissimo con me e da allora tra noi c’è un ottimo rapporto. Vent’anni dopo si è ricordato di me per il film diretto da Maurizio Scaparro “L’ultimo Pulcinella”. Ci siamo ritrovati ed è stato come se non ci fossimo mai persi di vista.

Quindi la svolta è stata più o meno casuale, perché se non fossi mai capitata a Roma dalla mia amica, non avrei mai trovato un agente. E fu casuale anche per via dei corsi di recitazione seguiti al teatro Nuovo di Torino, che si sono rivelati molto utili.

Il mio primo film cinematografico è stato “Bomber” con Michele Lupo come regista e Bud Spencer come protagonista. Era l’epoca di quel tipo di film, leggeri ma molto popolari e fatti bene.

Un altro film leggero ma seguitissimo è stato “Giochi d’estate”, di BRUNO CORTINI, in cui ero in coppia con Massimo Ciavarro. È andato in onda “miliardi” di volte e la gente mi fermava ancora per strada 10 anni dopo riconoscendomi per quel film, anche dopo l’uscita di “Mario, Maria e Mario” di Ettore Scola che invece avevano visto in pochi e io trovavo tutto così assurdo!

D. Una delle sue prime esperienze cinematografiche è stata nel film horror “La casa con la scala nel buio” di Lamberto Bava del 1983 in cui interpreta il ruolo di Katia; cosa ricorda di quel periodo e se c’è stato qualche particolare aneddoto durante le riprese?

R. Ho girato “La casa con la scala nel buio” prima di “Giochi d’estate”, ma più o meno il periodo era quello. Ho girato due horror, l’altro era “I guerrieri dell’anno 2072” di Lucio Fulci, in cui mi uccidevano all’inizio: mi accasciavo contro un vetro lasciando una scia con la faccia piena del sangue che usciva dalla bocca era di grande effetto!

Durante le riprese del film “La casa con la scala nel buio”, ho scoperto l’artigianalità degli effetti speciali che poi ho ritrovato praticamente più di trent’anni dopo con Dario Argento, con il siringone pieno di sangue del re degli effetti speciali, Sergio Stivaletti. Era tutto talmente artigianale che per girare la scena in cui l’assassino trascinava il mio cadavere per le scale abbiamo provato 1000 espedienti per evitare di non farmi sbattere la testa e la schiena sui gradini. Qualsiasi protezione venisse messa, la si vedeva. Alla fine, ho detto OK anche se mi fate male, basta che giriamo! Anche perché giravamo di notte e l’alba stava per spuntare. Il film è diventato un cult dell’orrore, è stato tradotto in moltissime lingue, in America ha incassato 800 milioni di lire.

Ho lasciato le pubblicità dopo aver girato un film con un regista di peso che non voleva che il suo film fosse tagliato da una pubblicità in cui io vendevo qualcosa. Già! All’epoca i registi non volevano che i loro film fossero “tagliati” dalla pubblicità. Ed io ho obbedito. In realtà è stata una scelta che andava fatta, dopo 10 anni questa vena si sarebbe comunque esaurita.

Così mi sono trasferita a Roma, continuando a studiare, canalizzando tutte le mie energie nel campo della recitazione. Scoprivo un mondo, scoprivo ed apprezzavo la Romanità.

All’epoca eravamo tutti giovanissimi ed è sempre interessante vedere come i propri compagni di viaggio siano andati avanti. Chi è diventato regista, chi produttore, chi ha continuato a recitare. Mi fa sempre molto piacere vederli sullo schermo, grande o piccolo che sia.

Le primissime cose che ho fatto in televisione sono state per la Rai di Torino. Una di queste era “Lulù – Il vaso di Pandora”, con Stefania Sandrelli come protagonista. Essendo il regista Mario Missiroli, praticamente facevamo teatro, con la lettura e le prove a tavolino prima, a seguire le prove in piedi e alla fine si era pronti per girare.

