Hans Christian Andersen, creatore di fiabe


di Alberto Pellegrino

24 Set 2025 - Letteratura, Libri

Un omaggio ad Hans Christian Andersen, straordinario creatore di fiabe nel 220° anniversario della nascita e il 150° della morte.

(Tutte le immagini pubblicate nell’articolo sono di pubblico dominio)

Hans Christian Andersen (by Thora Hallager 1869)

Le fiabe hanno origini popolari antichissime e narrano vicende di uomini, donne e bambini o esseri soprannaturali come orchi, streghe, maghi, fate, folletti, gnomi, giganti e altri personaggi fantastici Tramandate oralmente, sono poi state trascritte e studiate in tutto il mondo, per poi essere rielaborate da scrittori che hanno usato elementi fiabeschi per scrivere narrazioni a carattere fantastico. Si pensa che siano nate nella zona centrale dell’India con lo sviluppo delle prime civiltà per poi espandersi nel medio Oriente e in tutto il Mediterraneo, modificandosi e adattandosi ai modi di pensare e alle tradizioni dei vari popoli. Ogni fiaba è sempre un viaggio meraviglioso in luoghi e regni incantati, tra avventure, malefici e magie che insegnano come eroi ed eroine riescono a superare ostacoli e pericoli, a sconfiggere la paura e a rassicurare il lettore con il lieto fine, con la sconfitta del male rappresentato da streghe e orchi, da giganti e draghi. La più antica raccolta di fiabe e mitici racconti d’avventura s’intitola Le mille e una notte, nata in Arabia intorno al XII secolo con tanti filoni narrativi che ruotano intorno al meraviglioso personaggio di Sherazade.

La fiaba nell’età moderna

In Europa, a partire dal Seicento, sono state pubblicare le prime raccolte di fiabe scritte da letterati come Charles Perrault (1628-1703), autore dei Racconti di mamma l’Oca con racconti divenuti celebri in tutto il mondo: Il gatto con gli stivaliBarbablùLa Bella addormentata, Cenerentola, Cappuccetto rosso.

La più grande raccolta italiana e forse la più innovativa s’intitola Lo cunto de li cunti overo lo trattenemiento de’ peccerille detta anche Il Pentamerone scritta in lingua napoletana tra il 1634 e il 1636 da Giambattista Basile, che si è ispirato alla tradizione popolare meridionale per scrivere cinquanta fiabe che entrano a pieno titolo nel patrimonio letterario del Barocco. Si tratta di racconti costruiti con grande intelligenza e una sofisticata ironia, che sono in realtà dei copioni destinati al gioco di corte, un continuum spettacolare che prevede canzoni, balli, azioni teatrali, concepiti per il divertimento delle classi aristocratiche con il riso che nasce dall’azione dei potenti (re e figlie di re, orchi e fate) messa a confronto con le disavventure degli strati più miserabili della società. Destinate a un pubblico adulto, in queste fiabe troviamo rappresentata la bellezza femminile e l’eros, l’orrido e l’avidità del possesso, la violenza e la crudeltà che spesso caratterizza i rapporti tra padri e figli, fratelli e sorelle, anziani e giovani, con l’apparizione di fate e fanciulle bellissime, di orchi e orche brutti e feroci, uomini con insane passioni per animali, vecchie laide che vogliono apparire giovani per attrarre uomini affascinanti.

L’età d’oro della fiaba è l’Ottocento, quando in tutta l’Europa si procede a uno studio e a una riscrittura letteraria delle fiabe. Gli autori più importanti i Fratelli Grimm con l’opera Fiabe per bambini e famiglie (1812-22), dove sono raccolte duecento fiabe che rapidamente diventano celebri in tutto l’Occidente: Biancaneve, Cappuccetto Rosso, Cenerentola (in una versione diversa rispetto a Basile e Perrault), Hänsel e Gretel, Il pifferaio di Hamelin, Il principe ranocchio, I musicanti di Brema, Pollicino, Raperonzolo, Rosaspina. Sempre nell’Ottocento nascono i due capolavori di Alice nel Paese delle Meraviglie (1865) di Lewis Carroll e Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino di Carlo Collodi (1883).

Il fiabesco mondo di Hans Christian Andersen (1805-1875)

Quest’anno ricorre il 220° anniversario della nascita e il 150° della morte per il danese Hans Christian Andersen, autore di romanzi, novelle, opere teatrali e raccolte di poesie, ma divenuto celebre in tutto il mondo come narratore di fiabe tratte dalla tradizione popolare, ma arricchite dalla sua sensibilità artistica ed eleganza stilistica. Un’infanzia tormentata dalla povertà e da condizioni di disagio sociale (la nonna materna ha avuto tre figli fuori del matrimonio ed è stata in carcere, il nonno paterno era un malato mentale, la zia gestiva un bordello), vissuta in piccolo centro agricolo imbevuto di vecchie tradizioni, superstizioni, comportamenti secolari, influiranno sulla personalità di Andersen che cresce come un bambino solitario, che ama leggere Le mille e una notte, mette in scena spettacoli con un teatrino delle marionette. La madre, pur essendo analfabeta, intrattiene il figlio con racconti e leggende tradizionali. In cerca di fortuna il padre si arruola nell’esercito e prende parte alle campagne militari di Napoleone, ma torna gravemente ammalato e muore nel 1816. Rimasto orfano a undici anni, mentre la madre diventa un alcolista, Andersen impara stentatamente a leggere e a scrivere durante le scarse e brevi esperienze scolastiche. Spinto da un’indole schiva e pervaso di una fantasia accesa e morbosa, preferisce la solitudine, oppure vagare per le campagne in piena libertà. Andersen vorrebbe fare l’attore e va a Copenaghen, dove il primo direttore di teatro lo giudica inadatto a calcare le scene. Per guadagnarsi da vivere, si adatta allora a fare il garzone di bottega e l’operaio in una fabbrica di sigarette, subendo le angherie dei compagni di lavoro, che lo perseguitano per il suo aspetto fisico, il carattere introverso e i modi effeminati. Continuano senza successo i suoi tentativi di entrare nell’ambiente teatrale come cantante, ballerino o attore. Finalmente Jonas Collin, influente uomo pubblico della capitale e direttore del Teatro Reale, provvede a fargli impartire qualche lezione privata di danese, tedesco e latino. Il giovane Hans ha modo di entrare nel mondo dell’alta borghesia e di conoscere il re di Danimarca Federico VI, che lo prende in simpatia e lo iscrive, a proprie spese, ad una scuola di grammatica e latino, gli assegna un appannaggio annuale, per cui può iniziare un regolare corso di studi. Nell’ambiente scolastico non si trova a suo agio, perché il direttore gli ripete spesso «sei un ragazzo stupido, non combinerai niente di buono». Si ritiene che Andersen sia stato affetto da dislessia e per questo commetteva numerosi errori ortografici, ma è più probabilmente che questi siano da attribuire alla frammentarietà della sua formazione scolastica. A scuola viene giudicato uno studente svogliato e introverso; inoltre diviene oggetto di scherno da parte degli altri allievi. Sul forte disagio di questo adolescente influiva anche la rigida disciplina vigente nei collegi scolastici, la quale contrastava con la piena libertà a cui era stato abituato, oltre all’umiliazione di essere circondato da alunni molto più giovani. Questa situazione negativa, induce il suo mecenate Collin a riportare Hans a Copenaghen per fargli proseguire gli studi con istitutori privati. Nel 1828, per l’interessamento dell’influente personaggio che lo ha “adottato”, ottiene l’ammissione alla facoltà di filosofia nell’Università della capitale, dove consegue la laurea. Da quel momento inizia la vasta attività letteraria di Andersen, che verrà raccolta in 33 volumi e che lo renderà il più illustre scrittore del suo Paese.

