Grande successo per il ritorno di “Carmen” a Caracalla


di Alma Torretta

26 Lug 2022 - Commenti classica

“Carmen” alle Terme di Caracalla, per l’Opera di Roma, sino al 4 agosto. Ottimo cast e convincente l’allestimento messicano di Valentina Carrasco.

(Ph Fabrizio Sansoni /TOR)

L’allestimento di Carmen, creato per l’Opera di Roma nel 2017, è stato accolto con favore ma anche con qualche voce critica, per l’accentuazione dell’aleggiare della presenza della morte sin dalla prima scena, avendo scelto di ambientare l’opera in Messico dove il culto dei morti è millenario e le sue raffigurazioni presenti ovunque ancora oggi. Il Messico che ci propone la regista argentina Valentina Carrasco è, infatti, quello delle cronache contemporanee, con Don José che è un poliziotto di frontiera dove l’attività di contrabbando diventa quella del traffico dei clandestini verso gli Stati Uniti e lo spettacolo si apre con il rombo di un’aereo e un morto a terra in una linda busta di cadavere con cerniera. Arcaico e attualità si confondono, la festa è anche quella dei morti, Eros e Thanatos si intrecceranno inesorabilmente sublimandosi a vicenda. La scelta registica di base convince dunque e regge il passare degli anni anche quando non è più una novità.

Il successo della ripresa, a cura di Lorenzo Nencini, è anche dovuto all’ottimo cast di interpreti e alla direzione musicale del maestro spagnolo Jordi Bernàcer che dirige con giusto ritmo l’orchestra dell’Opera di Roma in ottima forma, con assai godibili parti solistiche, dando spazio ai sentimenti, ma senza mai far cedere la tensione dell’azione. Ben eseguito, assai vivo, anche l’Intermezzo tra il terzo e quarto atto. Purtroppo, non si può dire lo stesso del coro, quello dell’Opera di Roma con la partecipazione della Scuola di Canto Corale del Teatro, che sin dall’inizio si fa notare, in negativo, per francese incomprensibile e diversi fuori tempo. Don José è il tenore albanese Saimir Pirgu, prestazione in crescendo, fisico e voce che sono un bilanciato mix di dolcezza e mascolinità, perfetto quindi per interpretare il personaggio, ardente nei duetti d’amore, forte ma allo stesso tempo assai vulnerabile perché incapace di dominare i suoi sentimenti. Per la parte di Carmen è tornata il mezzo Veronica Simeoni, già nel cast del 2017, bel timbro con riflessi ramati, spigliata, decisa e sensuale com’è necessario, che ha conquistato il pubblico già dalla sua Habanera, ma purtroppo penalizzata come personaggio dai brutti costumi, soprattutto quello invecchiante del finale. Per la parte di Escamillo è stato scelto il baritono Luca Michieletti, bella presenza, corretta la sua aria del Toreador, manca solo un po’ di profondità e carisma, vocalità più godibile nel faccia a faccia con Don José nel terzo atto. Invece un plauso speciale alla Micaela del soprano Mariangela Sicilia che, al di là della bellezza luminosa della voce e dell’ottima esecuzione tecnica soprattutto con ottimi pianissimo, si fa notare perché è riuscita a disegnare un personaggio di Micaela moderno, di donna pure forte anche se con principi di vita all’opposto di Carmen, quando di solito la donna risulta invece solo una contadinotta sdolcinata e noiosa. Bravo anche tutto il resto del cast, con qualche ruolo affidato anche ai giovani talenti del Fabbrica Young Artist Program. Ma bisogna ricordare che tutte le voci a Caracalla sono amplificate dai microfoni. Deliziosi poi i balletti, in particolare quello degli scheletri, con le coreografie di Erika Rombaldoni e Massimiliano Volpini. Molto belle ed efficaci le scene di Samal Blak e le luci di Peter Praet che coinvolgono pure con le proiezioni i resti delle Terme, i costumi non tutti riusciti sono di Luis S. Carvalho.

Nel complesso quindi, pur con qualche inevitabile ombra, tra le tante contestualizzazioni diverse dell’opera, quella messicana della Carrasco è una delle Carmen più interessanti degli ultimi decenni e con la cifra stilistica della regista ben chiara, individuabile in tutti i suoi lavori, anche nella sua ultima creazione di quest’estate, la Tosca allo Sferisterio di Macerata (ne abbiamo parlato: https://www.musiculturaonline.it/la-tosca-dello-sferisterio-tra-teatro-e-cinema/ n.d.r), dalle prese di posizioni politiche chiare alla presenza di oggetti-simbolo giganti sulla scena (nella Carmen un enorme teschio di toro, nella Tosca l’angelo caduto di Castel Sant’Angelo) alla predilezione per tanto colore e movimento in scena (sconfinando a volte nella confusione distraente, nel kitsch e con forzate e inutili cadute di gusto come nella taverna di Lillas Pastias), con qualche immagine che sembra costruita più per il suo impatto visivo che per l’apporto di senso nuovo all’opera (come la bambina che appare accanto a Carmen in alcuni momenti introspettivi, ma anche quando sta fingendo per convincere José a seguirla, quindi non può essere la sua anima candida), nel complesso una regia rispettosa del libretto e della musica pur nella modernità della contestualizzazione.

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