Intervista all’attore Andrea Lintozzi


a cura di Francesca Bruni

27 Lug 2026 - Approfondimenti cinema, Approfondimenti teatro, Interviste

La passione nata da giovanissimo, il valore del confronto con i grandi registi e la ricerca di autenticità: Andrea Lintozzi, intervistato da Francesca Bruni, ripercorre le tappe della sua crescita artistica e umana, tra cinema, teatro e televisione, guidato dalla passione e dal desiderio di evolversi.

Andrea Lintozzi (ph Valerio Lintozzi)

C’è una qualità che emerge subito parlando con Andrea Lintozzi: l’autenticità. Non quella costruita o ricercata, ma quella di un giovane attore che affronta il proprio mestiere con curiosità, umiltà e una costante voglia di mettersi in discussione. Dagli esordi, poco più che adolescente, sul set della fiction È arrivata la felicità, fino alle esperienze in produzioni di successo come Boris, Romulus e La scuola cattolica di Stefano Mordini, il suo percorso si è sviluppato tra cinema, teatro e televisione, alternando ruoli molto diversi e collaborazioni con registi che hanno contribuito alla sua crescita artistica. In questa intervista Andrea Lintozzi ripercorre le tappe più significative della sua carriera, racconta il rapporto con registi e colleghi, svela il proprio metodo di lavoro e riflette sulle trasformazioni di una generazione chiamata a confrontarsi con un mondo sempre più veloce e dominato dagli algoritmi. Ne emerge il ritratto di un interprete che non cerca certezze definitive, ma considera il dubbio e la ricerca continua gli strumenti più preziosi per crescere, come artista e come persona.

INTERVISTA

Mi parli della tua prima esperienza nel mondo della recitazione?

Ho iniziato con una fiction su Rai 1, È arrivata la felicità, di cui ero il coprotagonista, scelto dal regista Riccardo Milani. È stata la mia prima vera esperienza ed è quella che mi ha aperto un po’ gli occhi.

Prima avevo fatto una figurazione speciale in Banana, un film per il cinema diretto da Andrea Jublin, però ero troppo piccolo e quasi non ricordo nulla. Per questo considero È arrivata la felicità la mia prima esperienza importante: una fiction in prima serata su Rai 1, molto bella e divertente, che mi ha fatto capire che quella era la strada che volevo intraprendere.

Hai partecipato, con attori famosi, a diverse serie televisive, tra cui “È arrivata la felicità”, ed in “Boris”; che significa per un giovane attore essere accanto a nomi così importanti?

Diciamo che è stato bello, ma me ne sono reso conto soprattutto col tempo. Quando sono arrivato sul set di È arrivata la felicità, infatti, non avevo ancora una vera concezione di questo lavoro: non sapevo bene cosa significasse fare l’attore, quale fosse il mercato o chi fossero davvero gli attori con cui avrei lavorato.

Mi ricordo che fu mio padre a farmi rendere conto delle persone che avevo accanto. Ricordo una stanza di Cinecittà con la classica lavagna delle produzioni, dove c’erano le foto degli attori provinati e poi scelti: Claudio Santamaria, Vinicio Marchioni, Lunetta Savino… e io non conoscevo praticamente nessuno. Questa cosa, però, mi ha anche aiutato tantissimo, perché ho avuto la fortuna, non conoscendoli di fama, di lavorare senza tutta quella tensione che magari avrei avuto sapendo davvero chi fossero. Avevo quindici anni, non conoscevo ancora quel mondo e quindi recitavo senza sovrastrutture, senza aspettative, senza pressione, accanto a grandi nomi della recitazione italiana.

Per quanto riguarda Boris, invece, è stato completamente diverso, perché lì ero io per primo un fan sfegatato della serie. Ritrovarmi sul set con loro è stato incredibile. Tra l’altro sono davvero una famiglia, nel vero senso della parola. Mi ricordo che durante le riprese uscivano già articoli sulla “reunion” di Boris, sul cast che si ritrovava dopo tanti anni, ma in realtà non avevano mai smesso di frequentarsi. Molti di loro sono cresciuti insieme, si conoscono da quando erano giovanissimi. Per me entrare in quel gruppo è stato come entrare nella casa di una famiglia vera. Era qualcosa di assurdo: mi sentivo come un bambino con gli occhi spalancati davanti a Babbo Natale.