Ho anche girato una serie che si chiamava “Aeroporto internazionale”, anche quella in bianco e nero, regia di Paolo Poeti ed Enzo Tarquini e anche lì si provava! Questo procedimento faceva sì che non si perdesse tempo al momento di girare. Non c’era più spazio per errori di luci, di inquadrature, o di recitazione. Prendere il tempo di provare è essenziale.

D. Nello stesso anno del film “La casa con la scala nel buio” (1983) conduce il varietà televisivo “Fantastico 4” insieme a Gigi Proietti ed Heather Parisi. Che clima si respirava in quegli anni e quanto, secondo lei, è cambiata la televisione?

R. Quella purtroppo è stata un’edizione non molto fortunata. “Fantastico” aveva subito un momento di crisi l’anno precedente. Credo che l’avessero interrotto per due anni e stessero facendo degli esperimenti. Cercavano una nuova via e avevano scelto Gigi Proietti con “Gli optional”, che era un gruppo di attori della sua scuola (tra l’altro alcuni sono diventati famosi, come Giorgio Tirabassi). Canale 5 ci fronteggiava con “Premiatissima”, un programma che assomigliava al vecchio “Canzonissima”.

Quindi di quel periodo ricordo che c’era una grossissima attenzione della Rai nei confronti di Canale 5, c’era un’estrema competitività, questo assoluto bisogno di riuscire a farcela. Ognuno faceva del suo meglio, però alla fine si brancolava nel buio perché ancora i gusti del pubblico erano vaghi o diciamo piuttosto che le reti non avevano ancora la capacità odierna delle TV generaliste di manipolare il pubblico.

D. Nelle sue interpretazioni che emozioni ama trasmettere al pubblico?

R. Non sono io che trasmetto, penso che il pubblico provi delle emozioni a seconda di quello che la storia suscita, la storia del personaggio, quello che accade al personaggio. E poi non dipende solo da noi attori, la regia è fondamentale. C’è una scelta artistica. Al cinema il film è del regista, è lui che decide quello che vuole trasmettere, l’attore è a sua disposizione e collabora con lui per dare una vita al personaggio.

D. Ha lavorato a fianco del grande attore Marcello Mastroianni nel film “Stanno tutti bene” di Giuseppe Tornatore. Che atmosfera si viveva sul SET?

R. Era bella! È stato un bel periodo, oltretutto durante le riprese, Giuseppe Tornatore ha vinto l’Oscar e questo ha giovato al buon umore di tutti. C’era molto rispetto da parte della troupe sia per Mastroianni che per Tornatore e viceversa. Marcello Mastroianni amava molto raccontare aneddoti, raccontare di sé e quindi era una piacevolissima compagnia. Come attore era molto concentrato sul suo personaggio, non lo lasciava mai. Ci entrava mentre era al trucco (si truccava nel suo camper) usciva di lì con il personaggio addosso e lo lasciava solo quando era finita la giornata. Era rassicurante. Anche Peppuccio (Tornatore) quando dirige è molto rassicurante, non si arrabbia mai.

“Stanno tutti bene”, V. Cavalli con Marcello Mastroianni

D. La sua interessante carriera è costellata da svariati generi cinematografici. Qual è il film a cui si sente particolarmente legata?

R. Diciamo che questo di Tornatore sicuramente è un film a cui sono molto legata, anche perché ha segnato, per me, un passaggio, un salto di qualità. Insieme a “Mario, Maria e Mario” di Ettore Scola ovviamente; qui addirittura ero la protagonista femminile, con Enrico Lo Verso che in quel momento aveva avuto molto successo con “Ladro di bambini”. Tra l’altro poco tempo prima mi ero proprio detta “oh come mi piacerebbe lavorare con questo attore”. Ettore Scola, grande maestro, costruiva il personaggio su di te, a tua insaputa. Sapeva leggere le persone, captare la loro umanità. Ne estrapolava la caratteristica secondo lui più interessante, una qualità o una debolezza che potesse andare bene per il personaggio e la sapeva mettere in scena. Con lui era tutto spontaneo, ma dietro c’era il suo studio dell’attore che doveva incarnare il personaggio. Era un regista fuori serie.

