Il Teatro di Oscar Wilde
di Alberto Pellegrino
3 Gen 2026 - Approfondimenti teatro, Letteratura
Un approfondimento sul Teatro di Oscar Wilde, uno dei massimi esponenti del Decadentismo, nel 125° anniversario della morte.
Oscar Wilde (1854-1900), che ricordiamo nel 125° anniversario della morte, è dei maggiori drammaturghi del Decadentismo europeo per l’acuta intelligenza, per il senso dell’ironia e del sarcasmo, per il limpido ed elegante stile comunicativo, per il modo paradossale di attaccare la grettezza, il conformismo, l’ipocrisia della classe dirigente inglese, dalla quale tenta di farsi accogliere per assicurarsi successo e benessere. Questa doppia veste di guastatore e di aspirante gentiluomo non gli è stata mai perdonata e quella stessa società si prende la sua vendetta, quando nel 1895 Wilde subisce un processo per violazione del Criminal Law Amendment Act (1885), e vien condannato per omosessualità a due anni di carcere che sconta nelle prigioni di Holloway e di Pentonville. Si tratta di esperienza durissima dalla quale esce moralmente e fisicamente distrutto come si evince dal De Profundis, la lunga lettera scritta in carcere nel 1897 e dal poemetto La ballata del carcere di Reading (1898), due testimonianze piene di pathos religioso, sulle disumane condizioni di vita dei prigionieri, sui peccati e sulle sofferenze umane, la commovente confessione di un uomo profondamente segnato da questa sconvolgente esperienza: “Wilde paradossalmente trionfa sui suoi persecutori, impartisce, lui reietto, infamato, punito, una sorprendente lezione morale” (Masolino D’Amico).
Oscar Wilde ha dimostrato di essere un grande narratore con i suoi racconti (basta ricordare Il principe felice, L’usignolo e la rosa, Il gigante egoista, Il fantasma di Canterville) e soprattutto con Il ritratto di Dorian Gray (1891), un romanzo considerato un capolavoro del Decadentismo, nel quale si fondono l’horror gotico e il culto della bellezza, il mito dell’eterna giovinezza e una visione edonistica del mondo secondo la quale gli unici valori sono l’appagamento sessuale e il potere che deriva dal fascino personale. Il protagonista, sulle orme di Faust, comprende che la propria bellezza è destinata a svanire, per cui vende l’anima e stringe un patto diabolico per ottenere l’integrità della sua immagine esteriore: un quadro invecchierà al posto del suo corpo e si farà carico di tutte le sue nefandezze. Dorian Gray compie una serie di orribili delitti, sfrutta e spinge al suicidio uomini e donne, diventa l’incarnazione del male che si annida dietro la bellezza. Dopo anni di vita dissoluta, sconvolto dai rimorsi, decide di squarciare con un coltello quel quadro che è diventato il ritratto di un mostro, ma in quel preciso momento il quadro ritorna alla bellezza originaria, mentre Dorian giace morto con il coltello conficcato nel petto e si trasformato in un vecchio ripugnante e mostruoso.
L’importanza del teatro di Oscar Wilde
Nell’Ottocento, entrato in crisi sia il teatro elisabettiano sia il teatro settecentesco e romantico, la scena inglese è dominata dal melodramma apprezzato da un pubblico alto-borghese e il dramma popolare che propone spettacoli basati sull’improvvisazione o su testi semplici che mirano a commuovere e divertire spettatori delle classi popolari. Accanto al burlesque e al vaudeville, si afferma la pantomima che privilegia la comicità e un linguaggio non verbale per rappresentare vicende tratte dalla mitologia, dalla storia, dalle fiabe e dalle leggende tradizionali. Alla fine dell’Ottocento si assiste al ritorno del teatro di prosa da parte di un pubblico borghese attratto dall’apertura di nuovi spazi teatrali, dall’arrivo della luce elettrica, dall’uso del sipario che consente cambi di scena tra un atto e l’altro. Oscar Wilde sa cogliere questo momento e, dopo l’insuccesso di due tragedie (Vera o i Nichilisti e La duchessa di Padova) e propone delle commedie sul modello del teatro francese che sta dominando la scena parigina. Wilde fa uso di un linguaggio raffinato e brillante per esprimere emozioni e sensazioni che conferiscono ai suoi lavori prestigio intellettuale e mondano, portando sulla scena un amalgama di gestualità, luci, musica, colori, scenografie che rappresentano una nuova concezione della drammaturgia basata su situazioni e vicende ambientate in salotti alto-borghesi o aristocratici, che hanno al centro donne d’intelligenza superiore, spesso con un passato turbinoso, che cercano di conquistare un posto in società. L’autore mostra di simpatizzare con questi personaggi femminili che vogliono affermare la propria libertà individuale, che hanno un figlio illegittimo o un marito rispettabile, che sono contornate da una variegata galleria di personaggi della buona società londinese fondata sulle virtù del matrimonio, della fedeltà, dell’onore.
Wilde riesce a dare nuova vitalità al teatro, inserendo nello schema delle commedie il personaggio fondamentale di un commentatore ironico degli avvenimenti, capace di portare sulla scena il sarcasmo di un autore convinto che attraverso il sorriso o la risata sia possibile trattare argomenti anche scomodi, significati profondi, condensare in poche parole divertenti delle idee e dei concetti complessi, riuscendo a volte con l’espressione verbale a sostenere la scena al di là della stessa azione, riuscendo a criticare il comune ordine morale e nello stesso tempo a incantare il pubblico borghese. Questo “eterno dandy” è in grado di conciliare l’estetica del bello con il piacere di esprimere una propria filosofia della vita; di usare lo sberleffo malizioso per dare una sua visione dell’arte capace di dare un’impronta a tutta l’esistenza, mettendo insieme il vero e il falso, la ragione e la fantasia, l’emozione e il paradosso per far riflettere il pubblico e far guardare le cose da angolazioni differenti in un continuo gioco di rimandi e di conciliazione degli opposti, per cui la farsa esistenziale e la demolizione delle norme sociali e morali del tardo Ottocento diventano la cifra artistica di questo moralista “rivoluzionario”.




La trilogia del successo
Il successo arriva quando Wilde si dedica al “Social Drama” sulla scia delle pièces di Sardou, Scribe e Dumas Figlio con la trilogia Il ventaglio di Lady Windermere, Una donna senza importanza e Il marito ideale, lavori incentrati sul tema del decoro, dell’onore, della fedeltà coniugale e del rango sociale.
Nelle due prime commedie è presente la minaccia di uno scandalo rovinoso per la reputazione di una intera famiglia. Nella trama campeggiano sempre (oltre a un ventaglio mitico simbolo di fedeltà coniugale) le figure della peccatrice redenta e generosa, della donna in possesso di un segreto pronta a ricattare un antico amante e conoscente, della “donna con un passato” che si trasforma in una avventuriera redenta, oppure di una signora apparentemente insignificante che interviene per impedire al figlio o alla figlia (che non la conoscono) di commettere i suoi stessi errori. Wilde rinnova genialmente questo genere teatrale grazie alla superiore capacità di costruzione dell’intreccio e di caratterizzazione dei personaggi, alla disinvoltura con cui descrive il “bel mondo” inglese, alla presenza delle sue idee anticonformiste che, dietro alla leggerezza e all’ironia degli aforismi e dei paradossi, nascondono un desiderio di giustizia sociale.
Con il Marito ideale si entra nel mondo della politica con un uomo di successo che sta per ricevere un importante incarico di Stato, quando ricompare una donna senza scrupoli pronta a ricattarlo, perché conosce una grave scorrettezza commessa in gioventù per fare carriera. Quando si presenta il rischio di perdere il successo, il benessere e l’amore della moglie, ecco arrivare a salvarlo l’intervento provvidenziale un cinico filosofo suo amico, che gl’impartisce la lezione finale: “Le donne non sono fatte per giudicarci, ma per perdonarci quando noi abbiamo necessità di perdono”.
Uno straordinario successo ottiene la commedia L’importanza di chiamarsi Ernesto (che in inglese significa anche “serio, onesto, affidabile”) che stravolge i luoghi comuni del dramma borghese basato su trovatelli senza un passato, donne poco raccomandabili, madri inflessibili nell’imporre alle figlie matrimoni con pari grado sociale, facendo del sarcastico un espediente di trattare cose frivole come serie e quelle serie come frivole. Così le ragazze si dichiarano pronte a sposare un uomo che porti il nome rassicurante di Ernest (onesto); i giovani ricorrono a complicatissimi intrecci con scambi di persona e agnizioni, per assumere il nome di Ernest, per cui la commedia diventa un piccolo gioiello di comicità, sorretta dai suoi paradossi piacevolmente rivoluzionari, dalla verve dei dialoghi, dalle armi dell’ironia e del sarcasmo, con cui Wilde mette a nudo i formalismi, le ipocrisie, le ambizioni e la corruzione dell’età vittoriana; critica il moralismo e il perbenismo delle classi più elevate; pone in discussione la nuova società capitalistica che fa del cinismo e della mancanza di scrupoli morali un apprezzabile valore; ricorda che una via di salvezza può essere un amore fondato sulla comprensione e l’accettazione dell’altro: “Chiunque abbia una qualche ambizione – egli dice – deve combattere il secolo in cui vive con le sue stesse armi: Questo secolo ha il culto della ricchezza. Il Dio di questo secolo è la ricchezza. Per riuscire bisogna arrivare a possedere la ricchezza. Possederla a ogni costo”.

Una tragedia particolare e conturbante
L’unica tragedia che ha avuto e che ha ancora un grande successo è la Salomè (1891), una vicenda drammatica ed erotica condensata in un solo atto e proveniente da lontano, perché affonda le sue radici nella Bibbia e nel Nuovo Testamento. Nella Bibbia c’era già l’esempio di Giuditta che taglia la testa del barbaro Oloferne e che agisce per liberare il suo popolo dalla presenza di un tiranno, mentre Salomè con il suo conturbante strip-tease vuole ottenere la esta di Giovanni Battista. Nel Vangelo di Marco e Matteo, questo personaggio agisce su istigazione della madre Erodiade per ottenere da Erode la decapitazione del profeta che è travolto dall’impudicizia politica della madre e dell’erotismo peccaminoso della figlia che impersona una visione del sesso femminile osceno e voglioso. La vergine fanciulla, vistasi rifiutata da quell’asceta prigioniero, vuole assaporare a tutti i costi quel suo primo bacio fino poi a morirne lei stessa e diventare l’emblema di un teatro crudele e decadente: “Della tua bocca mi sono innamorata, Iokanaan. La tua bocca è un melograno, la tua bocca è come un ramo di corallo…Niente al mondo è rosso come la tua bocca…Lascia che baci la tua bocca”.
Secondo lo storico Flavio Giuseppe, questa storia di passione e morte ha come personaggi Erodiade, madre di Salomè e moglie di Erode Filippo, mentre il fratello Erode Antipa è sposato con la figlia del re Areta. Nel 28 d. C. Erode Antipa incontra a Roma la moglie del fratello e se ne innamora; quindi, ritorna in Palestina con Erodiade e la bella Salomè, che ora ha uno zio-patrigno. Giovanni Battista accusa Erode di essere un concubino incestuoso e il tetrarca lo fa arrestare “benché desiderasse farlo morire, temette il popolo che lo considerava un profeta…Celebrandosi il compleanno di Erode, la figliola di Erodiade ballò nel convito piacque al patrigno. Egli promise sotto giuramento di darle tutto quello che lei poteva domandargli. […] Il re, a motivo dei giuramenti, mandò a far decapitare Giovanni nella prigione E la testa di lui fu portata in un piatto e data alla fanciulla che la portò a sua madre” (Matteo).
Nel racconto evangelico la figura di Salomè appare alquanto defilata, ci penseranno poeti, romanzieri, drammaturghi e musicisti a farne un mito. Sarà l’esteta e decadente Oscar Wilde a farne la protagonista assoluta di una tragedia dove s’incrociano misticismo e sensualità, immoralità e morte, Salomè appare una creatura tormentosa e tormentata, divorata da una insana passione secondo una personale elaborazione dell’episodio evangelico attraverso un linguaggio cupo e minaccioso, lirico ed erotico, violento e maledicente. In questo clima fosco, non mancano le battute cariche di macabra ironia, che irridono alla religione ebraica e alla monarchia. “Vivere laggiù – dice un soldato a proposito del profeta – dev’essere terribile, insopportabile” e un altro risponde: “Ho, no. Per esempio, il fratello maggiore del tetrarca, il primo marito della regina Erodiade, ci restò rinchiuso per dodici anni. E la cosa non lo ammazzò. Alla fine dei dodici anni, dovettero strangolarlo”. Alla presenza del profeta Salomè è sconvolta da un misto di sensualità, odio e amore, è scossa da un desiderio irrefrenabile di baciare quella bocca. Iokanaan la respinge, allora la giovane chiede a Erode di darle quella testa su un bacile d’argento per poter finalmente baciare quelle labbra. Erode non vorrebbe uccidere il profeta, ma ha promesso di esaudire ogni richiesta della giovane, che finalmente può placare il suo desiderio, ma Erode è inorridito da quel gesto e ordina ai soldati di uccidere la principessa che viene schiacciata sotto i loro scudi.
Così Salomè è destinata a diventare il simbolo erotico e discinto del Decadentismo fin-de-siècle, divisa tra un cattolicesimo lussurioso e un raffinato preraffaellismo, simbolo di una voluttà necrofila esaltata da due colpi di teatro come la “Danza dei Sette Veli” o il bacio di quella bocca sanguinante. Questo “Fiore del Fango” diventa così la massima espressione di un teatro simbolista totale che sa condensare e sfruttare tutte le potenzialità offerte dalla moderna drammaturgia che diventa il luogo dell’incontro di tutte le arti. Salomè s’impone come il simbolo decadente nel quale trovano una sintesi amore e morte, peccato e sofferenza, una tragica creatura divorata dalla sua stessa passione, vittima e carnefice, attraente e repulsiva per la sua carica erotica che confina con la follia, una figura moderna, non tanto per le allusioni all’incesto, al sadismo, alla necrofilia, ma per quella atmosfera di morte che aleggia intorno a lei e che diventa un oscuro presagio sul futuro dell’intera umanità.



