A cento anni dalla nascita di Beppe Fenoglio


di Alberto Pellegrino

6 Mar 2023 - Letteratura

Concludiamo il ciclo 2022 dei centenari di grandi autori del Novecento con il ricordo di Beppe Fenoglio, uno dei nostri più grandi narratori. Nato nel 1922 e morto nel 1963, in vita è stato poco valorizzato dalla critica e poco apprezzato dal pubblico. Solo dopo la sua scomparsa, si è verificata una esplosione di popolarità che vede le sue opere citate nelle storie della letteratura italiana e riportate nelle antologie scolastiche come un “classico” della cultura contemporanea, autore di una letteratura epica paragonabile a una Odissea o a una Eneide moderne. Particolare attenzione poniamo al teatro di solito completamente ignorato nelle rievocazioni di questo autore.

Beppe Fenoglio – Valdivilla 1961 (Foto di Aldo Agnelli – archivio Centro Studi Beppe Fenoglio)

Nelle opere di Beppe Fenoglio (1922-1963) sono presenti due temi fondamentali: il mondo delle Langhe e il movimento della Resistenza, entrambi ampiamente ispirati dalle proprie esperienze personali, ma entrambi innalzati a un affascinante epos narrativo. Arruolato come allievo ufficiale nel 1943, dopo lo sbandamento dell’8 settembre, nel gennaio del 1944 decide di entrare nelle formazioni partigiane e, in un primo momento si aggrega alle Brigate Garibaldi, formate in gran parte da comunisti. Deluso dalla disorganizzazione e dall’impreparazione militare di questi “ragazzi”, entra a far parte della Brigata comandata dal marò Piero Balbo “Poli” formata soprattutto da militari dell’esercito e appartenente alla 2ª Divisione Langhe del 1º Gruppo Divisioni Alpine. Partecipa alla straordinaria ma breve esperienza della Repubblica partigiana di Alba (10 ottobre-2 novembre 1944) e alle successive fasi della lotta contro i nazifascisti. Poi, grazie alla conoscenza dell’inglese, nel gennaio-aprile 1945 fa da interprete tra le forze armate angloamericane e le formazioni partigiane. Nel dopoguerra ritorna ad Alba e lavora nell’ufficio esteri di una casa vinicola, ma inizia a coltivare la passione per la scrittura che lo porterà a creare opere straordinarie e legate alla sua esperienza.

L’importanza letteraria e sociale delle opere di Fenoglio

Fin dal 1964, nella Prefazione del romanzo Il sentiero dei nidi di ragno, Italo Calvino scrive che solo Fenoglio, tra gli scrittori della Resistenza, è riuscito in pieno nel racconto Una questione privata, a creare un’opera costruita “con la geometrica tensione d’un romanzo di follia amorosa e cavallereschi inseguimenti come l’Orlando furioso, e nello stesso tempo c’è la Resistenza proprio com’era, di dentro e di fuori, vera come mai era stata scritta, serbata per tanti anni limpidamente dalla memoria fedele, e con tutti i valori morali, tanto più forti quanto più impliciti, e la commozione e la furia”.

Beppe Fenoglio non è infatti paragonabile a nessun altro, perché ha ideato un ciclo narrativo unitario che riesce a sprigionare una straordinaria forza epica, che si pone al di fuori dagli schemi narrativi “classici”, che comunica atmosfere drammatiche e ironiche, ideologiche e psicologiche ben definite. Particolarmente incisivo è il suo stile narrativo a volte ruvido ma dotato di una forza che stravolge la nozione stessa di “realismo”, perché la scrittura epica di Fenoglio è capace di cogliere il reale per andare alla ricerca di una sua “verità” rappresentata in modo autoriflessivo, sarcastico e tragico, che nasce dall’esperienza di un giovane costretto a vivere in un mondo andato in frantumi, posto di fronte a uno specchio infranto che deve ricomporre per superare il proprio senso di smarrimento, per dare un significato a un momento storico dove al male dei nemici si contrappongono la pietà e la profonda umanità di chi sa di stare dalla parte giusta. Esperto di lingua e letteratura inglese, Fenoglio usa la scrittura come un laboratorio sperimentale: scrive in inglese e traduce in italiano; fa poi un lavoro di “ripulitura”, dopo avere raccolto centinaia di pagine piene di sigle, appunti, parti ancora da tradurre.

Quando l’editore Garzanti gli chiede un’opera da pubblicare, Fenoglio pensa a un romanzo in due volumi che inizia con le prime esperienze vissute da Johnny per concludersi nell’aprile del 1945 con la sua partecipazione alla Resistenza. L’editore vuole però un solo romanzo, per cui lo scrittore taglia alcune parti, aggiunge tre capitoli alla fine dei quali il protagonista Johnny muore in combattimento. Nasce così Primavera di bellezza, ma Fenoglio continua a lavorare al progetto di un grande romanzo come Il partigiano Johnny che purtroppo uscirà postumo e che diventerà uno dei libri più letti e amati. Per arrivare a una stesura definitiva di questo capolavoro, dopo la prima edizione del 1968 a cura di Lorenzo Mondo e dopo la seconda del 1978 a cura di Maria Conti, bisogna arrivare al 1992 per una stesura del romanzo (circa 200 pagine), senza interruzioni o salti narrativi, relativo al periodo della resistenza, mentre per la parte precedente della storia la curatrice Dante Isella ricorre alla versione più antica. Nel 2015 esce finalmente un’edizione criticaa cura di Gabriele Pedullà, un esperto di letteratura italiana contemporanea, che unisce la prima versione di Primavera di bellezza (ritrovata fra le carte di Fenoglio) e la stesura più antica del romanzo già pubblicata, ricostruendo il continuum narrativo originario. Per evidenziare la carica epica, morale e politica del romanzo, Pedullà chiama in causa l’Eneide di Virgilio: “Se guardiamo alla struttura dell’opera, cosa vediamo? La prima parte racconta i viaggi di Johnny, le sue peripezie attraverso la penisola come allievo ufficiale. La seconda mette al centro la guerra partigiana. Proprio come nell’Eneide, dove i primi sei libri si rifanno alle peregrinazioni di Ulisse nell’Odissea mentre gli altri raccontano il conflitto nel Lazio sulla scia dell’Iliade. È anzitutto a questo Virgilio che Fenoglio guarda come punto di riferimento”.

Le opere pubblicate in vita

I ventitré giorni della città di Alba (1954) è la prima opera pubblicata da Fenoglio e comprende 12 racconti collegati da un preciso progetto narrativo: sei racconti parlano della guerra partigiana; altri sei descrivono la vita nell’Italia contadina durante e subito dopo la seconda guerra mondiale (1939-1945). Non si tratta di un testo scritto per celebrare la lotta partigiana, ma per rappresentare una vicenda drammatica vissuta con nobiltà d’ideali, ma anche segnata da cocenti sconfitte. L’autore è un osservatore consapevole dell’inesperienza, della disorganizzazione e dell’impreparazione militare dei gruppi partigiani, ma ne esalta lo stesso il valore e la sofferenza. La nuda cronaca dei fatti si trasforma così in alta letteratura grazie a un’abile orchestrazione narrativa che usa un linguaggio antiretorico per raccontare la vicenda tragica ed eroica di giovani partigiani decisi a lottare per difendere la città, l’onore e la libertà. Il racconto, che presenta una evidente derivazione cinematografica, è suddiviso in due sequenze. Nella prima si descrive l’ingresso dei reparti partigiani nella città di Alba abbandonata dai fascisti il 10 ottobre 1944 con i cittadini che, al suono delle campane, esultano per la nascita della Repubblica partigiana indipendente. Per le strade sfilano i reparti e Fenoglio descrive l’evento con l’umorismo dell’osservatore arguto e disincantato: “Fu la più selvaggia parata della storia moderna. – commenta Fenoglio – Solamente di divise ce n’era per cento carnevali”.  Nella seconda sequenza si racconta la “battaglia di Alba” ambientata nello scenario tragico e ostile di una campagna fradicia di pioggia e fangosa, dove duecento ragazzi sostengono il peso dello scontro nonostante l’inadeguatezza di armi e munizioni a loro disposizione. La battaglia si protrae per quattro ore nella cascina di San Casciano e per altre due ore nella cascina Miroglio, finché il comandante dà l’ordine di ritirarsi per non essere circondati. Quei giovani avrebbero voluto combattere ancora senza arrendersi alle soverchianti forze fasciste, ma ormai tutto era perduto e Fenoglio commenta: “Alba la presero in duemila il 10 ottobre e la persero in duecento il 2 novembre dell’anno 1944”.

La malora (1954) è un racconto ambientato nelle Langhe e legato al mondo contadino del primo Novecento, nel quale i vari personaggi sono drammaticamente tratteggiati. La “malora” è la malasorte che colpisce una terra afflitta dalla miseria e dalle ingiustizie sociali e Fenoglio riesce a fondere in modo poetico passioni umane e immagini di una natura spesso aspra e respingente. Il giovane Agostino cerca di migliorare la sua condizione, lavorando come servo di un mezzadro, mentre il fratello Emilio entra in seminario, dove si ammalerà gravemente di tisi. Agostino crede di avere trovato l’amore, ma la giovane è costretta dai parenti a fare un matrimonio d’interesse, per cui ritorna a casa, preferendo una vita misera ma libera. Fenoglio descrive un mondo di braccianti e fittavoli sfruttati, abbrutiti dal lavoro e accomunati dalla lotta per la sopravvivenza, dove i rapporti umani sono condizionati dalla necessità e dominati dalla violenza. Le donne, sottomesse e sfruttate, dividono l’esistenza tra lavoro e preghiera con una istintiva accettazione della sofferenza, animate da una fede rivolta a un Dio lontano e inavvertibile. Nessuno si salva dalla “malora”, per cui i personaggi accettano fatalisticamente una rigida gerarchia sociale fondata sul denaro e subiscono come una condanna il loro misero destino.

Primavera di Bellezza (1959) è l’ultimo libro pubblicato dallo scrittore ed è un “romanzo di formazione” dove il protagonista Johnny vive ad Alba fino agli anni del liceo; prosegue con il corso allievi ufficiali a Roma, con l’armistizio dell’8 settembre 1943 e con l’avventuroso ritorno in Piemonte. Quindi aderisce alla guerra partigiana ed entra in una formazione garibaldina per poi passare con gli ex militari monarchici. Il romanzo vuole evidenziare il riscatto morale del protagonista e di una generazione di italiani che hanno scelto di combattere contro i fascisti. Johnny è un intellettuale che osserva la realtà con distacco e ironia, consapevole del suo isolamento, tormentato dalla vergogna e dalla delusione per l’agonia del suo Paese; con una coscienza costantemente in crisi, ma con la consapevolezza di battersi per difendere la sua terra oltraggiata dal nemico e per riconquistare una propria dignità morale. Il romanzo si chiude con la morte solitaria del protagonista, vittima di un’imboscata nazista.

Le opere postume

Un giorno di fuoco (1963) contiene “i racconti del parentado” che nascono dai ricordi del giovane Fenoglio, il quale descrive un mondo delle Langhe popolato da personaggi strani, a volte grotteschi, spesso tragici, protagonisti di un’amara epopea in un incrocio di fatti straordinari e di banalità quotidiane. La cifra, che unisce questi racconti, è la rappresentazione di una terra sterile, popolata da gente rassegnata, da uomini che si spezzano la schiena nei campi e da donne abbrutite dalla fatica e dalle privazioni. Siamo di fronte a una desolata società contadina che subisce i primi contatti con la modernità e con l’incombente industrializzazione. In particolare, il racconto “Un giorno di fuoco” è la storia di Gallesio, un uomo solitario e disperato che combatte la sua guerra contro le istituzioni, convinto di ottenere giustizia solo con la violenza. Sfruttato dal fratello, che gli ha prestato del denaro a un interesse da usuraio, vorrebbe sposare una donna ricca, ma il parroco non lo aiuta e scoraggia la promessa sposa. Allora nasce in lui una lucida follia che “dà la parola alla doppietta”: uccide il fratello, il nipote, il parroco, un carabiniere e infine si uccide, vittima di tutto quel “male” che colpisce le Langhe a causa della “forte ignoranza”.  

Una questione privata (1963) è il romanzo in cui Fenoglio riprendi il discorso sulla guerra partigiana vista “proprio com’era, di dentro e di fuori, vera come mai era stata scritta, serbata per tanti anni limpidamente dalla memoria fedele, e con tutti i valori morali, tanto più forti quanto più impliciti, e la commozione e la furia” (Italo Calvino). Milton è un eroe triste, a metà strada tra Cirano e Amleto, Enea ed Ettore. È diventato partigiano e ritorna nella villa dove viveva la sua ragazza Fulvia. Dalla custode apprende che, in sua assenza, lei ha frequentato Giorgio, un suo amico partigiano. Milton lo vuole trovare per scoprire quale sia stata la loro relazione. Con i fascisti alle spalle, raggiunge la formazione di Giorgio, il quale è andato in missione con i compagni. Al loro ritorno, Giorgio risulta assente e si pensa che sia stato catturato dai fascisti. Milton decide allora di catturare un fascista per fare uno scambio. Milton scopre che, in un paesino nei pressi di Alba, un sottufficiale fascista ha una relazione con una sarta e, durante un loro incontro, riesce a catturarlo, ma il prigioniero tenta di fuggire e lui lo uccide. I fascisti, avendo saputo della morte del loro camerata, fucilano due prigionieri. Tormentato dai rimorsi, Milton ritorna nella villa per avere maggiori informazioni su Fulvia e Giorgio ma, sorpreso dai fascisti, è inseguito fino a quando crolla stremato nei pressi di un bosco.

La paga del sabato (1969) è un romanzo breve dedicato al problema dell’inserimento nella società civile di coloro che hanno preso parte alla Resistenza. Ettore è un ex partigiano, incapace di rassegnarsi alle regole e alla monotonia di un lavoro modesto: “Io non mi trovo in questa vita perché ho fatto la guerra”. Desidera un destino diverso da quello dei suoi genitori e intraprende attività illecite anche se redditizie. Quando decide di ritornare a fare un lavoro onesto e di sposarsi, muore per un banale incidente. Nel romanzo, ambientato nelle Langhe, gli eventi sono narrati in modo drammatico e con una profonda introspezione psicologica dei personaggi. La Resistenza e la guerra sono ormai avvenimenti sfumati nel ricordo, ma capaci di incidere su un presente arido e privo di prospettive.  

Il partigiano Johnny (1968/2015) è considerato il più grande romanzo sulla Resistenza, perché la cronaca riesce a diventare una visione epica della vita, una metafora esistenziale, l’avventura irripetibile di giovani costretti a combatter una “sporca guerra” contro i fascisti, chiamati a sostenere una prova dura e dolorosa per riaffermare le ragioni delle proprie scelte, resistendo alla stanchezza, alla fame, al freddo, alla paura. Johnny (un alter ego dell’autore) ha una coscienza critica che lo distingue dagli altri e che gli permette di valutare le situazioni, gli stati d’animo, i problemi quotidiani. È un intellettuale con un preciso codice morale, è un solitario che ama contemplare la natura e riflettere sulla tragica condizione del partigiano (“La vita del partigiano è tutta e solo fatta di casi estremi: dare la morte o riceverla”).  La sua avventura di lotta e di maturazione interiore si svolge in mezzo a incontri e scontri diversi, in un paesaggio reso oppressivo dalla pioggia, dal fango, dalla neve. Johnny, per l’addestramento militare ricevuto, è però capace di prendere decisioni operative nei momenti più critici; sa impartire ordini; possiede un suo carisma su gli altri partigiani, ma è anche ossessionato dall’idea della morte. La narrazione è complessa e ricca di azioni con uomini uccisi e feriti sul campo, tormentati dalla pioggia e dall'”acquoso fango congelante” in un misto di nobiltà per la lotta, di dolore per ogni sconfitta segno di un destino ineluttabile.

Ritornato a casa dopo avere abbandonato l’esercito, Johnny è un disertore che decide di combattere contro il regime nazifascista, per cui si unisce a una banda comunista della Divisione Garibaldi. In breve, impara come la vita del partigiano non sia un’avventura poetica e spensierata, per cui, dopo un attacco dei nazifascisti, si unisce a una formazione “azzurra”, composta da militari dell’ex-esercito regio. Partecipa alla formazione della Repubblica partigiana di Albae alla sua drammatica fine. Riesce miracolosamente a sfuggire a un rastrellamento nazifascista e a rifugiarsi in una cascina abbandonata, tormentato dal freddo e dalla fame. In questa drammatica condizione ritrova la propria dimensione morale, la sua ragione d’essere partigiano, il senso di una assurda ma necessaria violenza. A primavera, Johnny ritorna nella sua formazione e sceglie di partecipare a un’ultima azione di guerra, ma i partigiani cadono in un’imboscata dei fascisti e lui assiste impotente alla morte di due compagni. Sordo ai richiami degli altri e rimasto senza munizioni, afferra l’arma di un caduto e spara ancora contro il nemico. Il libro si conclude in modo laconico: “Dopo due mesi la guerra è finita”.

Le Langhe

Il teatro di Beppe Fenoglio

Il teatro è un aspetto poco noto della produzione di Fenoglio che invece presenta un suo interesse, perché fa meglio comprendere i suoi testi narrativi. Fin dalla prima giovinezza egli mostra “una spiccata preferenza per il teatro e la poesia”, in particolare per Bernard Shaw e Christopher Marlowe (“il diamante nero della letteratura inglese”). Fenoglio ammira in Marlowe il personaggio dell’intellettuale ribelle, fuori dagli schemi della “normalità”, separato dalla società del suo tempo che ritroveremo nei suoi romanzi e racconti. L’interesse per il grande drammaturgo elisabettiano riguarda, in particolare, L’Ebreo di Malta, una tragedia considerata politica e teologica. Il teatro di Fenoglio mostra anche l’interesse per tutti i linguaggi da usare per il suo complesso laboratorio creativo: il racconto, il romanzo, la sceneggiatura cinematografica e il teatro.

La prima opera teatrale s’intitola La voce nella tempesta e s’ispira all’omonimo film realizzato nel 1939 dal regista William Wyler, tratto dal romanzo Cime tempestose di Emily Bronte (1847) e interpretato da Merle Oberon, Laurence Oliver e David Niven. Questo testo aiuta a comprendere meglio l’influenza esercitata su Fenoglio dal linguaggio cinematografico che si ritrova spesso nella tecnica della sceneggiatura adottata in alcune suoi lavori (Un giorno di fuoco, La paga del sabato, Una questione privata) con una commistione di linguaggi presente anche nelle opere teatrali, con il ricorrente uso del flash-back e delle didascalie così descrittive da diventare dei piccoli racconti.

La pièce La voce nella tempesta, che ha una suddivisione in “tempi” e non in “atti”, respinge ogni tentazione melodrammatica e mira a rendere il clima cupo dell’originale in linea con le atmosfere oscure privilegiate dall’autore, che mostra un certo gusto per lo humor nero e per l’orrido e che appare evidente nel finale, quando Heathcliff abbraccia la “sua morta”, mentre una voce fuori campo urla il nome dell’amata Cathy con un “un sibilo lungo di vento, con un tono quasi umano”.  L’intero testo è caratterizzato da un modus operandi per blocchi narrativi fondati sul triangolo amoroso, la predestinazione, la distanza sociale fra i due protagonisti, la solitudine e il paesaggio.  La pièce contiene la figura “mitica” dell’amante solitario e tragico che esce inevitabilmente sconfitto dal suo rapporto amoroso e, non a caso, l’autore si concentra sulla complessa coppia dei due amanti e, in particolare, sul “dannato” Heathcliff visto come un personaggio irregolare, brutale, incapace di trovare un posto nella società del suo tempo.

La prima opera teatrale originale è Serenate a Bretton Oaks, un testo più maturo scritto tra il 1946 e il 1948, il quale ha come fonti di riferimento sia la commedia Piccola città di Thornton Wilder, allora molto popolare in Italia, sia La leggenda della valle addormentata o La valle del sonno (1820) dello scrittore statunitense Washington Irving (1783 – 1859), che ha dato inizio alle storie di fantasmi aprendo la strada a grandi autori come Edgar Allan Poe e Henry James.  Pubblicato da Elio Vittorini nell’antologia Americana. Raccolta di narratori dalle origini ai nostri giorni (1942), il primo racconto ha come protagonista il giovane maestro di scuola Ichabod Crane, che fa da modello per il personaggio Joel Davies, costretto alla solitudine e all’isolamento, un ribelle condannato a ribadire la propria diversità e il proprio a disagio a vivere in società. Egli ha come unico amico Joshua Colburn, un anziano intellettuale di provincia. La protagonista femminile Cathy Beverly è chiamata a fare una scelta tra l’amore per il ribelle Joel e la sicurezza sociale che gli assicura il ricco e banale Don Hallam. È la stessa scelta che ha dovuto fare sua madre Amy tra l’intellettuale Joshua e il benestante Syd. Si tratta di decidere tra una passione amorosa e un “tranquillo” matrimonio, di scegliere tra la rottura con le convenzioni sociali e la vita borghese di provincia. Le due donne subiscono il fascino del “diverso”, ma poi decidono per una vita fatta di piccoli piaceri (le feste, i balli, gli amici). Joel ha tutte le caratteristiche di chi è predestinato a vivere un amore infelice che non nasce nemmeno; è un personaggio che ha i tratti di Milton e di Johnny, mentre Cathy ha i caratteri delle giovani presenti nei futuri racconti di Fenoglio. In questa pièce l’autore trasforma l’ambiente di Alba nella piccola comunità del middle west americano che ruota intorno al municipio, alla chiesa protestante, ai salotti della piccola borghesia provinciale, un ambiente che fa da sfondo a una storia d’amore e di fallimento di un intellettuale “straniero”, alla quale si affianca il confronto tra due generazioni diverse, una delle quali è chiamata a rivivere la sua precedente esperienza.

Gli ultimi scritti di Fenoglio si possono definire un “teatro partigiano”, nel quale egli riprende i temi dei romanzi, solo che in essi si ha un cambiamento di prospettiva, perché il partigiano cessa di essere un eroe epico per diventare un personaggio problematico che ha smarrito le coordinate morali nel segno di una costante ambiguità. In Atto unico il partigiano Bob vive il dramma della scelta tra la volontà di nascondersi e la volontà di battersi per una giusta causa. Questo dissidio comporta un disagio esistenziale: “Con tutta la buona volontà io non capisco che cosa ci stiano a fare in quattro gatti, uno per collina”. Pur approvando chi ha deciso di nascondersi, Bob sceglie l’impegno che sfocia drammaticamente in un senso di nausea; infatti, rivolto alla sua donna, dice: “Tu non hai idea di quanto duri la lotta tra il buio e la luce, nel cuore dell’inverno…Un groviglio di enormi serpenti mi pare, gli uni chiari e gli altri neri. Una cosa da dare raccapriccio e…nausea! …Sono pieno di nausea, morirò di nausea!”. In Solitudine lo “Sceriffo” è alle prese con la propria alienazione e si rifugia nella casa di una sartina, raffreddato e inerme come un bambino fino a quando irrompono i fascisti. Appare allora infantilmente imbronciato come per una ingiusta punizione per riacquistare la propria dignità di fronte al plotone d’esecuzione. Nel Frammento a appare il personaggio di Nick, un eroe che non ha incertezze, un partigiano dalla forte tempra e pienamente consapevole dei motivi per i quale ha scelto la lotta. Lo stesso personaggio ritorna nel Prologo b, nel quale è un punto di riferimento per i compagni per la sua salda posizione: “Non ti dico che gli scemi se la caveranno meglio dei dritti. Ma ti dico che stavolta i dritti non se la caveranno meglio dei cosiddetti scemi. Stavolta è la buona volta che ce ne sarà per tutti”. Più problematico è il personaggio di Perez in Io sparo, il quale è cosciente che la sua azione di guerra sarà la causa di una rappresaglia fascista, ma decide di agire ugualmente pur interrogandosi su quale utilità avrà il sacrificio di tante vittime innocenti. Il teatro di Fenoglio riflette il problema delle famiglie, di padri e madri che si chiedono “che cosa abbiamo fatto, noi, a mettere al mondo dei figli che avessero poi vent’anni a quest’epoca!” e, a questo tema, si aggiungono personaggi in crisi, irrisolti nelle loro contraddizioni, incapaci di capire e giustificare la tragedia che sta sconvolgendo il mondo.

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