D. Se dovesse descrivere Valeria Cavalli come attrice, come si definirebbe?

R. Questa domanda io la salterei, non saprei neppure dire chi è Valeria Cavalli. Sono uno scorpione! Però quando lavoro sono molto contenta e si vede. Sono proprio contentissima. Un pesce nell’acqua.

D. È molto nota anche all’estero per avere recitato in diverse pellicole straniere. Quanto è diverso il cinema internazionale rispetto a quello italiano?

R. Mah, oramai penso che sia tutto uguale. Diciamo che la differenza più grossa tra l’Italia e altri Paesi è più che altro economica, perché a meno di essere un capolavoro, un film recitato in italiano ha meno possibilità di essere visto nel mondo.

Però in Italia ho fatto dei film a bassissimo costo che sono dei gioielli. Per esempio “Happy days Motel” di Francesca Staasch, prodotto per esperimento all’inizio di RAI PLAY, un film che si poteva solo vedere online. È un film grottesco che finora ha trovato solo consensi. L’ho fatto perché Francesca Staasch mi è piaciuta quando l’ho incontrata e mi è piaciuta la sceneggiatura, il risultato è perfetto, nonostante il low budget.

D. Come è stata scritturata dal genio del brivido Daria Argento per il film “La terza madre” del 2007?

R. Non mi ha parlato molto del film. Mi ha chiesto più che altro se fossi d’accordo nell’essere uccisa come poi è stato ucciso il mio personaggio. La sua preoccupazione era quella. Mi ha detto “ti dico subito come morirà il tuo personaggio devi dirmi se ti va bene”. Ho risposto “ma assolutamente sì, cercherò di non far vedere il film a mio padre”. È anche una persona molto spiritosa, fa delle battute British.

D. Mi racconta della sua esperienza nella fiction “Un posto al sole”, in cui ricopriva il ruolo di Gloria Fournier?

R. Avevo un personaggio cattivo, perché era proprio cattivo. C’era questo FERRI, che era diventato troppo buono ed avevano bisogno di un elemento esterno nuovo che lo destabilizzasse, lo facesse tornare cattivo, per cui io avevo questo personaggio veramente disdicevole con un compito specifico. Mi avevano detto “finirai al termine della stagione perché poi una volta che lui sarà tornato ad essere come vogliamo, non ci sarà più bisogno di te”, invece il mio personaggio è piaciuto a una buona parte del pubblico. C’era gente che mi avrebbe linciato per il mio personaggio, ma c’erano invece persone che lo trovavano interessante, al punto che alla fine della stagione invece di farmi morire nell’incidente d’auto, mi hanno solo messa in coma. Poi le storie sono andate in tutt’altro modo. Il mio personaggio non è tornato. A livello di scrittura, l’ho trovato straordinario perché c’è una logica nei dialoghi che permette di leggere una volta sola il copione e di non sbagliare; sono stata ben accolta dagli attori che sono lì da tanto tempo, pazienti e disponibili. Riccardo Polizzi Carbonelli ti dice “guarda che sei impallato; hai quella cosa che ti fa ombra; guarda che…” aiuta sempre perché tutti quanti possano venire fuori al meglio. L’ho rivisto tre anni fa a un Festival a Napoli. Sempre gentile, sempre adorabile, una persona meravigliosa. Un grande aiuto per me quando sono arrivata.

D. Le è mai capitato di interpretare un ruolo che rappresentasse il suo modo di essere?

R. Mah, è un po’ come i tagli di capelli. Non c’è persona che abbia i capelli uguali agli altri: un taglio un po’ più lungo, un po’ più corto, un po’ più riccio, un po’ più spettinato, un colore più biondo, un po’ più bruno, un po’ più pelato. Non c’è una testa uguale all’altra, a meno che non siano tutte parrucche. Anche il ruolo ha un suo DNA. In teoria è una persona vivente, un essere umano; quindi, avrà sempre delle caratteristiche diverse da me, per forza.

D. Che consigli si sente di dare ad una giovane che vuole intraprendere la carriera di attrice?

R. Pensa al futuro. Non sai mai cosa ti può accadere. Soprattutto perché nel nostro mestiere ancora non abbiamo protezioni, welfare adeguato in Italia. Quindi lavora, lavora tantissimo, lavora su te stessa, ovviamente. E poi cogli le occasioni che ti si presentano, se ti interessano prendile al volo.

D. Quali sono i suoi registi preferiti con cui vorrebbe collaborare e se ha una pellicola che ama particolarmente?

R. Ho amato tantissimo il film “Mash”, non so se l’ha visto. È uno dei miei film preferiti insieme a “Jesus Christ Superstar”; io sono legata ai film degli anni ‘70. Mi sarebbe tanto piaciuto lavorare con Altman.

“Arnoldo Mondadori”, Michele Placido e V. Cavalli (ph Gabriele Kash Torsello)

D. L’abbiamo ammirata, splendida protagonista a fianco dell’attore Michele Placido anche nella fiction Rai “Arnoldo Mondadori – i libri per cambiare il mondo”, trasmessa nel dicembre 2022. Come si è calata nell’importante ruolo di Andreina, moglie del celebre editore?

R. Intanto grazie per la “splendida protagonista”.

Qui spunta di nuovo fuori il discorso del teatro e delle prove. Michele Placido è un attore di teatro e lui prima di girare prova! Si prendeva il tempo necessario, anche se ce n’era poco.

Posso dire di essere stata diretta da due registi, da Francesco Miccichè per la parte visibile e da Michele Placido per la parte invisibile.

Dietro a tutto c’è l’idea di Gloria Giorgianni, produttrice straordinaria che pur senza avere grossi budget a disposizione, riesce a creare cose sempre molto belle.

Andreina era, come spesso accadeva all’epoca, una figura fondamentale per la carriera del marito perché era lei che mandava avanti la famiglia ed era accanto a lui per ogni scelta e decisione. Uno dei figli aveva problemi con il padre e lei cercava di fare da tramite, di tenere unita la famiglia e contemporaneamente era colei che teneva le relazioni pubbliche, organizzava le cene, le feste, occasioni per incontri importanti.

Mi sono un po’ ispirata alla matriarca di una famiglia molto conosciuta di Torino che era così, simpatica, discreta, elegante, decisa e volitiva.

Tra l’altro Andreina era la zia del regista Monicelli. Mi è piaciuta anche l’idea di far parte di quest’altra famiglia.

D. Progetti per il futuro?

R. Generalmente non parlo dei progetti futuri per scaramanzia. Però posso dire che a febbraio ho finito di girare una serie in Francia “Le Daron”, che dovrà uscire il film di Peter Chelsom “A Sudden case of Christmas” con Danny De Vito e Andy MacDowel e che il mediometraggio “Le cose che amiamo di Ale”, per la regia di Thomas Kadman, attende di essere distribuito.

Questo film racconta la storia vera di Alessandro Cevenini, un ragazzo di 24 anni morto di leucemia il quale, nonostante fosse estremamente debilitato dalla malattia, ha impiegato tutte le sue forze per creare la ONLUS “Beat Leukemia” al fine di spiegare ai malati e alle famiglie, con linguaggio non scientifico, le malattie del sangue, le cure e indicando i centri nel mondo a cui rivolgersi. Lo scopo del film è non solo quello di raccontare una storia di positività e orgoglio italiano, ma anche aiutare a diffondere informazioni sull’attività di Beat-Leukemia.org che, attualmente tradotto in 18 lingue, continua nel suo obiettivo di informazione, condivisione e ricerca.

È notizia dell’ultima ora che il mediometraggio “Le cose che amiamo di Ale” è in concorso all’Ischia Global Film Festival, un festival importante, con oltre 20 anni di storia.

D. Un’intervista meravigliosa, la ringrazio tantissimo veramente. Le ho fatto ripercorrere proprio tutta la sua carriera.

R. Sì, mi ha fatto rivivere delle cose di cui non mi ricordavo più.

La ringrazio tantissimo per questa bellissima intervista. Arrivederci.

Grazie a lei, arrivederci, mi saluti la sua gatta!

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