Il “Re pastore” trionfa ad Ancona


Alberto Pellegrino e Mauro Navarri

15 Nov 2003 - Commenti classica

(Approfondimento di Alberto Pellegrino)
Il Re pastore di Mozart
Il Re pastore è particolarmente atteso dal pubblico e dagli addetti ai lavori, poichè si tratta di un'opera raramente eseguita e quasi del tutto sconosciuta al pubblico italiano, che l'arcivescovo di Salisburgo Collaredo commissiona al diciannovenne compositore nel 1775, in occasione dell'arrivo in città dell'arciduca Massimiliano Francesco. Per questo lavoro Mozart sceglie il libretto scritto da Metastasio nel 1751 per il compositore Giuseppe Bonno e successivamente musicato da Giuseppe Sarti (1753), Johann Adolph Hasse (1755), Christoph W. Gluck (1756), Niccolò Piccinni (1765) e Pietro Alessandro Guglielmi (1767).
Mozart non adotta però il libretto in tre atti, ma una riduzione in due atti di autore sconosciuto, senza che questa scelta impedisca al giovane genio salisburghese di creare un melodramma musicalmente e poeticamente incantevole, fino a pochi anni fa relegato fra le opere preliminari ai capolavori della maturità . Mozart dimostra che l'opera metastasiana, anche se entrata in una fase di esaurimento, può ancora avere una sua validità , grazie soprattutto alla grande varietà di musiche da lui composte. Infatti nessuna delle dodici arie presenti nella partitura ha una struttura identica all'altra; inoltre ognuna di esse contribuisce alla caratterizzazione dei personaggi: le tre arie di Alessandro ricordano nella linea melodica lo stile eroico dell'opera seria (particolarmente significativa l'aria Se vincendo vi rendo felici , dove il flauto solista dialoga con la voce); una dimensione bucolica hanno i brani di Aminta a partire dalla canzone di esordio ( Intendo amico rio ) fino al celebre rondò per violino solista L'amerò, sarò costante . Lo stesso clima si ritrova nelle arie di Elisa, dove viene esaltata la bellezza della vita a contatto con la natura ( Alla selva, al prato, al fonte ).
La vicenda dell'opera
Atto primo. La storia prende spunto da una campagna militare condotta da Alessandro il Macedone contro il tiranno Stratone, che domina la città fenicia di Sidone. La scena si apre su di una campagna dove è stato allestito l'accampamento macedone e in questo ambiente bucolico, caratterizzato da acque, boschi e greggi, il pastorello Aminta (soprano) canta la bellezza dell'amore che gli ispira la bella Elisa (soprano), la quale annuncia al giovane che Alessandro è venuto con il suo esercito per liberare la città e per restituire il regno al suo legittimo erede, che sembra vivere nascosto in quei luoghi. Aminta sa di non poter amare una nobile come Elisa, ma la giovane si dice disposta a diventare a sua volta una pastorella pur restare per sempre al suo fianco. Sopraggiunge Alessandro (tenore) in compagnia del nobile fenicio Agenore (tenore) ed il re interroga il giovane per verificarne la modestia e il disinteresse. Aminta afferma di non voler cambiare la vita che ama ed Alessandro ha un'ulteriore prova della nobiltà d'animo di questo pastore che Agenore indica come l'erede al trono di Sidone. Di fronte alla saggezza di questo giovinetto, Alessandro coglie l'occasione per enumerare compiti di un re ( Abbatter mura/eserciti fugar ). Agenore incontra la pastorella Tamiri (soprano), sotto le cui spoglie si nasconde la principessa figlia del tiranno Stratone. I due scoprono con gioia di amarsi, anche se la giovane è addolorata per la caduta in disgrazia del padre. Elisa cerca Aminta per comunicargli la sua felicità , poichè il padre acconsente alle loro nozze; sopraggiunge Agenore che rende omaggio al re Abdolonimo, a cui da bambino ha salvato la vita. Elisa esulta ed Aminta accetta la sua nuova condizione regale, ma per prima cosa giura fedeltà alla giovane ( Se ho da regnar, ben mio,/ Sarà sul trono ancora/Il fido tuo pastor. ).
