Alì


di Manuel Caprari e altri

11 Ago 2013 - Senza categoria

Cinema: Recensioni

Alì
(Ali, USA 2001)
Regia: Michael Mann
Cast: Will Smith, Jamie Foxx, Jon Voight, Mario Van Peebles
Distribuzione: Cecchi Gori
Durata: 156′

Recensione di Manuel Caprari

Mohammed Alì è entrato di diritto nella galleria dei personaggi di Michael Mann. Uomini caparbi, che non cedono di fronte ai propri ideali, che cercano di vivere nel solo modo in cui sanno vivere, che sanno di dover rendere conto alla propria coscienza delle loro azioni e sono pronti a pagarne le conseguenze e i rischi. Siano essi poliziotti, criminali, cronisti d’assalto o semplici borghesi, hanno una linea morale da non oltrepassare, e sia quel che sia. Così fulcro centrale di un film straordinario come Alì diventano la conversione del famoso pugile all’islamismo, il suo appoggio alla protesta nera, il suo rifiuto di combattere in Viet Nam ( ” nessun Viet Cong mi ha mai chiamato negro”) con tutto quello che ne consegue: perdita del titolo mondiale, processi, rischio di finire in carcere.
Michael Mann di Mohammed Alì racconta solo un periodo, dal ’64 al ’74, e lo prende come punto di partenza per un discorso più ampio, sulle tensioni sociali, soprattutto razziali, del periodo. E la prima parte del film vede Alì legato a filo doppio col personaggio di Malcolm X, fino al momento in cui l’attivista nero viene ucciso. E pazienza per il doppione con il bel film-biografia su Malcolm X di Spike Lee. La prima parte del film narra la presa di coscienza che porterà Alì alle successive prese di posizione. Ed è un’altra costante del cinema di Mann, il faccia a faccia tra due personaggi
dal carattere forte, che si attraggono o entrano in conflitto, o tutt’e due le cose insieme. Il resto del film si concentra principalmente sul pugile, ma non disdegna la tentazione di una certa coralità .
Ma quello che rende Alì qualcosa di più di un bel film tratto da una storia vera è la regia di Michael Mann, straordinaria come sempre, e la recitazione, altrettanto esaltante. L’immedesimazione di Will Smith in Alì è impressionante, come impressionante è la performance dell’ irriconoscibile John Voight nella parte del simpatico cronista sportivo Cosell, vittima consenziente dell’irruenza verbale di Alì. Non meno efficace è Mario Van Peebles nella parte di Malcolm X, e dispiace che della sua performance si sia parlato poco, forse perchè ci si ricorda ancora troppo dell’altro strepitoso Malcolm X, quello col volto di Denzel Washington. Soprattutto Michael Mann non smette mai di stupire. Ogni singola inquadratura, di questo e dei suoi altri film, ha una forza espressiva che lascia senza fiato, il suo insistere sui primi piani, sugli occhi, sui movimenti delle mani, sui particolari, unito alla sua propensione per il racconto complesso e ricco di personaggi, il sottolineare, insomma, gli aspetti minimi di un quadro ampio, dà ai suoi film una credibilità e insieme un’epicità , un respiro
romanzesco che ricorda il miglior Francis Ford Coppola. Questa doppia tendenza trova a mio parere la sua sintesi nella mania di riprendere i dialoghi, soprattutto quelli più riservati, da una certa lontananza, da angolature sacrificate in mezzo alla gente che passa o sta seduta al banco di un bar, a creare un’atmosfera di sospetto, l’idea che non si è mai al riparo da orecchie indiscrete; o forse le orecchie indiscrete sono proprio le nostre, e ciò di cui si parla ci riguarda e ci interessa estremamente, proprio per il fatto che troppa gente vorrebbe che non ci riguardasse. Insomma, mi
sembra che in fondo Michael Mann, in questo film così come anche in Insider, ci ricordi che il confine tra pubblico e privato è un’illusione, che quello che ci avviene intorno ci tocca tutti e
cambia le nostre vite, che lo vogliamo o no.
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Recensione di Luca Perotti (fonte film.it)

Un periodo di stravolgimenti sociali, idealmente racchiudibile tra l’inizio ufficiale della guerra in Vietnam, nel 1964, e la conclusione della stessa, dieci anni più tardi, è la cornice infuocata della parabola mitica di un personaggio irripetibile, gradasso e orgoglioso, che osò sfidare l’establishment ribellandosi alle istituzioni più sacre, politiche o religiose che fossero pur di rifiutare qualsiasi sopruso. Uno spregiudicato predicatore, esibizionista dentro e fuori dal suo ring, all’interno del quale distillava energia pura e nel quale non potè più sfoggiare il suo talento sublime per tre anni quando, a muso duro, rifiutò di andare ad uccidere i vietcong nel loro paese perchè era in America che lui vedeva le vere ingiustizie, era lì che i suoi fratelli neri subivano gli oltraggi più offensivi.
La vita di Alì è un materiale incandescente che scintilla nelle mani di Michael Mann; e il respiro leggendario tipico del film biografico non è mai stato più giustificabile. Anzi, considerando gli eccessi e la gigantesca aura posseduta da Alì presso la sua gente e nella storia dello sport, Mann ha potuto procedere persino ammortizzando e disciplinando la narrazione, resa ancor più pregiata da una colonna sonora di rara intensità .
Il film si accende dello stesso furore del protagonista nelle sequenze girate sul ring; gli incontri di boxe scandiscono questa porzione dell’esistenza di Alì, ma Mann è soprattutto abilissimo a soffermarsi sugli eventi privati, sui personaggi che orbitano attorno al campione e nel dilungarsi nel viaggio conclusivo in Zaire quando Alì, alla riconquista della cintura dei pesi massimi contro il più giovane e più proletario Foreman, torna dall’esilio immergendosi in una dimensione ideale all black che ne segna la rinascita bramata durante la squalifica.
La sua carriera sportiva risulta così essere un prolungamento di quella privata, non tanto negli esiti quanto nelle propulsioni interiori. Ogni conferenza stampa, ogni apparizione televisiva costituisce un ulteriore occasione di lotta e di provocazione genuina.
L’andamento sinusoidale del percorso dell’atleta si rispecchia nella vita sentimentale e nel rapporto difficile con il leader dei Black Muslim Malcom X.
Alì sprigiona e al contempo subisce il suo integralismo e le sue convinzioni in attesa di riprendersi ciò che gli è stato tolto.
Un prolungamento anche delle dinamiche sociali che facevano vibrare quegli anni scottanti, densi di contraddizioni e turbamenti che sembrano, per un attimo di intensa emozione, fermarsi ad ammirare, sotto un’improvvisa pioggia africana, quelle braccia levate al cielo e osannare le gesta di un ribelle e del suo personale atto di giustizia.
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WILL SMITH, L’UOMO IN NERO HA SEMPRE SUCCESSO
di Adriano Ercolani (fonte: film.it)

Con appena una decina di film alle spalle, ed una carriera cinematografica di pochissimi anni, Will Smith è diventato uno degli attori più pagati ad Hollywood, e soprattutto garanzia di incassi da capogiro per i film che interpreta. Dopo anni spesi però a girovagare tra un blockbuster e l’altro, tra acrobazie da stuntman ed effetti speciali a non finire, ecco che per il divo è arrivata l’opportunità di dimostrare le proprie capacità camaleontiche ed attoriali: Michael Mann lo ha voluto come protagonista della versione cinematografica della vita del grande pugile Cassius Clay. E Will non si è lasciato sfuggire l’occasione: mesi e mesi di preparazione fisica, con palestra tutti i giorni e lezioni di boxe; quando Ali (id.,2001) è uscito nelle sale, tutti si sono sbalorditi per l’incredibile trasformazione fisica dell’attore. Risultato dell’operazione? Prima nomination all’Oscar come miglior protagonista.
In realtà però la carriera di Will Smith non è iniziata all’insegna del disimpegno e del successo di pubblico: dopo una breve apparizione d’esordio nella commedia Made in America (id.,1993), accanto a Whoopy Goldberg e Ted Danson, il giovane attore è stato protagonista, insieme a Donald Sutherland, Stockhard Channing e Ian McKellen di Sei Gradi di Separazione (Six Degrees of Separation, 1993), un piccolo film di Fred Schepisi che si è rivelata una delle sorprese più belle della stagione. Nella pellicola, una commedia con risvolti drammatici, il giovane attore afroamericano impersonava un ragazzo schizofrenico che fingendosi un amico dei figli entrava nella vita di una coppia di benestanti e gli dava nuova linfa.
Il primo successo di cassetta è arrivato per l’attore due anni dopo, quando insieme a Martin Lawrence ha interpretato il thriller d’azione Bad Boys (id.,1995), diretto dall’allora esordiente Michael Bay. La pellicola ha incassato più di cento milioni di dollari nel solo mercato americano, lanciando definitivamente il giovane rapper. Il 1996 invece è stato l’anno di Independence Day (id., 1996), il colossal catastrofico-fantascientifico che è diventato uno dei più grandi incassi della storia del cinema americano; tra le decine di personaggi che costellavano la storia, sicuramente quello più eroico e che ha incontrato maggiormente i favori del pubblico è stato il capitano Steven Eagle Hiller, interpretato appunto dal baldanzoso e simpaticamente spaccone Will Smith. Dopo questo grande successo, l’attore ha scelto di indossa i panni neri di agente segreto interplanetario in M.I.B. Men in Black (id.,1997), in coppia (strana) con Tommy Lee Jones. Risultato? Altro grosso successo commerciale. Dopo di questo, il caratterista si è concesso prove d’attore più impegnative, come quella nel bellissimo thriller di Tony Scott Nemico Pubblico (Enemy of the State, 1998), e soprattutto quella del caddy filosofo in La leggenda di Bagger Vance (The Legend of Bagger Vance, 2000), strana ma affascinante pellicola diretta da Robert Redford ed interpretata anche da Matt Damon e Charlize Theron.

(Manuel Caprari e altri)


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