IL MUSEO DEGLI STRUMENTI DI ROMA


Gianluca Verlingieri

10 Feb 2001 - Commenti classica

ROMA (Dicembre 2000)
Negli stessi anni in cui raccoglieva le prime affermazioni uno dei massimi tenori del nostro secolo, il mitico Enrico Caruso, si consumava l'assai breve carriera nè prima nè ultima meteora della storia del melodramma di tale Evangelista Gorga da Broccostella (Frosinone), noto ai melomani quale prestigioso interprete di Rodolfo nella leggendaria prima assoluta della Boheme pucciniana, diretta da Arturo Toscanini a Torino nel 1896.
Dopo soli quattro anni di una seppur fulgida presenza sulle scene, il tenore ciociaro (1865-1957) abbandonò il palcoscenico per dedicarsi ad un collezionismo sfrenato, giungendo a possedere una raccolta imponente quanto acritica di circa 150.000 pezzi: da armi antiche, terrecotte e giocattoli, a farmacie da viaggio, bilance e persino ferri chirurgici! Il nucleo più importante era comunque formato da circa 3000 strumenti musicali, di cui una buona parte costituisce insieme ad ulteriori e importanti integrazioni la collezione del Museo degli Strumenti Musicali di Roma.
Articolato in diciotto sale al primo piano dell'elegante palazzina Samoggia, il Museo non vuole dare l'idea di negozio (tutti i clavicembali, tutte le percussioni, tutti gli archi e così via), pertanto adotta un criterio misto di esposizione: alcune sale operano una selezione tipologica (strumenti archeologici, popolari, militari, esotici, ecc.), mentre in altre la distinzione è cronologica (dal XI al XVIII sec. con alcune incursioni nel XIX). Un discorso a parte merita l'atrio, che conserva tra l'altro due pezzi del XX secolo: uno strumento di fantasia utile soltanto come complemento d'arredo in epoca liberty, opera di Carlo Bugatti (fratello del celebre fabbricante di automobili), e un rumoristico Ciac-ciac costruito e dipinto dal pittore futurista Giacomo Balla.
Proseguendo lungo il filo conduttore delle curiosità il Museo non si mostra certo parco di sorprese: dalle Serinettes, piccoli organetti a canne ed ance impiegati dal XVIII secolo per insegnare arie ai canarini l'operatore girava la manovella fino a quando l'uccellino non apprendeva e ripeteva la melodia sino al pratico violino muto ottocentesco, con cassa armonica ridotta per non disturbare troppo i vicini di casa! E, sempre in tema di praticità , occorre citare l'originale cembalo piegatorio di Carlo Grimaldi (sec. XVIII), che per mezzo di alcune cerniere si ripiega su se stesso e può essere trasportato come fosse una 24 ore .
Lascerà forse esterrefatto qualche animalista la sala degli strumenti extraeuropei, ove fanno bella mostra di sè i sudamericani Quijada (mascella d'asino afrocubano che si suona percuotendola col palmo della mano) e charang (mandolino che utilizza la corazza dell'armadillo come cassa armonica), nonchè, per l'Africa, corni d'avorio ricavati da zanne d'elefante; mentre è sufficiente una noce di cocco per ricavare la cassa armonica del kemangeh, sorta di liuto arabo-egiziano.
Ma la collezione capitolina è importante per altri motivi, al dì là delle particolarità stravaganti fin qui notate. In primo luogo il Museo romano è l'unico del genere ad accogliere strumenti archeologici, tra cui spicca ancora sorprendentemente funzionante un corno fittile attribuibile alla civiltà falisca (zona a Nord di Roma, VI-V sec. a.C.). In secondo luogo non si possono dimenticare due strumenti straordinari in senso assoluto: il pianoforte di Cristofori e l'arpa Barberini.
Al padovano Bartolomeo Cristofori (1655-1732) viene ormai unanimemente riconosciuta la paternità del pianoforte, inventato sostituendo il meccanismo dei salterelli che nel clavicembalo pizzicavano le corde con quello dei martelletti, che le percuotono. Quello conservato nella sala V del Museo è uno dei tre pianoforti superstiti costruiti dal Cristofori, che risale al 1722 (v. foto). Gli altri due si trovano rispettivamente a New York (datato 1720) e a Lipsia (1726). Rilevante anche l'assoluta mancanza di decorazioni dello strumento, produrre musica sembra essere la sua unica funzione.
Altro pezzo da novanta della raccolta è l'arpa costruita da ignoto per la famiglia Barberini tra il secondo e il terzo decennio del XVII secolo, che compare anche in un celebre dipinto del Lanfranco risalente al 1639. Oltre ad essere un vero e proprio capolavoro di scultura, dal punto di vista musicale lo strumento è alquanto interessante per la presenza di tre ordini di corde che ne fanno un'arpa cromatica, capace di adattarsi al coevo sviluppo della nuova sensibilità tonale.
Dunque agli appassionati non mancheranno ottime ragioni per fare una piccola deviazione dai percorsi turistici tradizionali della città eterna e regalarsi una boccata di sana cultura musicale, considerando inoltre che ai circa 840 strumenti esposti al primo piano del Museo si affiancheranno presto i molti ancora giacenti nei depositi, alcuni dei quali confluiranno al secondo piano in una nuova sezione interamente dedicata al XIX secolo.

(Gianluca Verlingieri)


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