Atto secondo. Elisa incontra Agenore e lo rimprovera per il suo disinteresse verso la povera Tamiri; a sua volta Aminta vede la donna amata che si allontana e vorrebbe seguirla, ma Agenore gli ricorda che prima di tutto viene il suo dovere di re. Di fronte ad Alessandro il giovane pastore si dichiara pronto ad assumere con l'aiuto degli dei la responsabilità del trono. Alessandro è preoccupato per il destino della giovane Tamiri e decide di darla in sposa ad Aminta, provocando il dolore di Agenore. In una grotta Aminta cerca di superare gli ultimi dubbi riguardo al suo futuro, ma alla fine dichiara ad Agenore di essere pronto a regnare, ponendo come sola condizione di rimanere fedele alla amata Elisa, quale arriva a portare la notizia che Alessandro ha destinato come sposa del nuovo re la principessa Tamiri, notizia che getta Agenore nel dolore più profondo. Nel tempio di Ercole Tirio tutto è pronto per celebrare l'incoronazione di Aminta e le nozze con Tamiri, ma la giovane dichiara di amare Agenore e lo stesso sentimento manifesta Elisa per Aminta. Vestito ancora da pastore, Aminta si presenta per annunciare che è pronto a rinunciare al trono pur di sposare Elisa. Allora Alessandro capisce quali sono i veri legami d'amore di questi giovani ed unisce in matrimonio Aminta con Elisa e Agenore con Tamiri, quindi procede all'incoronazione del re pastore.

(Commento di Alberto Pellegrino)
Ancona – Il sipario inaugurale della seconda stagione lirica del Teatro delle Muse si apre su questo Re pastore di Mozart che mantiene tutte le promesse della vigilia e che rappresenta una scelta coraggiosa della direzione artistica, perchè questa edizione anconetana è preceduta in Italia da un'esecuzione radiofonica del 1956 e soltanto da quattro allestimenti teatrali andati in scena fra il 1969 e il 2001. Mozart compone a soli 19 anni questa Serenata in due atti adottando un libretto di Pietro Metastasio già musicato da decine di compositori, fra cui il camerinese Matteo Rauzzini (1754-1791) che compose e fece rappresentare il suo Re pastore a Dublino, dove si era stabilito nel 1770. Metastasio, poeta cesareo della corte viennese dal 1730 al 1782, è stato un autore non certo di routine, ma per alcuni aspetti innovatore nei confronti del melodramma barocco, di cui rifiuta le contorsioni narrative e stilistiche, le aperture comiche, per portare una ventata di razionalismo e di ottimismo settecentesco, nella convinzione che la poesia per musica dovesse essere fluida e scorrevole, facile da capire e memorizzare, che dovesse già contenere una musicalità tale da collimare pienamente con la partitura. Nel caso del Re Pastore Metastasio innesca sul tema cortigiano su quello bucolico-pastorale: da un lato Aminta, che rievoca nel nome la favola pastorale del Tasso, apre la vicenda invocando l'amico rio subito sostenuto dalla sua amata Elisa che dice Alla selva, al prato al fonte/Io n'andrò col gregge amato In quel rozzo angusto tetto /con la gioia e col diletto/l'innocenza albergherà ; dall'altro lato troviamo un Alessandro il Macedone per il quale compiere memorabili imprese belliche provoca agli Eroi un piacere tutto terreno, mentre sollevar gli oppressi;/Rendere felici i regni,/Coronar la virtù, togliere a lei/Quel, che l'adombra ingiurioso velo,/E' il piacer, che gli Dei provano in cielo ; ancora Alessandro sostiene che il fine supremo del sovrano è quello di dispensare felicità e pace: Se vincendo vi rendo felici,/Se partendo non lascio nemici,/Che bel giorno fia questo per me!/De'sudori ch'io spargo pugnando,/Non dimando più bella mercè . All'interno di questa duplice chiave di lettura si muove l'intera vicenda: Alessandro libera la città di Sidone dal tiranno Stratone e restituisce il trono al suo legittimo erede, che si nasconde sotto le umili vesti di un pastore; Aminta divorato dai dubbi, in quanto chiamato a scegliere tra la bellezza della vita pastorale e la bella Elisa, ninfa gentile disposta a divide con lui la vita pastorale, oppure dedicarsi agli impegni e alla gloria del regno; la dolce Tamiri, figlia del deposto tiranno, che ama riamata il nobile Agenore amico di Alessandro, il quale per riparare un torto verso la principessa vuole destinarla sposa di Aminta, creando così l'infelicità di tutti; l'immancabile lieto fine determinato dal riconoscimento dell'errore in cui è caduto Alessandro stesso con la ricostituzione delle coppie degli innamorati (Aminta-Elisa, Agenore-Tamiri) e la caduta delle pregiudiziali di Aminta che può finalmente essere incoronato Re pastore.
Il giovane Mozart, mentre declina l'opera settecentesca, compone la sua musica nel solco della tradizione ma per certi versi con innovative aperture, per cui dalla bella e tradizionale ouverture (la prima sinfonia d'apertura composta da Mozart) si arriva al finale Viva l'invitto duce che non è il solito coretto destinato a chiudere un'opera in modo sbrigativo, ma una grande aria a cinque voci dai toni maestosi e vagamente militareschi affidati soprattutto ai corni e agli oboi. Ci sono quindi le avvisaglie del genio futuro presenti anche nell'intensa aria di Elisa Barbaro! Oh dio, mi vedi , nella commossa aria di Aminta L'amerò, sarò costante segnata dalla significativa presenza del violino principale, nell'aria di Agenore Misero cor! già fremente di passionalità preromantiche.
In questa bella e coraggiosa edizione anconetana il M Corrado Rovanis, che ha diretto l'Orchestra Filarmonica Marchigiana ed eseguito le parti al clavicembalo, ha dato spessore ai recitativi ed ha fornito una lettura di tipo arcadico e antidrammatico dell'intera partitura con risultati senz'altro apprezzabili, ben coadiuvato dalla validità dai soprani Cinzia Forte (Elisa) e Giorgia Milanesi (Tamiri) e soprattutto del terzo soprano Raffaella Milanesi chiamata a interpretare il difficile ruolo di Aminta che, scritto per un castrato , non si ascrive nè al puro contralto, nè al puro soprano; più modesto invece l'apporto dei due tenori Stefano Ferrari e Bruno Lazzaretti.
Interessante e per molti versi suggestiva la messa in scena del regista Daniele Abbado (impianto scenico di Silvano Cova e costumi di Carla Teti) che in una scena dall'assoluto rigore minimalista colloca al centro della vicenda una piscina ( l'amato rio ), facendone il luogo deputato di riti acquatici legati al clima bucolico, di danze che sottolineano momenti d'amore o esaltano la gloria del sovrano con costumi e gesti equamente divisi tra richiami alla tragedia classica e alla cultura eroico-mitologica dei samurai con risultati visivi di forte e gradevole impatto. Per creare le opportune e suggestive atmosfere, Abbado ricorre ad una serie di grandi schermi mobili su cui si alternano riflessi d'acque e profili di fronde con diverse tonalità cromatiche; una turbinosa danza di nubi alternata a profili di cavalli ed eroi di classici bassorilievi sottolinea la presenza maestosa di Alessandro, che esalta il potere reale mentre sotto le olimpiche statue classiche passano immagini drammatiche del secondo conflitto mondiale. Grande suggestione visiva ha la scena legata all'aria L'amerò, sarò costante con le statue e colonne che simboleggiano l'ideale della bellezza classica che appare e scompare in un costante gioco di luci e di ombre da cui a volte emerge in trasparenza il volto amato di Elisa. L'incombente presenza di Alessandro, che sembra minacciare il destino dei giovani innamorati, si esprime attraverso un grigio deserto disseminato di rovine su cui risplende l'immagine classica del condottiero macedone che segna il futuro di Aminta, destinato a regnare con tutti i dubbi e le ombre di questo nuova condizione, con le paure e i pericoli che minacciano d'infrangere un sogno d'amore, in un caleidoscopio di stati d'animo simboleggiati da una pioggia di foglie morte sugli olimpici simboli del potere. Le rosse sabbie di un deserto, da cui ritornano ad affiorare i fragili segnali di antiche glorie, accompagnano l'aria di Elisa Barbaro, oh dio, mi vedi/divisa dal mio ben , mentre immagini di pace, di gloria e di olimpica serenità accolgono la corte di Alessandro che si avvia a sciogliere nel lieto fine i nodi che hanno fino a quel momento avvolto il destino del Re pastore.

(Commento di Mauro Navarri)
Ancona – Sicuramente ci sarà stato un errore di regia, avrà pensato il pubblico, alla prima del <b< Re Pastore , l'opera con la quale si è aperta ufficialmente, sabato 8 novembre, la seconda stagione lirica del teatro delle Muse di Ancona. Spente le luci di sala, invece di veder comparire il direttore d'orchestra, un paio di altoparlanti posti ai lati del palcoscenico hanno iniziato a diffondere la celebre musica di Nessun dorma dalla Turandot di Puccini. C'è chi ha pensato ad una trovata pubblicitaria, o anche chi (detto da Michele Suozzo nella trasmissione radiofonica La Barcaccia ) pensava fosse una semplice provocazione , magari il consueto annuncio che ricordava di spegnere i cellulari durante la rappresentazione (mai certi inviti furono più vani, visto che pare sia ormai una consuetudine, quasi un obbligo, il dover ascoltare le più belle melodie del melodramma con accompagnamento di cellulare obbligato). In realtà dopo qualche istante si svelava subito l'arcano: si è riconosciuta subito, nella voce dell'interprete dell'incisione, la brunita e squillante voce di Franco Corelli, il grande tenore anconetano recentemente scomparso; la città dorica ha così voluto ricordare il proprio concittadino. Alla fine del brano il pubblico, visibilmente commosso (anche lo scrivente), si è alzato in piedi per tributare all'indimenticato maestro il dovuto omaggio: dopo una standing ovation durata vari minuti c'è stato un breve discorso del sindaco Sturani, che ha promesso di fare in modo che il nome del grande artista non cada presto nel dimenticatoio.
Poi è iniziato lo spettacolo vero e proprio con il RE PASTORE di W. A. Mozart, eseguito in Italia solo sei volte, e solamente in tre occasioni con allestimento scenico. La serenata pastorale, ultimo omaggio alla corte salisburghese, fu composta nel 1775 da un Mozart diciannovenne, su libretto di Metastasio, e ne eseguì, lui stesso, al violino l'aria più famosa, “L'amerò, sarò costante”, a Salisburgo in occasione della visita dell'arciduca Massimiliano in viaggio da Vienna verso l'Italia. Il giovane Wolfgang creò così un insieme di arie, impeccabili nella grazia e nella bellezza che, attraverso l'ideale di un'idilliaca vita pastorale, esaltano le virtù di buon governo del regnante, all'occasione Alessandro Magno.
L'argomento è abbastanza semplice: dopo aver conquistato il regno di Sidone e cacciato il tiranno Stratone che lo dominava, Alessandro Magno vuole restituire lo scettro al legittimo erede, Aminta, che, ignaro di essere il successore al trono, vive una bucolica vita di pastore, innamorato della bella ninfa Elisa. L'altra coppia dell'opera è formata da Agenore, consigliere di Alessandro, e da Tamiri, figlia del fuggitivo tiranno spodestato. La ragion di stato imporrebbe il matrimonio di Aminta con Tamiri ma Alessandro, saggio e magnanimo, accetta alla fine che Aminta sieda sul trono rimanendo legato alla sua Elisa.
La statica drammaticità del libretto permette a Mozart di sviluppare la varietà espressiva della musica in rapporto ai caratteri dei personaggi. Il risultato è una simbiosi fra i versi del libretto e la loro trasformazione in suoni, una serie di arie, una diversa dall'altra, tutte da ascoltare, dove il virtuosismo non è solo vocale ma anche strumentale. Ogni aria vive di vita propria e disegna i caratteri: Aminta nella sua serena dimensione bucolica che in “L'amerò, sarò, costante” si dice disposto a restituire la corona ad Alesando piuttosto che rinunciare alla sua felice vita di pastore; il regale Alessandro di indole solenne e generosa, un ruolo scritto per un tenore di solida preparazione belcantistca con arie in perfetto stile eroico da opera seria. Il fluire belcantistico caratterizza anche i personaggi di Tamiri e Agenore; a quest'ultimo è riservato l'unico momento di intensa drammaticità quando, preso dallo sconforto e dalla disperazione, crede di dover rinunciare a Tamiri e sfoga il suo tormento nell'unica aria in tonalità minore “Solo può dir come si trova”. Infine Elisa il cui virtuosismo vocale si ricollega alle grandi arie da concerto di Mozart. Bravi quindi i giovani interpreti, nelle virtuosistiche tessiture preparate da Mozart: il soprano Cinzia Forte è Elisa, Giorgia Milanesi è Aminta, en travesti, mentre la gemella Raffaella Milanesi interpreta Tamiri, il tenore Stefano Ferrari canta il ruolo di Alessandro, mentre il tenore Bruno Lazzaretti quello di Agenore. In particolare, mentre le voci femminili sono state tutte impeccabili, sia nelle agilità che negli acuti, squillanti e sicuri, si è notato qualche problema di fonazione nonchè di intonazione da parte degli interpreti maschili. La regia, di Daniele Abbado, usa un impianto scenico che gioca sulla suggestione dell'acqua in una grande vasca al centro della scena neutra e sulle immagini proiettate su tre schermi mobili: la cosa, personalmente, allo scrivente non è piaciuta più di tanto, ma si sa, la critica è una cosa personale, soggettiva, e non ha niente a che vedere col valore oggettivo dello spettacolo, che rimane di altissimo livello. I cantanti che si spostano avanti e dietro rispetto la vasca, e spesso vi entrano pure dentro, e pare di capire che questo elemento possa fungere sia da elemento divisore nei rapporti inter-umani (come un fiume che impedisca a due persone, che vivano sulle sponde opposte, di incontrarsi) che da elemento sacro, purificatore. Ci sono dei mimi che interagiscono con quest'acqua, ma è molto più difficile poter dare loro una chiara interpretazione. Dal soffitto del teatro pendono anche tre schermi digitali che proiettano immagini inerenti, più che all'azione, allo stato d'animo dei personaggi: una specie di accompagnamento visuale alla musica. Prima delle immagini di foglie di alberi, che potrebbero rappresentare l'ambientazione arcadica, poi l'acqua (presenza costante, forse da collegare anche con la marittimità della città di Ancona, che ospita la produzione?), infine statue elleniche, tronchi, teste, a rappresentare la classicità dell'ambientazione. Semplici e lineari, quasi senza tempo i costumi, bianchi, di Carla Teti. L'Orchestra Filarmonica Marchigiana è stata ottimamente diretta da Corrado Rovaris che ha funto anche da maestro al cembalo.
(Alberto Pellegrino e Mauro Navarri)


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *