Intervista all’attore Luca Vergoni


a cura di Francesca Bruni

8 Apr 2024 - Approfondimenti cinema, Interviste

Abbiamo raggiunto telefonicamente il giovane ma già affermato attore Luca Vergoni che ci ha concesso questa bellissima intervista.

Intervista al giovane attore romano Luca Vergoni, dal grande talento; lo ricordiamo straordinario nell’interpretazione di Angelo Izzo nel film capolavoro “La scuola cattolica” del regista Stefano Mordini. 

Attore anche di teatro dal fascino e carisma raffinato ha saputo portare sul grande schermo un ruolo controverso con grande delicatezza.

Lo ringrazio infinitamente per avermi concesso questa piacevole e profonda intervista nella certezza di rivederlo presto in altre importanti interpretazioni. 

INTERVISTA

D. Quando hai scoperto il talento per la recitazione?

R. In primo liceo ho iniziato con un corso amatoriale di teatro. Alcuni amici lo frequentavano e ho cominciato così, quasi per sbaglio. Poi ho continuato finché dopo il quinto liceo, nonostante mi fossi iscritto a ingegneria e avessi superato il test d’ammissione, un’amica attrice mi convinse a provare ad entrare in una scuola di recitazione. E da lì è cominciata la carriera, diciamo professionale o comunque la preparazione ad essa.

D. Mi puoi raccontare della tua prima esperienza teatrale?

R. Durante il primo anno di accademia a Teatro Azione, Claudio Boccaccini mi fece un provino per interpretare il ruolo del figlio in “Sei personaggi in cerca d’autore”. Ero all’inizio della mia formazione, molto acerbo, lui me lo disse, così mi prese per il ruolo dell’attore giovane. Quella fu la mia prima esperienza su palchi importanti, dal Vittoria al Ghione di Roma, e poi durante un Festival estivo in Toscana, il “Versiliana Festival”. Quello è stato il mio primo impatto con il pubblico.

D. Il tuo debutto nel mondo del cinema avviene con il film “La scuola cattolica” del maestro Stefano Mordini che racconta il massacro del Circeo, in cui interpreti Angelo Izzo. Come sei stato scritturato dal regista?

R. Ero all’ultimo anno di Teatro Azione e arrivò il provino direttamente a scuola. Io non avevo agenzia, non avevo niente. La casting director Francesca Borromeo era alla ricerca di giovani attori, credo si rivolse a molte scuole di Roma. E da lì il primo self tape, poi un provino dal vivo con Francesca Borromeo, call back con Stefano e secondo call back. Non avevo ancora nessuna risposta, non sapevo bene come stava andando e mi ricordo che dopo due settimane da quel call back avevo già iniziato a pensare, vabbè dai è andata male, è andata così, finché non ricevetti la telefonata dall’aiuto regia di Stefano.

D. È stato difficile psicologicamente calarsi nei panni di un feroce assassino?

R. C’è stato un lungo percorso di studio insieme a Barbara Chiesa che era l’acting coach sul set. Prima del suo aiuto, avevo autonomamente fatto delle ricerche; il materiale su Angelo Izzo online è vario, lui in qualche modo è un narcisista, parlava molto di sé e questo ha facilitato la ricerca e poi la messa in scena.

D. Eri a conoscenza di questo fatto di cronaca prima di girare il film, essendo molto giovane?

R. Sì, lo conoscevo perché mia madre me ne parlava. Soprattutto quando negli anni Novanta cambiò la legge sulla morale fu un momento importante e il Circeo, essendo vicino a Roma, era una storia che aveva segnato molto mia madre. Quando ricevetti il provino lei era un po’ spaventata da questa cosa, anche perché Izzo uscì di galera e commise di nuovo un duplice omicidio e, nella testa di mia madre, io avrei potuto essere in pericolo.

D. Tu l’hai incontrato, Angelo Izzo, in carcere, personalmente, prima di interpretare questo ruolo?

R. No, non l’ho conosciuto. Non nascondo che avevo chiesto a Stefano se provare ad organizzare un incontro fosse una cosa intelligente e utile da fare. Naturalmente non si fece nulla perché non era il caso. Mentre giravamo il film lui non ne era a conoscenza. Se avessi dovuto interpretare un atleta sarebbe stato diverso, ma trattandosi di un omicida, gestimmo diversamente la situazione.

