Corto Maltese incontra Paolo Conte…e l’avventura continua


Alberto Pellegrino

5 Gen 2002 - Fumetti

Chi è Corto Maltese – Hugo Pratt (1927-1995) e la sua creatura, Corto Maltese

Corto MalteseHugo Pratt (1927-1995) è uno dei più grandi scrittori del Novecento italiano, tanto che finalmente la sua opera viene definita “letteratura disegnata”. Pratt è stato uomo di vaste esperienze umane, di grande spessore culturale, di sterminata fantasia, che ha portato per il mondo la sua anima di vagabondo anarchico. Egli ha tradotto queste sue esperienze umane nella trasposizione in immagini di varie opere letterarie dell’amato Stevenson (L’isola del tesoro, Il ragazzo rapito), l’Odissea, L’ultimo volo di Saint Exupery, le Lettera dall’Africa di Rimbaud, le Poesie di Kipling; ha inoltre scritto e disegnato una serie grandi romanzi a fumetti tutti incentrati su eccezionali personaggi che costituiscono una vera e propria galleria di particolari eroi dell`avventura: il Sgt. Kirk, Ticonderoga, Ernie Pike, Anna della giungla,…. Di “Wheeling”, l’Uomo del Sertao, dei Caraibi, della Somalia,, del Nord, il capt. Koinsky degli “Scorpioni del deserto” ed infine la grande saga di Corto Maltese, un vero e proprio mito letterario del Novecento.
Ecco come Pratt stesso definisce il suo personaggio: “Mi serviva un tipo mediterraneo, che però fosse inserito in qualche maniera in una cultura anglosassone, perché nella tradizione narrativa anglosassone c’è più fiaba, più leggenda. Se l’avessi fatto italiano, avrei dovuto confrontarlo con personaggi di Dante dell’Ariosto: e non avrebbe funzionato, vuol mettere una Lady Rowena! Comunque sia, l’unico mediterraneo che poteva avere queste caratteristiche era un maltese: ed ecco la madre, prostituta di Gibilterra, e il padre marinaio della Cornovaglia, per di più, a Malta si sono incrociate tante culture, che poi nell’economia delle storie vengono utili: per esempio c’erano gli ebrei, noti per la bravura cabalistica, e che lui conosce bene perché sua madre era amante del rabbino di Malta e di quello di Cordova; ed ecco che viene fuori questo personaggio un po’ magico. Corto in spagnolo vuol dire svelto, e anche quello fa gioco. E poi Corto Maltese suona bene. E così, tra nome , magia, tradizione latina, il personaggio è uscito”.
Corto è un “gentiluomo di fortuna” dalla spirito anarcoide: alla ricchezza preferisce la libertà, la fantasia e la poesia (cita con disinvoltura Coleridge, Kipling e Rimbaud), ha per amici gente come Jack London e Eugene O’Neil, , non tollera la prepotenza dei potenti, è attratto dalla bellezza femminile e dal mondo dell’esoterismo e della magia. A bordo del tre alberi “Vanità Dorata”, sopra mitici treni e vecchie automobili, sulla sua goletta Ketch che solca il mare “come la bianca ala dell’albatros sul monotono respiro del Pacifico, così, vagando per vagare, va la vela del vero marinaio”, tra la fine dell’Ottocento e gli anni Venti, Corto percorre il mondo in cerca di se stesso e di avventure dall’Africa alla Cina, dal Brasile alla Scozia, dall’Italia della Grande Guerra alla Buenos Aires del tango, dalle Antille a New Orleans dove conosce il voodoo, dall’India a Surabaya, da Giava alle Isole Tonga. Sempre a contatto di eroi e mascalzoni, avventuriere bellissime e pericolose, donne dolcissime e magiche, Corto diventa un sognatore romantico, freddamente violento e astuto quando è necessario ed è presentato magistralmente dal suo autore nella lettera che Baron Corto gli scrive nella Favola di Venezia, quando lo sfida a trovare un favoloso e prezioso gioiello (la “clavicola di Salomone”): “Tu Corto, sei fra gli individui più indicati per fare questo tipo di gioco. Tu, eterno perdigiorno, ingenuo Don Chisciotte da strapazzo, seduttore frustrante e frustrato, parassita romantico, forse anche sentimentale…”.
Hugo Pratt mette in bocca allo stesso Corto, nella Prefazione alla Ballata del Mare Salato, la storia delle sue origini: “Molti legano le mie vicende all’isola Escondida nei mari del Sud, ma non è giusto: cominciarono molto prima in qualche punto del Mediterraneo. Di quando ero bambino ricorso una bandiera piena di croci e una barba rossa. Seppi più tardi da mia madre che quella barba apparteneva a mio padre. Ecco…mia madre…Ricordo che era bellissima! E’ nata gitana a Siviglia e più tardi assieme ai suoi andò a Gibilterra. Il pittore Ingres impazzì per lei…Con lei andai a Malta poi ritornai a Gibilterra. Ricordo anche una bella casa con il “Patio pieno di fiori nella Juderia di Cordoba…Un giorno una gitana, amica di mia madre, mi guardò la mano sinistra e mi disse che non avevo la linea della fortuna. Mi sembro una cosa terribile. Fu così che presi il rasoio di mio padre e me ne feci una lunga e profonda…Mio padre andava e veniva…Lui della Cornovaglia, esattamente della cittadina di Tintagel, un luogo pieno di fate, maghi e streghe. Racconta che è nipote di una strega dell’Isola di Man e di avere un gatto rosso che ride di nome Carroll…Mia madre mi fece ritornare a Malta da un suo caro amico: il rabbino Ezra Toledano, che mi mandò a studiare nella scuola ebraica di La Valletta. Ezra mi iniziò anche ai testi segreti dello Zohar e alla vera Kabbala. Ezra è un uomo formidabile. Mi raccontava cose meravigliose e ancora oggi quando mi scrive non dimentica mai di raccomandarmi qualche lettura segreta”.
Corto ha quindi grande familiarità con il mondo delle leggende e dell’esoterismo, frequenta Oberon e Puck, Morgana e Merlino fra le nebbie della Scozia (Sogno di un mattino di mezzo Invero), folletti e streghe (Burlesca e no), tanto che uno di questi personaggi dice: “Il nostro mondo non morirà mai finché ci sarà qualcuno a sognare”.

Corto Maltese e Venezia – Il rapporto tra Corto e la città lagunare spesso scenario delle sue avventure e ricordi.

La città che Corto predilige è Venezia anche se lui è un “cittadino del mondo”, è costantemente attratto da questa città che egli sente profondamente sua: “Lui, inquieto girovago che continua ad andare instancabile attraverso tutte le contrade della Terra, a Venezia c’è già stato – forse unico luogo al mondo – ben tre volte. Come se in quella città avvertisse il bisogno di tornare di tanto in tanto, quasi a ricaricarsi. Anche se poco dopo né avvertirà un’altrettanto languida sazietà, che l’indurrà ad abbandonarla, in attesa di un ulteriore ritorno” (Gianni Brunoro, Corto come un romanzo, Laterza). Quindi Corto è stato tre volte a Venezia: il primo viaggio è avvolto nel mistero ed è legato alla leggenda delle sette città d’oro, il cui segreto è nascosto nella laguna veneta in un’isoletta chiamata San Francesco del Deserto; la seconda avventura è narrata nell’Angelo della finestra d’Oriente, quando Corto ritorna per impadronirsi della mappa delle siete cidades de Cibolà, le favolose città perdute dell’oro peruviano, la cui mappa è nascosta nel convento di San Francesco del Deserto, quando sulla laguna imperversa la prima guerra mondiale e opera la bella spia Venexiana Stevenson. Corto scopre che potrebbe restare prigioniero della laguna, perché “questa città è bellissima e io finirei per lasciarmi prendere dal suo fascino, diventerei pigro…Venezia sarebbe la mia fine!”.
Ma Corto di avere due madri, la Nina e Venezia, cosa abbastanza strana per essere uno di “quelli che non mettono radici”, eppure egli sogna sempre di ritornare, perché “ci sono a Venezia tre luoghi magici e nascosti: uno in Calle dell’Amore degli Amici; un secondo vicino al Ponte delle Meravigie; un terzo in Calle dei Marrani a San Geremia in Ghetto. Quando i veneziani (qualche volta anche i maltesi…) sono stanchi delle autorità costituite, si recano in questi tre luoghi segreti e, aprendo le porte che stanno nel fondo di quelle corti, se ne vanno per sempre in posti bellissimi e in altre storie”. Per questo finisce sempre per tornare in questo luogo “magico” a ricaricare la sua anima di avventuriero e di poeta, come un moderno Argonauta, un Ulisse dei nostri tempi. Del resto lo stesso Hugo Pratt (pur essendo nato per caso a Rimini) si considera a tutti gli effetti un veneziano di cultura ebraica per la linea materna e per questo elenca i motivi che lo legano alla città: “è il paesaggio, è l’atmosfera, sono gli odori, sono i rumori di Venezia. E’ una città che mi ha accompagnato sempre, ha influenzato moltissimo il fatto che io analizzassi le cose, le guardassi, le pensassi e mi mettessi a disegnarle. Infatti è una città di artigiani, di artisti, di gente che lavora con il cervello, con le mani…dai maestri del vetro ai pittori, ai disegnatori, ai musicisti, ai poeti” e persino quando Corto è impegnato in lontane avventure cinesi, Pratt non manca di rendere omaggio alla sua città, citando i versi di Eugenio Genero che era suo nonno materno: “Quando Venexia mia/sora i teti de le tue case/una gloria de sol xe sparpagnada/lassame dir se el paragon te piase/che ti me par/una bela tosa spensierada”. Ma la vera saga che testimonia l’amore di Pratt per Venezia è la Favola di Venezia che appare per la prima volta su L’Europeo nel 1977 e che poi avrebbe preso il nome arabo di Sirat Al-Bunduqiyyah, dove compaiono i personaggi di Frederick Rolfe, lo scrittore inglese denominato “Baron Corvo”, di Gabriele D’Annunzio, dell’attrice americana Louise Brooks, di Hipazia reincarnazione di Hypatia matematica e filosofa greca platonica, linciata dietro istigazione di monaci cristiani, dei fascisti Stivani e Boselli (quest’ultimo zio di Pratt) appartenenti al gruppo fascista della Serenissima fondato dal nonno di Pratt. Una storia onirica, magica, bellissima che costituisce appunto la base dello spettacolo dedicato a Corto e andato in scena nel Teatro Pergolesi il 3-4-5 novembre a chiusura della XXXV Stagione lirica jesina.

Corto maltese e il fascino della scena – La recensione del balletto andato in scena a jesi (AN) in occasione della stagione lirica.

Corto era diventano nel 2000 un cartoon realizzato dal regista e disegnatore parigino Pascal Morelli, che racconta le sue avventure in Siberia disegnate da Pratt in Corto Maltese. La corte segreta degli arcani, rendendo un po’ troppo realistico il personaggio e togliendole quell’aura sognante che costituisce il suo fascino maggiore. Al contrario l’opera – balletto prodotta dal Teatro Pergolesi, dal Teatro dell’Archivolto e dal centro di Produzione Inteatro conserva tutto il fascino della “letteratura disegnata”. L’autore e regista Giorgio Gallione ha tratto direttamente l’ispirazione dalla Favola di Venezia e dal racconto Venezia degli Arcani, che fa da introduzione a quella storia e dove le vite di Pratt e di Corto s’intrecciano indissolubilmente. Del resto la Favola è il pezzo più “teatrale” scritto e disegnato da Prat, tanto che nell’ultima sequenza Corto dialoga con un pozzo che si anima di colori arlecchineschi e dice di essere “Arlekin Batocio, un soldato in Kandia e maschera veneziana”, anche Corto gli contesta il diritto di spacciarsi per veneziano (“Dopo tutto sei una maschera bastarda che non si sa bene da dove viene”) ed ancora nel finale tutti i personaggi salutano da un ideale palcoscenico secondo lo stile dei Comici dell’Arte: “Cari colleghi, salutiamo con rispetto tutti coloro che con tanta bontà e cortesia ci hanno ascoltato e tollerato e auguriamoci che questa extravaganza possa essere loro piaciuta”.
È la Venezia delle grandi lune, “arabesco tra gli arabeschi. Luna amante. Luna tango, luna canzone”; delle nebbie grigio perla che cancellano il tempo e fanno smarrire in un labirinto di perplessità, “nebbia avventura. Nebbia sensualità. Nebbia abracadabra. Nebbia perdizione. Nebbia nostalgia”; della magia con i suoi misteri, le emozioni avvolgenti, l’intreccio di solitudine e libertà; delle donne dagli sguardi complici, specchi di malizia e allegra lussuria, di seduzione e tentazione. Questo straordinario viaggio tra sogno, memoria e nostalgia è stato intessuto sulle suadenti coreografie di Giovanni Di Cicco, sulle luci perfettamente ritmate di Maurizio Viani, sulle poetiche e scultoree scene di Marcello Chiarenza, che ha anche firmato gli eleganti costumi dai dosati cromatismi. Gioele Dix, attore di sottili intelligenze interpretative, entra nei panni del marinaio vagabondo e lo rende credibile, avendo accanto attori di eclettica bravura come Nicola Alcozer ed Elsa Bossi, danzatori di levatura come Daniela Biava, Davide Frangioni, Barbara Innocenti, Sandhya Nagaraja, Aline Nari e Ivan Truol. A completare il quadro le affascinanti musiche di Paolo Conte ben eseguite dall’Orchestra Filarmonica Marchiana diretta dal M° Paolo Silvestri. Si tratta di brani in gran parte inediti o composti appositamente per l’occasione, a cui si aggiungono un noto capolavoro come Hesitation (Aguaplano, 1987), nonché le canzoni Rebus (Gelato al Limon, 1979) e Les Tam Tam Du Paradis (Aguaplano, 1987).
Il viaggio ha inizio sotto il segno di una grande luna rossa e di altre piccole lune vagabonde, da quando Corto ha cinque – sei anni e viene condotto dalla nonna nel Ghetto Vecchio di Venezia a trovare la signora Bora Levi che lo introduce nei misteri dell’esoterismo nel campiello denominato Corte Sconta detta Arcana, dove si aprono sette porte che portano inciso il nome di un demone generato da Adamo dopo la “disubbidienza”, quando il primo uomo aveva rubato per la donna amata nel giardino dell’Eden “la rosa del peccato”. Al lume della “menorah” (il candelabro dalle sette braccia) è possibile navigare fra misteriose figure e magici graffiti