Intervista all’attore Gabriele Cirilli


a cura di Francesca Bruni

14 Lug 2026 - Approfondimenti cinema, Approfondimenti teatro, Interviste

In occasione del Premio Internazionale Cinearti “La Chioma di Berenice” di Roma, alla sua 27ª edizione, istituito da CNA, con la direzione artistica di Antonio Flamini e la presidenza di Graziella Pera, Francesca Bruni ha raggiunto al telefono l’attore Gabriele Cirilli, presente in giuria. Dal teatro alla televisione, senza perdere spontaneità, Gabriele ha ripercorso i momenti più importanti di una carriera costruita con talento e umiltà, i valori che lo guidano e le sfide del futuro.

Con la sua comicità genuina e il grande merito di trasformare la quotidianità in un racconto capace di far sorridere e riflettere, Gabriele Cirilli è da anni uno dei volti più amati dello spettacolo italiano. Attore, comico e protagonista di teatro e televisione, ha costruito una carriera solida restando sempre fedele al suo stile, fatto di semplicità, autenticità e grande umanità. In questa intervista ci racconta il suo percorso artistico, i ricordi che hanno segnato la sua carriera, il rapporto con il pubblico e i progetti che guarda con entusiasmo, senza mai perdere quella leggerezza che da sempre lo contraddistingue.

INTERVISTA

Quando ha capito che far ridere sarebbe diventato il suo mestiere e non solo una passione?

Sinceramente l’ho capito tardi. Da piccolino ho sempre desiderato fare l’attore. Poi, una volta iniziata la scuola di Proietti e il mio percorso da attore cinematografico e teatrale, piano piano sono stato indirizzato verso la comicità, verso il cabaret. Ho interpretato il ruolo del cabarettista perché, in quel momento, mi andava di essere in quel mondo lì. Ma, fondamentalmente, io sono un attore e quello che è stato fondamentale per me, nella carriera, è stato essere un artista a 360 gradi.

Il programma televisivo Zelig le ha dato grande popolarità, interpretando il personaggio Kruska, l’amica di Tatiana; ci racconta di come è entrato a far parte di un programma così importante?

Anche quello è stato un caso, ma un caso voluto. Io e alcuni miei compagni avevamo ormai raggiunto un certo successo nei locali di Roma e avevamo aperto un locale che si chiamava Downtown. Abbiamo cercato di farne il gemello dello Zelig di Milano, proponendo una programmazione un po’ più ricercata, non troppo popolare. Così lo Zelig si è fidato di noi e, piano piano, è nato questo rapporto. In più, quando sono stato ospite di Maurizio Costanzo, lui mi disse che, in quel momento, il mondo della comicità era Milano. Così mi sono trasferito proprio lì, anche per questo motivo.

La comicità è cambiata molto negli ultimi anni. Oggi è più difficile far ridere il pubblico rispetto a quando ha iniziato?

Non è cambiato nulla. È cambiato solo il luogo e la modalità: prima si andava nei locali e nei teatri, adesso si sta su internet. Punto. E, stando su internet, bisogna essere un po’ più veloci. Ma la velocità doveva esserci già in televisione, perché oltre i due o tre minuti di sketch la gente cambiava canale. Quindi non è cambiato il tipo di comicità: far ridere è una modalità universale, non è che quel modo di far ridere non esiste più. Da che mondo è mondo, una scivolata su una buccia di banana fa ridere dal 1920!

I suoi personaggi sono entrati nel cuore degli italiani perché raccontano, con ironia, i piccoli difetti e le abitudini di tutti noi. Da dove trae l’ispirazione per crearli?

Dalla vita vissuta. La realtà, a volte, come si dice, supera la fantasia e molti personaggi sono nati proprio dall’osservazione della realtà. Il maestro di tutti, in questo, è stato Verdone. Basta guardarsi intorno e rendere un po’ goliardico quello che si osserva: è così che nasce un personaggio, una situazione, uno sketch comico.

Dopo essersi diplomato presso il Laboratorio di esercitazioni sceniche diretto dal grande Gigi Proietti, lei ha lavorato in teatro, in televisione e al cinema. C’è un palcoscenico o un mezzo di comunicazione in cui si sente davvero “a casa”?

Il teatro è la mia passione e credo che lo sia un po’ per tutti gli attori. Il cinema è bellissimo, però l’attore non ha l’emozione di confrontarsi con il pubblico in quel momento: il miracolo non avviene lì, ma quando il film è montato, viene distribuito nelle sale e allora capisci se funziona. In teatro, invece, è una magia che nasce nell’istante stesso in cui sei sul palco. C’è un’interazione immediata con il pubblico ed è una magia davvero particolare.

Dietro ogni comico c’è spesso anche una persona molto attenta all’osservazione della realtà. Quanto c’è di Gabriele Cirilli nei suoi personaggi?

C’è davvero tanto. Molti hanno paura di mostrare la persona che c’è dietro a quello che fanno. Invece, nel mio lavoro, è giusto che la gente capisca anche chi è Gabriele Cirilli. Infatti, in ogni personaggio e in ogni cosa che faccio c’è sempre un po’ di me stesso. E questo mi piace, perché le persone devono vedere anche il lato umano, non solo quello costruito.

Nel corso della sua carriera ha condiviso il palco con tanti artisti. C’è un incontro professionale che le ha lasciato un insegnamento particolare?

Sì, ce ne sono stati tanti, per tanti piccoli e grandi motivi. Da quando ho cominciato a fare questo lavoro, uno degli incontri più importanti è stato quello con Alberto Sordi. Giravo il film In nome del popolo sovrano, in cui avevo una piccola parte, e ho avuto l’opportunità di conoscere il grande Sordi. Quel giorno diede una lezione di umiltà a tutti. Il regista Gigi Magni mi presentò dicendo: “Questo è un grande allievo di Gigi Proietti, farà una parte nel nostro film”. Lui si alzò, mi strinse la mano. E lì ho capito che i grandi non lo sono per caso.

Poi c’è stato Paolo Villaggio, in un certo senso all’opposto. Era molto più tecnico: mi ha dato tantissimo dal punto di vista professionale e meno da quello umano. Lino Banfi, invece, mi ha trasmesso entrambe le cose, sia sul piano tecnico sia su quello umano.

Ci sono stati davvero tanti incontri importanti. E poi Carlo Conti. È stato lui a farmi capire che nel lavoro non esiste soltanto il rapporto professionale, ma anche l’amicizia.

Qual è il complimento più bello che le ha fatto uno spettatore e che porta ancora con sé?

Facevo uno spettacolo al Casinò La Perla, in Slovenia, a Nova Gorica. Alla fine, venne da me una signora italiana e mi disse: “Guarda, ti devo dire grazie”. Sarà stato un caso, non sono Padre Pio, ma mi raccontò che suo padre era ricoverato in ospedale a Venezia. Era un mio grande fan e, mentre era a letto, in coma, nel reparto di rianimazione, loro gli leggevano il mio libro Chi è Tatiana?. A un certo punto lui ha cominciato a ridere e, da quel momento, hanno capito che era fuori pericolo. Quella storia mi ha fatto davvero tanto piacere.

Lei è sempre rimasto molto legato alle sue origini. Quanto conta, ancora oggi, la sua terra nel suo modo di essere artista e uomo?

Le origini non vanno mai dimenticate, perché sono la testimonianza di dove uno arriva, di dove è cresciuto, dell’educazione che ha ricevuto e dei valori che gli sono stati trasmessi. Quindi non bisogna mai dimenticare né la famiglia da cui si proviene né il luogo in cui si è nati. È l’aria che hai respirato. Poi è chiaro che, a volte, è difficile instaurare un certo rapporto, perché nemo propheta in patria. Non lo so, forse esiste una sorta di invidia da parte dei concittadini. Ma in realtà non è vero, perché poi mi vogliono bene. Più che altro, a volte, il problema riguarda le istituzioni, che magari non sopportano… come diceva Enzo Ferrari: “In Italia ti perdonano tutto tranne il successo”

Nella sua carriera ha regalato tante risate, ma immagino ci siano stati anche momenti difficili. Come si affrontano le delusioni in un mestiere in cui il giudizio del pubblico è molto importante?

