Il dramma di Troia ritorna a prendere vita tra le antiche mura di Urbisaglia


di Alberto Pellegrino

26 Lug 2021 - Commenti teatro

Per il TAU (Teatri Antichi Uniti), nell’Anfiteatro romano di Urbisaglia (MC), è andata in scena, in esclusiva regionale, La caduta di Troia, con la splendida interpretazione di Massimo Popolizio.

Massimo Popolizio (foto Giuseppe Distefano)

Come si può resistere alla magia di una voce che diventa strumento capace di strappare al silenzio della pagina scritta personaggi e avvenimenti, facendoli apparire vivi e palpitanti dinanzi ai nostri occhi? 

Questo piccolo “miracolo” è avvenuto di fronte a un folto pubblico il 20 luglio nella sempre splendida atmosfera dell’Anfiteatro di Urbisaglia, dove Massimo Popolizio, attore di scuola ronconiana tra gli interpreti più importanti del panorama teatrale e cinematografico, ha presentato, in esclusiva regionale, La caduta di Troia, interpretando il Secondo Libro dell’Eneide di Virgilio, nel quale Enea rievoca il suo doloroso passato dinanzi alla regina Didone. Le parole del grande poeta latino sembrano uno storyboard, una sceneggiatura ante litteram che ha permesso a Popolizio di “creare vere e proprie immagini, di far vedere ciò che è scritto”.
Grazie alla voce di un grande interprete, capace di entrare nell’anima dei vari personaggi, è stato possibile rivivere l’immane tragedia della distruzione di Troia, la grande città dell’Asia conquistata con l’inganno e il tradimento, con la ferocia e la crudeltà dei vincitori, sommersa dai bagliori delle fiamme, mentre nelle sue strade e nelle sue case scorre un fiume di sangue e i Greci sfogano la loro rabbia per un assedio durato dieci lunghi anni.

Naturalmente quella presentata, attraverso l’interpretazione di Popolizio, è la versione dei fatti così come li ha visti  e tramandati Virgilio nel suo grande poema: seguendo il ritmo di quei versi straordinari, è stato l’attore a dare voce ai dubbi dei troiani dinanzi all’equivoco dono del gigantesco cavallo; a prestare la parola al viscido, traditore Simone che sa farsi accettare con suoi subdoli lamenti; a far rivivere la figura possente e dolorosa di Laocoonte, che tenta di mettere in guardia i suoi concittadini contro gli inganni di Ulisse e che sarà ucciso insieme ai figli dai due magici e mostruosi serpenti usciti dal mare.

Una volta fatto entrare il cavallo entro le mura, la tragedia è destinata a consumarsi fino in fondo e ci passano dinanzi agli occhi l’eroismo degli ultimi strenui difensori della città; lo strazio delle donne della famiglia reale che, guidate da Ecuba, si stringono terrorizzate intorno all’altare di dei diventati insensibili e costrette ad assistere impotenti alla morte di Priamo massacrato da Pirro. 

Il grande protagonista dell’ultima parte del Libro è Enea, l’unico eroe sopravvissuto alla strage che, prima combatte senza speranza contro gli Achei, poi di fronte alla madre Venere accetta la propria condizione di esule chiamato dal destino a fondare un grande impero al di là del mare. Enea raccoglie intorno a sé i compagni superstiti, il padre Anchise, il piccolo Ascanio; quindi attraversa la sua terra per trovare la salvezza sul mare, ma deve pagare una grave prezzo, perché perde per strada Creusa, la sua dolce compagna, la cui ombra gli appare per invitarlo a non volgersi indietro per far diventare realtà quella visione che lo destina a diventare un fondatore di regni.

Non è certo per caso che Virgilio abbia scelto come antenato del più grande impero della terra non uno dei greci vincitori, non gli spietati Atridi, il feroce Pirro, l’astuto Ulisse, il leggendario Diomede, ma un’esule sconfitto ma pure circondato da un’aura di nobiltà, un uomo caro agli dei in cerca di salvezza e di una nuova patria come tanti che oggi attraversano il Mediterraneo, inseguendo un miraggio di speranza. La storia di Troia sta lì a testimoniare come un avvenimento apparentemente lontano possa ancora rappresentare le radici di vicende attuali e come il dramma di un’antica città si ripeta nel sangue che scorre per le strade del Medio Oriente. A fare da collante all’intero spettacolo sono state le musiche composte da Stefano Saletti ed eseguite dallo stesso Saletti che ha usato strumenti come l’oud, il bouzouki e il bodhran, il tutto arricchito dalla presenza di uno straordinario musicista iraniano come Pejman Tadayon, il quale ha suonato il kemence, il daf e il ney, antichi ed evocativi strumenti della tradizione persiana. Si è trattato di una vera e propria “partitura” di musiche orientali e mediterranee che ha fatto di questa pièce un’opera particolare, le cui atmosfere sono state completate dalla limpida voce di Barbara Eramo che, con uno stile musicale di derivazione mediorientale, ha cantato brani in ladino, aramaico, ebraico e sabir, un’antica lingua mediterranea, facendo da controcanto alla voce recitante di Popolizio.

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