“Crescere, la guerra” il libro di Francesca Mannocchi
di Alberto Pellegrino
21 Ago 2026 - Libri
Francesca Mannocchi, una giornalista-poetessa contro guerre e persecuzioni per esaltare la lotta tra memoria e oblio. Il suo ultimo libro “Crescere, la guerra” (Einaudi), di poesie, dà voce alle vittime delle guerre, delle deportazioni, delle violenze più disumane, della fame.
Francesca Mannocchi è una giornalista freelance che collabora con diversi canali televisivi e importanti testate giornalistiche italiane e internazionali (Al Jazeera e The Guardian): È impegnata a lavorare in prima linea come testimone in vari conflitti che sconvolgono molti Paesi del Medio Oriente (in particolare, Afghanistan, Irak, Libia, Libano, Yemen, Palestina, Siria, Ucraina), occupandosi di migrazioni e traffico di migranti, delle condizioni di vita nei campi profughi, delle sofferenze inaudite di cui sono vittime soprattutto i bambini. Ha ricevuto numerosi riconoscimenti, tra cui il Premio “Giustizia e Verità”, il Premio Wondy di letteratura resiliente, il Premio Estense, il Premio Ischia internazionale di giornalismo. Nel 2025 con il documentario Lirica ucraina, basato sui racconti di sopravvissuti al conflitto Russa-Ucraina, ha vinto il David di Donatello. Ha pubblicato alcuni volumi sulle sue esperienze d’inviata di guerra, fra cui Io Khaled vendo uomini e sono innocente (Einaudi, 2001), Porti ciascuno la sua colpa. Cronache dalle guerre dei nostri tempi (Editori Laterza, 2019), Sulla mia terra. Storie di israeliani e palestinesi (De Agostini, 2024).
Ora ha deciso di ricorrere alla poesia per dare voce alle vittime delle guerre, delle deportazioni, delle violenze più disumane, della fame. Sono appena 67 pagine intitolate Crescere, la guerra (Einaudi, 2026), che contengono versi destinati a non dare una spiegazione al dolore, ma a stringere in una morsa la nostra coscienza di occidentali, richiamandoci alle nostre responsabilità, obbligando la nostra memoria a non essere un archivio di notizie e d’immagini, a non volgere lo sguardo da un’altra parte, obbligandoci a guardare quei volti segnati dalla sofferenza, quelle case ridotte un cumulo di macerie, quelle tombe che sono il segno di un dolore incancellabile, quelle tendopoli nate come un rifugio provvisorio per sfuggire a guerre e persecuzioni e che sono invece diventate città del dolore e dell’emarginazione, del freddo e della fame.
Queste poesie non hanno nulla di consolatorio, non consentono assoluzioni, non chiedono pietà per le vittime, ma rispetto per la loro dignità di essere umani ridotti a numeri per le statistiche. Sono la voce di chi aveva una casa e un fuoco per riscaldarsi, di chi ammonisce che “non basta guardare per sapere”, perché, dopo aver guardato, bisogna capire: “Il vedere non è mai neutro, / perché si vede sempre da un luogo / e si racconta sempre da una ferita”. Sono la voce di Asma, madre ventiseienne che vive in una tendopoli del Libano decisa a ricordare che “il linguaggio della paura […] è un alfabeto che nessuno impara, ma tutti ricordano”, per cui la Mannocchi si chiede: “Come si racconta il rumore di una bomba / dentro il pianto di neonato affamato?” e si risponde “Non si racconta”. Infatti “la lingua da sola non basta. / Serve un corpo che l’ascolti, / una memoria che l’accolga, / una ferita che la riconosca”. Le parole non servono a spiegare, devono ferire, “allora fate posto alle storie, / siate la soglia che non si chiude, / il luogo, la ferita, / dove una storia può ancora mettere radici”.
Una chiave di lettura
La chiave di lettura di tutto il libretto è un antico proverbio afgano che dice “La rosa è amica della spina”, il quale diventa la metafora atta a spiegare che la rosa senza la spina non cresce, che non si arriva alla verità senza passare per il dolore, mentre noi abbiamo confuso “la fuga dalla spina con la libertà”, abbiamo “chiamato felicità la rimozione del dolore”. È questa la morale segreta che regola la politica nel mondo: “La rosa sa che la bellezza senza rischio è sterile / la spina sa che ferire è un modo di difendere. / Insieme, sono il corpo e il pensiero del vivente”. Non è possibile cogliere una rosa senza incontrare anche le spine: “Forse il male non è il contrario del bene, / mala sua ombra. / Forse il vostro Dio ha lasciato per voi / e per tutti / una spina nel fianco del creato. / Per ricordarci che la grazia è un equilibrio instabile, / una fiamma che brucai solo se incontra il vento”.
Storie di varia umanità
Allora tutto diventa più facile da capire come la storia di Fahim, professore di filosofia politica a Kabul ora rifugiato politico in Germania, che sente di avere perduto a causa della guerra la “reputazione”, la dignità, il rispetto per il proprio nome, ma che continua a cercare nel Volto dell’Altro il proprio volto.
Esemplare diventa la storia di Samya che non è stata mai una bambina, vittima di coloro che sono arrivati come “fratelli” e “liberatori”, che volevano importare libertà e democrazia, ma sono stati solo “spettatori”, perché la libertà non è un dono; così hanno lasciato una terra piena di orfani, di scuole senza insegnanti, di ospedali senza medici; hanno scambiato la “pace” con l’oblio: “Io sono la sposa che non avete salvato […] Io sono il volto che non si lascia fotografare, / la storia che non vi ha obbedito […] Io sono la rosa che non avete saputo toccare, / e la spina che vi resta tra le mani”.
Questi versi diventano la voce di chi abita la città siriana di Sednaya, un “mattatoio umano” pieno di prigioni e di cadaveri, di essere torturati e poi cancellati da questo mondo come semplici “passanti” che non hanno più un volto. È un luogo dove “la prigione non è il contrario della libertà; / è la sua caricatura […] Sednaya non è il contrario della liberà; è la sua imitazione […] una pace che non chiede nulla, / un ordine che non si assume i rischi della spina”.
Sono la storia di Mohammed che vive nel campo profughi di Yarmouk al confine tra Palestina e Siria, un luogo dominato dalla fame che è “una forma perfetta di governo: / uccide senza sparare / e non lascia impronte”. La fame è per il potere un’arma perfetta, perché non uccide subito, ma converte le persone in oggetti, gli oggetti in colpa e la colpa in obbedienza. La fame rende prive di significato parole come “conflitto”, “instabilità”, “incidente geopolitico”, “emergenza umanitaria” e rimane invece una ferita sempre aperta, una prova che l’Occidente non ha saputo sostenere, una domanda a cui non si è data una risposta, ma che rimane indelebile nei volti e negli occhi dei bambini affamati. Sono la storia chi ha visto la propria casa distrutta dalla guerra: non è più il luogo delle memorie, il riparo dalle intemperie, sostituita da una tendopoli che è la negazione dell’abitare, perché la casa “la prima forma di fede”.
Questi versi sono la storia di una Madre e di un Padre di Jenin, una città palestinese della Cisgiordania, i quali hanno visto uccidere i loro ragazzi scambiati per “terroristi”, una etichetta e una giustificazione a una violenza che cancella le persone e usa parole che mentono: “Dove sicurezza significa impunità, / dove ordine significa assedio, dove terrorista copre ogni alibi”. Sono la storia dei bambini palestinesi che vivono nella paura di un colpo di fucile o di una bomba, ridotti un bersaglio mobile, esseri umani senza una colpa e senza più una infanzia che chiedono “perché?”, che dicono: “Non abbiamo bisogno di pietà / la pietà è una distanza che si traveste bene, / la distanza che ha messo l’abito buono. / Abbiamo bisogno di esattezza. / Di un attimo di sospensione / prima del giudizio”.
Sono la storia di una nonna di Jenin che ha fatto del proprio corpo “un archivio di guerre”, di vivi e di morti, di tutti i bambini i cui “nomi non stanno più nel registro della scuola / e di quelli che il vento ha portato via”. Ha visto morire i suoi genitori, crescere figli e nipoti; è vissuta sotto le bombe e le macerie e ora parla per conservare la memoria soprattutto dei bambini per i quali non vuole un paradiso ma una notte in cui i bambini possano dormire tranquilli, “voglio campi dove si semina grano e non si arano tombe”. Dal 1987 vive in un campo profughi, dove ha lavorato, cucinato, partorito, seppellito; dove ha imparato l’arte della sopravvivenza, ma ora vuole parlare per non dimenticare, perché la memoria “è un utero. / Da lì nasce tutto: tenacia, rabbia, errore, dignità”. Ora parla perché è la custode “di voci, di passi, di pianti: / Li porto tutti sulle spalle: mi hanno scavato la schiena, / ma non li lascio cadere. / Li custodisco. / Perché la memoria / è l’unico paese / che non possono toglierci”. Sono la voce di chi non si è salvato ma non vuole compassione, ma pretende responsabilità: “La compassione è un sentimento colpevole. / La compassione vi consola. […] Vi fa sentire umani senza chiedervi / che cosa avete fatto dell’umano”. La pietà vi lascia spettatori, mentre il corpo mutilato di un bambino o di un adulto è “il luogo dove la vostra innocenza si è spezzata […] Perché il male non si compie da solo. / ha bisogno del vostro silenzio: / della vostra neutralità”. Le vittime non vogliono che si chieda perdono, vogliono che si dica la Verità, perché “io sono il bambino che non avete salvato. / Io sono la spina nella vostra rosa […] E non pregate per me. / Pregate per voi. / Perché / Il giorno in cui non proverete più vergogna / sarà il giorno in cui mi avrete ucciso davvero”.