Andersen e il mondo della fiaba

Nel 1835 appare la prima raccolta intitolata Fiabe, che sarà seguita da altre pubblicazioni, fra cui ricordiamo Fiabe, raccontate ai bambini. Prima raccolta. Primo e secondo tomo, due opere che comprendono 156 fiabe, mentre altre raccolte più recenti ne riuniscono 168 o 212, aggiungendo alle fiabe in senso stretto, anche altri racconti che si richiamano in qualche modo al genere fiabesco. Per quanto riguarda il nucleo originario, si tratta di fiabe che traggono ispirazione dal folklore popolare, da racconti per l’infanzia, da fiabe e novelle tradizionali. Si tratta di racconti considerati degli autentici capolavori della fiaba d’autore contemporanea, sia quando la materia è tratta dalla tradizione orale senza modifiche sostanziali, sia quando è un’invenzione originale che nasce dalla fantasia dello scrittore. Spesso le fiabe tradizionali costituiscono per Andersen solo lo spunto iniziale per narrazioni originali e innovative, rispetto alla stessa fiaba d’autore romantica, che nascono dalla sua fantasia e da esperienze di vita vissuta che sono “portatrici di un pensiero”, che introducono un nuovo stile linguistico dove la lingua parlata e popolare si fonde con la lingua letteraria. Andersen immette nelle sue fiabe la bontà, l’allegria, l’ingenua fierezza, il candore infantile di un uomo che sa abbandonarsi alle proprie sensazioni ed emozioni, che sa sorridere alla vita, convinto sia “possibile” l’esistenza in un mondo governato da una benigna volontà provvidenziale. Le sue fiabe non rientrano nella “letteratura pedagogica”, perché sono racconti utili alla formazione della mente aperta in tutte le direzioni, a educare un individuo che non sia solo un esecutore di ordini, un consumatore facilmente plasmabile, ma aiutano ad affrontare la realtà con occhio critico dopo averla osservata da punti di vista diversi, a vedere anche quello che può sembrare “’invisibile” come dimostrano alcuni dei suoi capolavori come La principessa sul piselloLa sirenettaI vestiti nuovi dell’imperatoreL’intrepido soldatino di stagno, I cigni selvatici, Il brutto anatroccoloLe scarpette rosse, La pastorella e lo spazzacamino, La piccola fiammiferaia, La regina della neve.

I temi principali delle sue fiabe

È evidente che il tema del “diverso”, che lotta per essere accettato, è uno degli argomenti centrali nelle fiabe di Andersen, legato alle sue molteplici esperienze giovanili (vi veda Il brutto anatroccolo).

Un altro argomento particolarmente sentito è quello dell’emarginazione e del rifiuto sociale derivante nell’autore dall’aspetto fisico poco attraente e dinoccolato, con un’altezza allora fuori dalla media (un metro e ottantacinque) e con particolari inclinazioni sessuali (ha scritto di avere deciso di non avere rapporti sessuali né con donne né con uomini) che in alcune fiabe (Il soldatino di stagnoLa sirenetta, L’uomo di neve) si manifesta come sofferenza ed emarginazione sentimentale. Per approfondire il concetto di “differente”, che pervade l’opera dello scrittore, rimanda all’idea di “non collocato o non collocabile” riferita a qualcuno che per sua natura non può trovare il proprio posto nella realtà che lo circonda, che resta “sospeso” tra due mondi a nessuno dei quali può appartenere in pieno. 

Lo stesso “lieto fine”, quando compare, risulta abbastanza ambiguo e soggetto a una duplice valutazione: la gioia dell’anatroccolo mutato in cigno induce il lettore a riflettere se la vera felicità del protagonista non risieda piuttosto nella sua vita precedente, quando nuotava nel fango avendo un più profondo contatto con la natura piuttosto che con il superbo e appagante distacco della sua nuova condizione. Allo stesso modo sono ambivalenti alcuni “infelici” finali: edificante e in parte tranquillizzante è la morte drammatica nella notte di Capodanno della “piccola fiammiferaia”, che consuma a uno a uno i suoi fiammiferi per scaldarsi le mani, avendo contemporaneamente delle visioni straordinarie in cui la nonna la chiama in Paradiso. Alcuni critici hanno visto una interpretazione di natura “ideologica” derivante da una visione cristiana di “buoni sentimenti” tipici della morale borghese, fiduciosa, ottimista, sicura di sé. In gran parte della produzione fiabesca di Andersen si riscontra un ottimismo di fondo e la fiducia nella certezza di un paradiso che va conquistato con l’amore che è uno dei più preziosi sentimenti umani, utile per conservare una felicità che resista ai mali dell’esistenza. La conclusione di ogni fiaba è quasi sempre una vittoria o un premio meritati per le qualità morali dei protagonisti, oppure per la punizione delle loro colpe.