Non saprei dire come si affrontano in generale. Posso raccontare come è successo a me: in alcuni momenti sono stato aiutato un po’ dalla fede e un po’ dalla famiglia. Perché la famiglia, secondo me, sia quella d’origine sia quella che ti costruisci, è fondamentale per qualsiasi rinascita. Il calore che può darti una famiglia, così come quello che può darti la fede, non te lo può dare nessun altro.

Oggi molti giovani sognano di diventare comici o creator sui social. Che consiglio darebbe a chi vuole intraprendere questa professione senza perdere autenticità?

Va bene qualsiasi strada si scelga. L’importante è studiare, senza lasciare tutto al caso. Non basta dire: “Faccio questa cosa e speriamo”. Poi si può anche parlare di fortuna, ma bisogna studiare, e studiare molto. Qualunque sia il mezzo che si usa per arrivare al pubblico, che sia il teatro o un social, bisogna dimostrare alle persone che nulla è lasciato al caso. È come se un chirurgo entrasse in sala operatoria senza aver studiato!

Ha avuto l’onore di far parte della giuria del Premio Internazionale Cinearti “La Chioma di Berenice”; qual è la differenza nella rappresentazione dell’artigianalità nella comicità rispetto al cinema?

Io non ho fatto tantissimo cinema, anche se ho partecipato a molti film, fiction e tv movie che magari in pochi conoscono. Però la magia che mi dà il teatro, il calore che mi trasmette, è qualcosa di unico.

Il cinema è bellissimo, perché quando ne capisci i meccanismi, i segreti e i trucchetti, diventa davvero affascinante farlo. Però bisogna aspettare che il film venga montato, doppiato, distribuito e che il pubblico esca di casa per andare a vederlo. A teatro, invece, senti il chiacchiericcio dietro il sipario, aspetti che si apra e non vedi l’ora di conquistare il pubblico. Quella è un’emozione che nessuno ti può dare.

Detto questo, anche il cinema è altrettanto affascinante. Come diceva Gigi Proietti, non sei tu a scegliere il cinema, ma è il cinema che sceglie te. Nel senso che devi essere fotogenico, avere qualcosa, una luce particolare, per essere davvero cinematografico.

Quali sono i suoi prossimi progetti e c’è ancora un sogno artistico che vorrebbe realizzare?

I progetti principali sono continuare a far crescere la mia scuola di teatro a L’Aquila e, forse, aprirne una sede anche a Roma, perché sta avendo molto successo. Abbiamo creato anche un’agenzia collegata alla scuola e cerchiamo davvero di aiutare i ragazzi una volta terminato il percorso di studi. Oggi è facile andare in una scuola, insegnare, raccontare qualcosa, fare un selfie e poi lasciare il ragazzo a sé stesso. Noi, invece, vogliamo accompagnarlo anche dopo: una volta che hai studiato, cerco di farti lavorare. Questa è la nostra filosofia. Ed è anche il mio sogno: continuare su questa strada.

Poi c’è il libro che sto scrivendo con mio figlio Mattia, che per me è una grandissima soddisfazione. Mattia è regista, sceneggiatore e giornalista. Ha realizzato dei cortometraggi che stanno ottenendo successo in diversi festival italiani. Il fatto che Elisabetta Sgarbi ci abbia proposto di scrivere un libro a quattro mani è davvero una cosa bellissima. Lui scrive di me senza che io sappia cosa sta scrivendo, io scrivo di lui senza che lui sappia cosa sto scrivendo. Dovrebbe uscire in autunno e il titolo sarà Lui è meglio di me. Poi non si sa se “lui” sia io o lui.

Grazie per la bellissima chiacchierata e in bocca al lupo per tutto!

Grazie a voi!

Tag: , , ,

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *