Antonio Latella e la rappresentazione del male assoluto


di Alberto Pellegrino

7 Feb 2014 - Commenti teatro

Francesco Manetti (ph: Brunella Giolivo) - MusiculturaonlineAncona 26.01.14 – In occasione della Giornata della Memoria è andato in scena al Teatro Sperimentale di Ancona lo spettacolo A. H. scritto da Federico Bellini e Antonio Latella, diretto dallo stesso Latella, con le luci di Simone De Angelis, gli elementi scenici e i costumi di Gabriella Pepe. La pièce s’impone per la interpretazione di Francesco Manetti, collaboratore da lungo tempo di Latella come curatore del training degli attori, che sfrutta questa sua esperienza per realizzare una straordinaria performance che usa i movimenti del corpo come codice di una partitura drammaturgica che vede proprio la gestualità come l’elemento più toccante ed emotivamente coinvolgente dell’intero spettacolo.
Latella e i suoi collaboratori hanno voluto tentare con successo la “missione impossibile” di portare sul palco una riflessione sul male capace di penetrare nella mente e nella coscienza degli spettatori attraverso un aspro mixage di parole, gesti e musiche. Latella ha definito questo suo lavoro come il più spirituale, perché si propone di scavare nelle profondità più oscure, indecifrabili e affascinanti della natura umana, partendo dal grande male che ha colpito l’Europa del Novecento per risalire all’origine stesso del nostro mondo in uno spettacolo che fa parte di una ricerca sul tema della menzogna che comprende Il servitore di due padroni da Goldoni (andato in scena nel novembre 2013) e il Peer Gynt di Ibsen che debutterà il 27 febbraio 2014 a Novosibirisk.2 - Francesco Minetti - Musiculturaonline
Secondo Latella il male è inestirpabile e l’unica speranza è cercare la salvezza nel tentare di ricostruire e memorizzare l’oggetto stesso di ogni nefandezza perpetrata nel corso della storia e nelle note di regia dice: “E se invece di mettere i baffi alla Gioconda li togliessimo a Hitler? Questa domanda non vuole essere una provocazione ma è, nella sua assurdità, l’interrogativo da cui partiamo. Spostare lo sguardo da quella mosca sotto il naso, maschera dell’orrore di tutto il Novecento, a qualcosa d’interiore, di terribilmente intimo, umano. Ci interessa intraprendere una riflessione sul male. Esiste il male?…Come sconfiggerlo ma soprattutto perché nasce? Partiamo da questo interrogativo per confrontarci con il cancro che ha colpito l’Europa, che è entrato nei cuori e nelle menti e si è trasformato in pensiero, in politica, sterminando come un angelo vendicatore. Hitler è stato sconfitto ma come tutti i grandi mali non è stato ucciso, si è ucciso per non morire, per custodire l’orrendo segreto della sua nascita. Come è stato possibile che il cancro Hitler sia entrato nel cuore di milioni di persone che si sono messe la mosca sotto il naso?”.
Latella decide di optare per una scena nuda, nella quale ci sono soltanto un piccolo manichino da pittore, due secchi e un grande foglio bianco da disegno; fa inoltre ricorso a una serie di citazioni che vanno dalla Genesi e alla Torah, da Tolken a Lars von Trier, da Chaplin a Pinocchio, per arrivare fino ad Antony and the Johnsons con le sue dure tonalità elettroniche che ripetono ossessivamente “cerco un po’ di tenerezza e trovo Hitler dentro di me”. Latella riesce ancora una volta a centrare alcuni aspetti preoccupanti del nostro tempo, quando riaffiorano l’immagine e il pensiero di Hitler in una società dove si manifestano pericolose e raffinate forme di controllo delle coscienze, mentre escono libri sull’oscuro carisma del dittatore nazista: Erika Mann racconta una vita quotidiana inquinata dal terrore nella Germania nazista (Quando si spengono le luci. Storie del Terzo Reich, Il Saggiatore), mentre l’attenzione ritorna sull’opera di un grande drammaturgo e narratore come Thomas Bernhard che ricorda il sopravvivere del nazismo nelle democrazie occidentali sempre minacciate dal rancore, dalla xenofobia, dall’immoralità del capitalismo affaristico.
Lo spettacolo inizia risalendo alle origini del mondo edificato, secondo la Genesi, da Dio in sei giorni, per poi riprendere la tesi che ogni cosmogonia, in ogni sua concezione mitologica, ha alla sua base la nascita del linguaggio, tanto che nella Torah la creazione del mondo è tutta concentrata nella lettera Beth che contiene la frase “In principio Dio creò tutto”. Il protagonista disegna questa lettera al centro di un grande foglio di carta a sottolineare che intorno ad essa esiste solo il bianco deserto del nulla; poi egli strappa il foglio in tanti piccoli pezzi, gettandoli in aria mentre dalla sua bocca erompe il grido “5.820.960” senza che vi sia la necessità di sottolineare che si tratta delle vittime dell’Olocausto. A questo punto si aprono le porte dell’abisso dove tutto precipita: Dio e l’individuo, l’angelo ribelle e gli esseri umani, la cruda e spietata realtà dove gli uomini diventano la facile preda di superuomini di ogni specie e ideologia.
3 - Francesco Minetti - MusiculturaonlineManetti, con indosso un elegante abito bianco di carta, usa le mani per plasmare l’immagine con baffi e ciuffo di un Hitler che straparla di un diritto di dominio sul mondo delle razze superiori sui sottouomini, sulle donne, sulla natura, che recita il “paternoster” appositamente scritto per la gioventù hitleriana. Poi con magistrale tocco dissacratorio, usa un barattolo di Nutella per disegnare sul volto i celebri baffetti e il ciuffo del dittatore, quindi impiega il linguaggio del corpo con ossessiva iterazione per rappresentare le varie invenzioni dell’uomo per distruggere se stesso con il massimo di crudeltà dalla clava alle frecce, dal fucile alla mitragliatrice, dai missili alla bomba atomica, archi che si rivoltano contro il suo inventore continuamente squassato da tagli, ferite, esplosioni, mentre il sudore scende dal capo e copre l’abito candido di macchie che sembrano ferite o escrementi. Seguono scene mimate dal Grande dittatore di Chaplin, frasi sconclusionate o semplici fonemi della lingua tedesca per concludersi con il canto di Deutschland Deutschland uber alles e gli ululati di un cane (il pastore tedesco della corte hitleriana, forse il più umano dei nazisti?).  L’interprete si serve di un piccolo manichino di pittore per costruire un’idea di Pinocchio portato a spasso da un contorto Geppetto mentre risuonano i canti di fanciulli (le voci di Terezin?). Quindi ci si avvia verso il delirio finale che precede il suicidio all’interno del bunker: “Io sono l’Europa, io sono stato, io fui, io fui stato, io sarò, io sarò stato l’Europa” per chiederci quando ci libereremo di questa disumanizzazione, di questo terribile f4 - Francesco Minetti in "A.H." - Musiculturaonlineantasma che si aggira tra di noi e dentro di noi, che si uccide per non morire, che sparisce per rimanere, che si annienta per ossessionarci con il suo eterno ritorno, lo spettro di una maligna divinità che vuole continuare a imporci le sue malvage regole di vita e di morte. Infine l’urlo lacerante di una sirena, il grido ossessivo papa, perché? Dopo essersi liberato dai brandelli dell’abito, l’uomo ormai nudo si avvolge in una nube di borotalco e lentamente si schiaccia ventre a terra come un verme, metafora di un’umanità ormai vinta dal peso enorme di 70 milioni di morti della seconda guerra mondiale, ancora una volta in balia del male, dal quale si può sfuggire solo raccogliendo e conservando nella propria coscienza gli angoscianti segnali della memoria.

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