“Il doppio” e l’incertezza esistenziale in una “rivoluzione” sociale

La percezione di “sospensione”, di “essere e non essere” nello scrittore danese è connessa all’idea del “doppio”, cioè dalla sua convinzione di essere “imprigionato” in una personalità divisa tra realtà diverse, senza poter appartenere veramente a nessuna, se non a quel mondo ideale dove si realizza l’unione tra poesia e natura. Il luogo ideale per Andersen è pertanto il gioco letterario che consiste nel prendere le vecchie fiabe e inventarne di nuove, un gioco per sua natura fluido, che risiede solo nella fantasia che ha le sue “leggi”: gli oggetti quotidiani presenti nei racconti sono soltanto la materia prima da utilizzare, ma subiscono una metamorfosi completa che permette all’autore e al lettore di moltiplicare la propria libertà. In questa logica si comprende meglio il senso della morte e della vita dello scrittore danese che non è solo collegato a una visione cristiana: «vita e morte si compenetrano inscindibilmente, per cui la morte è un passaggio tra due mondi diversamente, ma ugualmente luminosi». Sempre in ordine al “doppio”, tutta la vita di Andersen è segnata da una duplice sospensione tra due mondi e due epoche, basta pensare all’originario stato di povertà e alla voglia di riscatto sociale raggiunta con molte difficoltà: si pensi al mai risolto bipolarismo tra sofferenza e risarcimento, che sta alla base della sua poesia; alla contrapposizione tra la vita di provincia chiusa e fortemente ancorata ad arcaiche tradizioni e l’incontro con il mondo “borghese” aperto alla modernità; alla fascinazione generata dall’ascolto dei racconti e delle leggende della trasmissione orale e la necessità di aderire a una cultura fondata sul libro e l’opera d’autore, una serie di duplicità che favoriscono la percezione di una “diversità” decisamente complessa e articolata.

Lo scrittore si trova a vivere in una epoca in cui si assiste al passaggio definitivo da un’organizzazione sociale agricola, “mercantile” e oligarchica a una società di tipo industriale, borghese e democratico, percorsa da fermenti di liberalismo e da tensioni politiche che porteranno alla fine dell’assolutismo e all’affermarsi di monarchie costituzionali e parlamentari. In Andersen le vicende personali, sorrette da una sensibilità non comune e spesso morbosa, si saldano a una miriade di sollecitazioni e trasformazioni in cui il poeta sembra restare “in bilico” e “sdoppiato”, apparentemente non in grado di “collocarsi”. In questa sua condizione non è tuttavia presente alcun rimpianto per il passato, ma un moderato ottimismo verso il futuro, sostenuto da una profonda fede religiosa e improntata a una visione della Provvidenza segnata dall’idea di predestinazione tipicamente protestante. In questa luce il tema del “diverso” assume uno spessore più ampio e significativo, affrontato con rara partecipazione, frutto di un’accesa sensibilità connessa a spunti di riflessione sulla condizione umana, mai discosti dall’abilità di incantarci con straordinaria suggestione.

Il macabro e l’idilliaco, la morte e la vita

Diversi racconti fiabeschi sono caratterizzati sia dalla presenza della morte e del macabro, sia dalla immortalità quale trasformazione in qualcosa di superiore, di un congiungimento a un affetto perduto o mai posseduto. Il ricorso al macabro è presente con immagini di mutilazione (si pensi al soldatino di stagno che ha una sola gamba, alla protagonista di Le scarpette rosse, alla quale vengono amputati i piedi). Spesso una menomazione è il punto di partenza per un passaggio a un livello diverso della vita terrena o ultraterrena, come avviene per la Sirenetta che ama un normale essere umano nonostante sia un principe molto bello, per amore del quale lei rinuncia al naturale elemento dell’acqua per scegliere la terra nella quale amerà in silenzio versando sangue dai piedi e all’aria per diventare un’invisibile creatura aerea; nel suo percorso di amore e dolore le sarà risparmiato solo il fuoco. Nel fuoco muore un altro piccolo eroe, quel Soldatino che, solo dopo la morte, trova la sua adorata e bellissima ballerina di carta con il cuore e la stella che sotto la cenere sono la prova della loro trovata felicità. I personaggi di Andersen, che cercano strenuamente (spesso invano) di essere accettati, devono in vece aspirare al cielo perché si comprenda che sono degli esseri speciali. In questo tema si ritrova la convinzione di Andersen che, per aspirare al bene, si deve spesso passare attraverso la sofferenza dal momento, che il bene e il male, la vita e la morte appaiono le due facce della medaglia dell’esistenza umana.

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