“È arrivata la felicità”

Cosa vuol dire per te interpretare e identificarti con un personaggio?

Bella domanda. Dopo l’esperienza di È arrivata la felicità ho iniziato a fare teatro, debuttando con Riccardo d’Alessandro, e soprattutto le matinée, cioè gli spettacoli per le scuole. Lì c’era quasi un meccanismo “di fabbrica”: uno spettacolo dopo l’altro, un personaggio dopo l’altro, tutto molto velocemente. Durante l’anno succedeva che la mattina facevi uno spettacolo (es: Pinocchio) e il pomeriggio provavi quello del mese successivo (es: Peter Pan). È stata un’esperienza che mi ha insegnato soprattutto la rapidità nell’entrare in un personaggio e poi cambiarlo magari già il giorno successivo, per interpretarne subito un altro.

Il discorso dell’identificazione con i personaggi, però, è difficile da affrontare così, perché dipende davvero da tanti fattori: dal progetto, dal modo in cui viene affrontato il lavoro, dal tipo di personaggio che ti trovi davanti.

Quello che trovo più interessante è soprattutto il momento pratico: stare sul set oppure sul palcoscenico, durante lo spettacolo o comunque durante l’azione vera e propria. È lì che riesco a trovare più risposte rispetto al personaggio.

Quando invece sono a casa da solo faccio più fatica a concentrarmi. Ho bisogno di stare dentro quelle situazioni, di fare le prove, di vivere concretamente la scena per capire davvero il personaggio che sto interpretando.

Tra tutte le tue esperienze cinematografiche ti ricordiamo anche in “La Scuola cattolica” del 2021, del regista Stefano Mordini, in cui interpreti il ruolo di Gioacchino Rummo; mi racconti di quell’esperienza sul set?

È stato il mio primo film importante per il cinema, quindi un’esperienza davvero particolare. Già dal self tape, o forse era più un video di presentazione, ora non ricordo bene, sentivo che c’era qualcosa di speciale nell’aria. Poi feci il call back con Stefano Mordini e, a un certo punto, mi chiese di improvvisare una scena. Da lì nacque subito qualcosa di molto forte: una grande empatia, una bella sinergia. Sentivo che stava succedendo qualcosa di importante.

E quella sensazione è rimasta per tutto il percorso, dall’inizio delle prove fino alla fine delle riprese, soprattutto grazie alla visione di Mordini. Lui aveva tutto molto chiaro in testa, sapeva perfettamente cosa volesse raccontare, al di là del fatto che poi il film possa piacere o meno. Questa cosa per me è stata fondamentale, perché mi sono sentito al sicuro.

Dal mio punto di vista, e per la mia esperienza ancora breve, credo che per un attore sia importante sentirsi guidato, quasi tenuto per mano. E lui è stato esattamente così: una guida vera. Sul set mi sono trovato benissimo anche per questo motivo.

Mi viene in mente un episodio in particolare. C’era una scena molto forte, quella della morte di mia sorella, davanti a tutta la famiglia. Io ero un po’ in crisi perché, da attore ancora inesperto, pensavo di dover fare qualcosa di estremamente “performativo”, quasi spettacolare. Dentro di me ero convinto che la scena non fosse venuta bene. A un certo punto Mordini se n’è accorto e mi ha chiesto cosa avessi. Io gli ho detto che secondo me la scena non aveva funzionato. E lui mi rispose: “Chi è il regista, io o te?”. Io gli dissi: “Tu”. E allora lui: “Se io non ti sto dicendo nulla, evidentemente vuol dire che va bene così”.