D. Cosa ha significato, per la tua giovane carriera, l’aver fatto parte di un cast così importante?

R. Sicuramente è stato un bel lancio. Ho avuto la fortuna di lavorare con Stefano per la mia prima esperienza cinematografica, insieme con, colleghi e professionisti di altissimo livello, ma anche con attori giovani come me: Benedetta, Federica, Giulio, Francesco. È stato bellissimo lavorare con loro. Poi l’arrivo a Venezia, a cui non mi sarei mai aspettato di partecipare con il mio primo film nel momento in cui ho scelto di fare questo mestiere. Decisamente gratificante, così come poter lavorare su temi che spesso vengono trascurati, come il maschilismo e la mascolinità tossica. Siamo abituati ad osservare solo i risultati delle azioni, senza soffermarci sulle ragioni sociali e culturali da cui questi sono generati. La scuola cattolica – sia nel libro di Edoardo Albinati che nel film – indaga proprio questo rapporto.

D. Che clima si respirava sul set?

R. C’era molta professionalità, specialmente nelle scene girate al Circeo. Lì mantenevamo un livello di concentrazione molto alto, sia noi attori che la troupe. C’è sempre stata molta fiducia tra noi attori, carnefici e vittime, diciamo così. Quando sul set dovevamo girare alcune scene forti, la sera ci ritrovavamo insieme a cena con un bicchiere di vino e un panino, cercando di staccare. Guardando in faccia il proprio collega per quello che è, ovvero un altro attore.

Questo è un lavoro in cui cerchiamo di ricreare la realtà, o qualcosa che gli si avvicini in modo quasi perfetto, è quindi sempre importante allontanarci momentaneamente dai ruoli che interpretiamo e tornare ad essere noi stessi.

D. L’interpretazione di questo ruolo ha lasciato un segno profondo dentro di te?

R. Sicuramente un segno profondo che mi ha lasciato è il senso di responsabilità nei confronti di molte cose che accadono nella nostra società. Osservando più attentamente alcune dinamiche e avvenimenti, ci si responsabilizza, si capisce di poter fare qualcosa per migliorare il mondo in cui si vive. Spero che il film e le nostre interpretazioni abbiano suscitato questa riflessione: riconoscere le responsabilità personali che possono condurre a determinati comportamenti o giustificarli e che devono scomparire.

Sono fiducioso nella mia generazione e ancora di più in quelle successive. Ci confrontiamo continuamente su questi temi, siamo molto attivi sui social network e su Internet, che sono imponenti e importanti mezzi di comunicazione e di scambio di opinioni. Spero che determinati messaggi passino più velocemente e che vengano poi messi in pratica.

Luca Vergoni (Foto di Sara Costantini)

D. Con quali registi vorresti collaborare?

R. Ce ne sono tanti.. In questo periodo ho visto molte opere prime o seconde interessanti. Tra i giovani registi che stanno facendo bellissime cose penso a Giulia Steigerwalt, regista di “Settembre”, che è anche sceneggiatrice di “Marilyn ha gli occhi neri”, secondo me bravissima. Oppure Niccolò Falsetti che ha diretto “Margini”, l’ho adorato. L’ho visto tre volte al cinema e la quarta ad una presentazione dal vivo a Roma, dove c’era anche lui. Penso anche a Pietro Castellitto che con i suoi due film ha dimostrato di essere autore con la A maiuscola.

D. Tornando al teatro, mi puoi parlare de “I giganti della montagna” di Luigi Pirandello e del tuo personaggio all’interno dell’opera?

R. In “I giganti della montagna” ho lavorato nuovamente con Claudio Boccaccini, il regista che mi prese per il mio primo spettacolo, che mi ricontattò per una nuova produzione tratta da Pirandello.

Interpretavo Battaglia che fa parte della compagnia della Contessa, a cui è estremamente devoto, seguendola imperterrito nella divulgazione di un’opera che non suscita il giusto clamore nel pubblico. Si ritrovano in una Villa abitata dal mago Cotrone e dai suoi scalognati. È un personaggio che si ritrova a volare tra sogni e realtà, non riuscendo più ad orientarsi tra questi due mondi.

Purtroppo, è un’opera incompiuta. Pirandello dettò al figlio il terzo atto, che si conclude con la morte di Ilse, uccisa dal pubblico che ride per le pernacchie ed è indifferente di fronte all’opera stessa. La critica è quella della morte della poesia, che – come dice il Mago Cotrone – è la morte di qualsiasi religione.

D. Quindi tu hai fatto delle cose molto importanti, proprio per un discorso proprio personale, vuol dire che c’è del grande talento!?

R. Soprattutto c’è grande determinazione. Penso che il talento sia solo una piccola parte; è importate la voglia di crescere e di imparare. I due spettacoli di Pirandello di cui ho parlato sono stati importanti e formativi per il mio percorso, così come la possibilità di mettermi in gioco con personaggi borderline – se così vogliamo definirli – come Angelo Izzo, ma anche partecipare a spettacoli di teatro dell’assurdo come “In alto mare” di Mrozek.

Poter variare il più possibile, uscire dagli schemi, studiare sempre cose diverse. In questo modo si riesce a portare sempre con sé qualcosa al di fuori del palcoscenico e del set.

D. Qual è il genere di cinema che ami? E c’è un film a cui sei particolarmente affezionato?

R. Il cinema, come il mondo, è bello perché è vario, quindi non ho un genere preferito.

Se dovessi però parlare di film a cui sono molto legato, magari indicando un paio di titoli, mi viene in mente “Amici miei” di Monicelli, che sento molto “mio” e che ho visto innumerevoli volte con mio padre e poi con i miei amici. Penso anche a “Fight club” e a “American history X” e alle interpretazioni di Edward Norton, un attore che mi ha sempre fatto meravigliare e che probabilmente mi ha portato verso il sogno di voler fare questo mestiere.

D. Ci sono differenze sostanziali nella recitazione cinematografica rispetto a quella teatrale?

R. La recitazione è sempre recitazione. In questi ultimi anni il pubblico si aspetta una recitazione realistica anche a teatro. Cambia sicuramente il livello di precisione, sul set ci si può permettere di sperimentare, improvvisare e “sporcare”, cercando il realismo e la spontaneità, mentre a teatro la precisione è d’obbligo avendo una platea di spettatori da coinvolgere che deve, tecnicamente, ben vedere e ascoltare gli attori.

D. Quali sono le componenti fondamentali per iniziare una carriera da attore?

R. Determinazione, studio e talento, forse anche un po’ di fortuna. Lo studio può sostituire il talento, ma la  voglia di dire e fare qualcosa di diverso non può mancare.

D. Progetto attuale per il futuro?

R. In questo momento sono sul set dell’opera prima di Virgilio Villoresi. Un progetto bellissimo girato a tecnica mista live action e stop motion, ovvero animato foto per foto, una forma d’arte che mi affascina molto e che necessita di un attento approccio artigianale. Virgilio ha un amore spassionato per il cinema e lo sta mettendo tutto in questo film. Sarà molto particolare, non vedo l’ora.

D. Sogni nel cassetto?

R. Sogno nel cassetto? Un bel viaggio! In realtà non saprei, mi affascina la scrittura, scrivo molto e mi piacerebbe un giorno debuttare anche come autore, chissà.

D. Ora ti faccio una domanda che non c’entra niente ovviamente con il cinema, però ti chiedo, che tipo di musica ti piace ascoltare?

R. Io sono un tipo rock. Sono affezionato da sempre, per via di mio padre, ai Led Zeppelin e ai Deep Purple, insieme con tantissimi altri gruppi di questo genere. La chitarra elettrica, le tastiere, mi diverte ascoltare lo strumento musicale utilizzato con virtuosismo.

Ti ringrazio tantissimo veramente di avermi concesso questa intervista.

Grazie a te.

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One response

  1. Sabina Camarca ha detto:

    Bellissima intervista!!!Spero che Luca possa al più presto realizzare tutto ciò in cui crede. Ho visto il film la sua recitazione è stata perfetta idem per teatro.
    Gli faccio un’enorme in bocca al lupo e LO VOGLIO RIVEDERE AL PIÙ PRESTO SUL GROSSO SCHERMO perché se lo merita!
    Sabina

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