e in cerchio tracciato da magiche rose rosse è possibile vedere danzare donne bellissime che corteggiano il doppio di Corto Maltese, la divina Isadora Duncan. Accanto alla prima ed unica fanciulla che Corto ha veramente amato, la dolce Pandora che al marinaio fa “ricordare un tango di Arola, che ascoltai nel cabaret della Parda Flora in Buenos Aires”, che egli sente di amare “proprio perché non assomiglia a nessuna” e, proprio per questo, avrebbe voluto incontrala sempre…in qualsiasi posto e che non avrà mai perché Pandora si rifiuta di seguirlo, ecco apparire la Fata Saracena al quale il marinaio ha vinto una partita a scacchi, ricevendo come premio “un cuscino bellissimo ricamato e bordato con i capelli di fanciulle cristiane dell’isola di Cipro”. Alla notte, quando Corto va a dormire, “basta che appoggi la testa su quello posso entrare nei sogni che voglio”. Vi era poi la Calle Stretta della Nostalgia, un “centro favoloso dove si univano due mondi segreti: uno appartenente alle disicpline talmudistiche e l’altro a quelle filosofiche esoteriche giudeo – greco – orientali. Tra quel dedalo di scale, calli corti e campiello Corto bambino gioca avendo come compagni piccoli ebrei o bambine dagli occhi dorati che lo introducevano nei segreti della “scienza maledetta” e della magia.
C’è poi la leggenda di Venezia bellissima rosa sbocciata dal mare fra un intrigo di calli dove i marinai inseguono perennemente il fascino di una donna bellissima e irraggiungibile, una città misteriosa dove si ritorna sempre dopo aver navigato per i mari della per poi ripartire verso nuove avventure, città regina del mare che gli egiziani chiamano Al Bubduqiyyah, mentre gli arabi chiamano l’Adriatico Giun Al-Banadiqin, il “Golfo dei Veneziani”, crocevia delle culture e delle religioni cristiana, ebrea e islamica, dove è possibile per Corto raccontare la Genesi ad un uditorio di gatti: “Nel Giardino dell’Eden c’era tutto. Fegatini, rognoncini, carne tritata, pesciolini rossi e ciotole di latte. Solamente una cosa non si poteva magiare: “La lisca di pesce proibita”, che cresceva…nel mezzo di questo magnifico paradiso terrestre. Un giorno Miù Miù, la prima gatta, incontrò il diavolo vestito da topo…”. Il percorso di Corto è anche segnato dal sangue da quando con il rasoio del padre s’incise sulla mano sinistra quella linea della fortuna che una zingara gli aveva detto di non avere, ma è segnato anche da ricordi fantastici come la Fata Saracina, Pandora, il sogno d’amore della sua vita che appare mentre una scala fiorita di rose si protende verso il cielo e intorno le freme un volo di farfalle, dei personaggi delle sue storie e della sua vita come la signora Bora Levi. Quando Corto era ritornato a Venezia alla fine della seconda guerra mondiale, aveva trovato inciso su di una lapide il nome della vecchia signora “assieme a quelli degli altri ebrei deportati e non più ritornati dall’ultima guerra. Non sono molti questi nomi, perché Venezia nascose i suoi ebrei, li nascose nelle sue Corti Sconte dette Arcane. Corti celate ancora oggi dietro muri gelosi, con numeri civici che si reinventano quando qualche profano guarda troppo a lungo”. Lo spettacolo si chiude con i personaggi del passato e il suo doppio che danzano intorno a Corto sotto la grande luna rossa, mentre il più celebre marinaio del mondo si appresta a riprendere la sua strada, con accanto l’ombra della propria morte, alla ricerca di quell’isola che non c’è, dove il pesce – lacrima piange il dolore del mondo avendo perso la memoria del perché lo fa, per tornare a navigare nell’arcipelago dei sogni dove la vita sembra fatta della stessa materia di memorie, illusioni e speranze.

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