Quella frase mi tranquillizzò molto, perché mi fece capire ancora di più che sapeva esattamente cosa voleva ottenere. Questa, in breve, è stata la mia esperienza sul set de La scuola cattolica.

Lui ha tirato fuori il meglio, credo, di tutto il gruppo. Eravate tutti giovani attori, no?

Sì, infatti. Prima ancora di andare sul set ci siamo incontrati più volte con Stefano Mordini e con gli altri ragazzi del cast per fare un lavoro che non riguardava direttamente la sceneggiatura o le singole scene. Non erano prove classiche: servivano piuttosto a costruire i personaggi, i loro background, le dinamiche tra di noi. È stato un lavoro molto importante, perché ci ha permesso di arrivare sul set con rapporti già creati e con una consapevolezza più profonda dei personaggi e del gruppo.

Se tu dovessi definirti come attore in che modo ti descriveresti? E nella vita?

Sono in un periodo di caos e, allo stesso tempo, di ridefinizione. Da un punto di vista pratico è vero che dal 2016, soprattutto facendo tanto teatro, ho lavorato moltissimo: tanti spettacoli, tanti personaggi diversi. E fino a qualche anno fa, forse addirittura fino a quest’anno, avevo maturato una sorta di sicurezza interiore, una convinzione molto forte su me stesso e sul mio modo di stare dentro questo mestiere.

Adesso, però, sto lentamente smontando quelle convinzioni. Mi sto mettendo in discussione da solo, continuamente. Per questo faccio fatica a definirmi, sia come attore sia come persona. Sono in una fase di ricerca continua, in cui provo a capire ogni giorno che cosa significhi davvero fare questo lavoro. È un mestiere che ti obbliga continuamente a metterti in gioco e in cui la vita personale e quella lavorativa finiscono inevitabilmente per intrecciarsi molto.

Forse, quindi, l’unica definizione possibile è proprio questa: non avere una definizione precisa. È un continuo divenire.

In questo momento della tua carriera hai un desiderio che vorresti si avverasse?

Ho vari desideri, naturalmente, tra cui quello di arrivare a un film da protagonista.

Di recente ho portato in scena uno spettacolo che si chiama Petrolio, scritto da Beatrice Gattai, in cui interpreto un ragazzo disabile. Anche in questo caso, grazie alla regia di Alessio Di Clemente, ho avuto la possibilità di sperimentarmi tantissimo. È stato un lavoro molto intenso, perché ci ha guidati davvero passo dopo passo, tenendoci quasi per mano.

Questo personaggio mi è rimasto dentro molto profondamente e sento il desiderio di rendergli giustizia, di farlo conoscere il più possibile e di portarlo davanti a più persone possibile. Per questo credo che il cinema potrebbe essere il mezzo ideale. Mi piacerebbe davvero tanto continuare a dare vita a questo personaggio anche lì.

Hai iniziato a fare l’attore da molto giovane; chi è Andrea adesso rispetto agli esordi?

L’evoluzione più grande è che agli inizi, avevo più o meno quindici anni, vivevo tutto come un bambino al parco giochi. Non mi facevo domande: facevo quello che c’era da fare, spinto soltanto dalla passione. Seguivo questa strada quasi d’istinto, correndo continuamente, senza fermarmi troppo a riflettere. Avevo un obiettivo, certo, ma non mi interrogavo davvero su quello che c’era intorno.

Da una parte questo atteggiamento mi ha aiutato tantissimo, perché mi ha permesso di fare molta esperienza. Non ho mai detto di no: ho sempre accettato, sempre lavorato, sempre cercato di imparare.

Oggi però sto iniziando a rendermi conto di molte cose che prima non vedevo o non capivo davvero. Sto comprendendo che questo non è soltanto un mestiere artistico, ma anche un mercato, un’industria, con dinamiche precise, aspetti positivi e aspetti più complicati. Alcune problematiche magari le percepivo già, ma non riuscivo ancora a comprenderle fino in fondo. Adesso mi sento sicuramente più consapevole. Forse ci sono arrivato un po’ tardi, ma sto iniziando a guardare questo mondo con occhi diversi, più maturi.

Come costruisci un personaggio: parti più dall’istinto o da un lavoro analitico sul testo?

Rispetto a quello che dicevo prima sul mio percorso di ridefinizione, devo ammettere che nel corso degli anni ho fatto poche volte un’analisi davvero profonda del personaggio. Mi sono affidato molto di più all’istinto e alle persone con cui lavoravo, quindi soprattutto ai registi. Fortunatamente mi è sempre andata bene, a parte una volta.

Avendo fatto molto teatro, inoltre, mi sono abituato a un metodo più pratico, perché il teatro ti dà il tempo delle prove. È proprio durante le prove che iniziavo a capire cosa funzionasse e cosa no: una cosa magari sembrava meno giusta, un’altra più efficace, un’intuizione poteva essere approfondita mentre un’altra non c’entrava nulla con il personaggio. Quindi il mio modo di costruire un personaggio è stato spesso molto graduale, quasi “step by step”, insieme al team di lavoro e attraverso l’esperienza concreta della scena.

“A parte una volta”, dici… naturalmente non ti chiedo con chi, ma cos’era successo, se puoi raccontarlo?

Ovviamente non faccio nomi! (ride, ndr). Mi è capitato una volta di trovarmi dentro uno spettacolo in cui io e l’altro attore ci siamo sentiti un po’ lasciati allo sbaraglio. Ripensando a quello che dicevo prima sulla figura del “condottiero”, lì mancava proprio una guida. Non ci sentivamo davvero seguiti. Quando sei giovane questa cosa pesa molto, ma poi ho capito che in realtà vale anche per gli attori più esperti: tutti hanno bisogno di una regia, di qualcuno che accompagni il lavoro e sappia indirizzarti.

Io, personalmente, sento proprio il bisogno di avere qualcuno che mi dica chiaramente: “No Andrea, qui stai sbagliando”. Ho bisogno di un confronto continuo, perché altrimenti il mio cervello parte in mille direzioni diverse. Magari faccio tante proposte, penso tante cose, ma poi forse solo una è davvero quella giusta. Per questo per me è fondamentale avere una controparte, una guida con cui dialogare durante il lavoro.

Ti piacerebbe anche scrivere soggetti o dirigere film?

Scrivere mi piace molto, anche se per ora lo faccio ancora senza entrare davvero in una logica di mercato. Scrivo quando ne sento il bisogno: possono essere canzoni, soggetti, idee che mi vengono così, in maniera molto spontanea e ancora piuttosto amatoriale.

In realtà ho anche scritto un cortometraggio che adesso stiamo cercando di far produrre. È nato da un’esperienza personale molto forte e quindi è stato quasi un gesto di getto: sentivo il bisogno di raccontare quella cosa e sono riuscito a scriverla abbastanza naturalmente.

Per il resto sì, mi piace scrivere, ma con calma. Prima sento il bisogno di trovare una mia definizione più precisa come attore e, più in generale, rispetto al mio lavoro. Credo che solo quando mi sentirò davvero appagato o più consapevole del mio percorso potrò dedicarmi con maggiore continuità anche alla scrittura.

La regia, invece, mi sembra ancora più complessa. Già scrivere significa stare molto da soli, prendersi il proprio tempo e poi eventualmente affidare il testo ad altri. Dirigere è diverso: devi stare continuamente a contatto con le persone, saper comunicare, guidare un gruppo, gestire un set o un palcoscenico. È davvero un lavoro enorme.

Che rapporto hai con registi e colleghi: preferisci un confronto serrato o libertà totale?

No, no… come dicevo preferisco decisamente il confronto. La libertà totale la trovo pericolosa, molto pericolosa. Secondo me un attore non dovrebbe essere lasciato completamente solo, anche se poi naturalmente dipende sempre dal progetto e dal tipo di lavoro che si sta facendo.

C’è anche una differenza molto forte tra cinema e teatro. Il cinema, secondo me, appartiene soprattutto ai registi. Tutto nasce dalla loro visione: la recitazione, la scenografia, le luci, il montaggio. Ogni elemento è in qualche modo figlio dello sguardo del regista, che poi può anche cambiare completamente il senso di una scena attraverso il montaggio. Per questo nel cinema mi piace essere guidato il più possibile.

Il teatro invece è diverso. Anche lì la regia è fondamentale, però una volta finite le prove, sul palcoscenico ci sei tu, davanti al pubblico. In quel momento il regista non può più intervenire davvero: la scena appartiene agli attori e a ciò che succede dal vivo.

Ovviamente anche sul set mi piace poter proporre qualcosa e sentire che c’è spazio per un dialogo creativo. Però credo sempre con la giusta misura e dentro una visione chiara condivisa con il regista.

Qual è stato il momento più imprevedibile o curioso vissuto su un set o a teatro?

Un aneddoto buffo che mi viene in mente riguarda il teatro, anche perché lì gli imprevisti sono continui. Ne sono successi tantissimi: dimenticare delle battute, dover gestire situazioni assurde… Una volta, ad esempio, è persino entrato un piccione in scena durante lo spettacolo. Poi ricordo un episodio legato a Lei, spettacolo che portiamo avanti da circa otto anni con la regia di Riccardo D’Alessandro. Era la prima, il teatro era pienissimo, cinquecento persone, e stava andando tutto benissimo. A un certo punto ero in quinta con un collega e gli dissi: “Sta andando una bomba”. Ci diamo il cinque e, letteralmente nello stesso momento, blackout totale del teatro. Tutto spento. Per qualche secondo siamo andati completamente nel panico, non sapevamo cosa fare. Poi credo siano riusciti a far ripartire le luci, ma quel momento è stato surreale.

In teatro, però, l’imprevedibilità fa proprio parte del mestiere. Succede anche semplicemente di essere colti da un attacco di risate in scena e non riuscire più ad andare avanti!

Sul set, invece, il clima è diverso: c’è molto di più la corsa contro il tempo e quindi anche una tensione diversa. Mi ricordo una volta sul set di Romulus in cui non si riusciva a chiudere un’inquadratura. A un certo punto il regista ebbe uno sfogo piuttosto forte e comprensibilissimo, e calò un silenzio totale. Io, paradossalmente, quella tensione me la sono quasi goduta, perché arrivando dal teatro sono abituato a una certa rigidità e a una certa pressione durante il lavoro. E a volte sul cinema questa cosa la percepisco meno. Quando invece ritrovo quella tensione anche su un set, in qualche modo mi piace: mi dà la sensazione che ci sia davvero qualcosa in gioco.

Tra l’altro “Romulus” è molto bello, lo ricordo bene.

La cosa fortunata è che ho avuto esperienze molto diverse tra loro e ognuna mi ha lasciato qualcosa di importante per motivi differenti.

È arrivata la felicità ha avuto un impatto enorme perché era la mia prima volta su un set così grande, quindi era tutto nuovo per me. Boris, invece, è stato speciale perché ero davvero un fan accanito della serie e ritrovarmi lì dentro è stato quasi surreale. Con Romulus, invece, ho avuto per la prima volta la sensazione di trovarmi su un set “all’americana”. Era qualcosa di gigantesco, impressionante. C’era davvero l’idea del colossal: un set enorme, una produzione molto grande, e respirare quell’atmosfera è stato incredibile.

C’è un personaggio che senti particolarmente vicino alla tua identità?

Ti risponderei: quasi tutti, almeno quelli più “realistici”. Escludendo i personaggi delle matinée, che spesso sono figure fiabesche, animali o personaggi molto lontani dalla realtà, noto che in ogni ruolo c’è sempre qualcosa che mi risuona profondamente dentro.

Una delle esperienze teatrali più belle che porterò sempre con me è Io che amo solo te, scritto da Lucilla Lupaioli e Alessandro Di Marco e diretto da Alessandro Di Marco, spettacolo che abbiamo portato avanti per circa otto anni e che forse si è concluso proprio quest’anno. È una storia che affronta il bullismo omofobico attraverso il rapporto tra due ragazzi amici da sempre, che a un certo punto si ritrovano a interrogarsi sui propri sentimenti e sulla propria identità.

“Io che amo solo te”

La cosa speciale è che ho avuto la fortuna di interpretarlo insieme al mio migliore amico. E definirlo semplicemente “amico” è quasi riduttivo. Non si tratta di un legame sentimentale, ma di un rapporto umano talmente profondo che poter raccontare sul palco certe emozioni insieme a lui è stato davvero un regalo enorme. Quello spettacolo parlava molto dell’importanza dell’amicizia, dei sentimenti e della necessità di esternarli. E credo che proprio lì mi sia reso conto di quanto quel personaggio mi appartenesse. Mi riconosco molto in una persona che sente il bisogno di esprimere ciò che prova, di avere accanto qualcuno di saldo, una presenza forte, una certezza. In quel personaggio, per certi versi, c’ero anch’io.

In una società in continua e rapida evoluzione, come vedi la tua generazione in proiezione futura?

È difficile fare un pronostico sulla mia generazione proprio perché viviamo in un momento di evoluzione rapidissima. Tutto cambia continuamente, quasi da un momento all’altro.

C’è una parola che ormai è entrata inconsciamente nella nostra quotidianità: “algoritmo”. È qualcosa che, in un modo o nell’altro, finisce per influenzare moltissime delle nostre scelte, perché siamo costantemente circondati da social, dispositivi, media e piattaforme che funzionano proprio attraverso algoritmi. E quindi, inevitabilmente, anche ciò che vediamo, ciò che viene spinto di più e perfino certi gusti o tendenze finiscono per essere condizionati da questo meccanismo.

Forse è un discorso un po’ astratto, ma ho la sensazione che da una parte l’algoritmo scelga cosa mostrarci e quindi anche cosa diventa più visibile o più “importante”, mentre dall’altra ci sia sempre qualcuno che orienta in qualche modo la direzione delle cose. Per un periodo, devo ammetterlo, avevo quasi una sorta di fastidio verso la mia generazione e soprattutto verso quelli più piccoli di me. Mi sembrava che tutto si stesse accelerando troppo: vedevo persone sempre più giovani diventare famose o raggiungere risultati importanti in tempi rapidissimi, e questa cosa un po’ mi spiazzava.

Oggi però sto cambiando prospettiva. Mi rendo conto di quanto tanti ragazzi più giovani siano estremamente intelligenti, preparati e veloci nel comprendere il mondo che li circonda. Alcuni mi sorprendono davvero molto e mi fanno capire che ho ancora tantissimo da osservare e da imparare.

Stai lavorando a nuovi progetti?

La stagione teatrale si è appena conclusa, ma la prossima è già tutta organizzata; quindi, da quel punto di vista siamo tranquilli.

Per quanto riguarda cinema e televisione, recentemente ho lavorato a un film per il cinema ambientato durante la Seconda guerra mondiale. Non so ancora quanto possa dire sul progetto, quindi preferisco non fare nomi. Inoltre, ho girato una serie pilota che, spero, dovrebbe uscire a breve. Anche lì non posso ancora entrare troppo nei dettagli perché non è stato annunciato nulla ufficialmente. Posso dire però che interpreto uno dei coprotagonisti e che ci auguriamo possa andare bene, così da realizzare poi l’intera serie. Da quello che ho capito dovrebbe essere destinata alla Rai, anche se al momento non so ancora precisamente su quale rete o piattaforma verrà trasmessa.

Allora in bocca al lupo per questi nuovi progetti. Ti ringrazio molto per la disponibilità.

Viva il lupo! Grazie a voi per la bella chiacchierata.


One response

  1. luca raciti ha detto:

    Intervista bellissima. Un giovane che esprime bene, molto diretto, ciò che pensa. Un attore di talento, aggiungo.

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