A Urbisaglia grande successo de “Le Supplici”


di Alberto Pellegrino

25 Lug 2022 - Commenti teatro

Le Supplici di Euripide nell’Anfiteatro Romano di Urbisaglia (MC), per la Rassegna TAU, con una grande regia di Serena Sinigaglia.

“O infelici mortali, / Perché impugnate le armi e vi uccidete tra di voi? / Smettetela! Basta con le guerre! / Custodite le vostre città, / In pace, con chi vive nella pace. / Breve, la vita, / E dobbiamo viverla nel modo più sereno, non tra gli affanni” si chiede Euripide, il più originale e innovativo drammaturgo greco che professa una “ideologia pacifista” in diverse sue tragedie che condannano quanti vogliono “conquistare/La gloria con la guerra…pensando a torto di poter risolvere/i conflitti dei mortali. /Perché, se a decidere/è una gara di sangue/sempre la lotta prospererà tra gli uomini”.

Lo stesso tema è contenuto nelle Supplici, la tragedia andata in scena il 21 luglio 2022 nella splendida cornice dell’Anfiteatro Romano di Urbisaglia che con questo spettacolo riacquista quel ruolo primario che gli spetta in ambito regionale.

Serena Senigaglia ha progettato una raffinata, coinvolgente e poetica messa in scena di  una delle opere di Euripide meno rappresentate e più scomode, perché essa “incarna la profonda contraddizione dell’uomo che non riesce a darsi pace”, mettendo in risalto che una guerra, anche vittoriosa, finisce sempre per devastare la società civile e produrre nuovi lutti, poiché il patriottismo e le migliore intenzioni di partenza finiscono per trasformarsi in un assurdo spargimento di sangue, quando si lascia che il buio della ragione possa generare dei mostri. Euripide parla di amore tra i popoli, di dolore e di pietà per i caduti, ma la sua tragedia rappresenta un paradosso unico in tutto il teatro greco: per raggiungere la pace e ottenere giustizia è necessario fare la guerra.

Serena Sinigallia ha sempre dichiarato il suo amore per i classici che gli hanno insegnato che “cos’è il teatro e cos’è l’essere umano” e, nel redigere il suo progetto registico, è rimasta affascinata dall’attualità del messaggio di questa tragedia: “Il crollo dei valori dell’umanesimo, il prevalere della forza, dell’ambiguità più feroce, il trionfo del narcisismo e della pochezza emergono da questo testo per ritrovarsi intatti tra le pieghe dei giorni stranianti e strazianti che stiamo vivendo”.

Il progetto della regia

È nato così uno spettacolo dove la manipolazione del popolo diventa lo strumento migliore per evitare le responsabilità e restare impuniti in una società retta dalla legge del più forte, anche se apparentemente essa garantisce spazio e parola per tutti: “È come se Euripide dicesse: le guerre sono le conseguenze, ma la causa è l’incapacità dell’uomo di creare società giuste, capaci di contenere l’istinto alla violenza, alla sopraffazione che è proprio dell’uomo. Se si accetta di perdere, come ci suggerisce questa tragedia, semplicemente non ci sarebbe la guerra. Vittoria e competitività sono invece i pilastri su cui poggia il capitalismo”.

La regista si è avvalsa di Mariangela Granelli, Matilde Facheris, Maria Pilar Pérez Aspa, Arianna Scommegna, Giorgia Senesi, Sandra Zoccolan, Deborah Zuin, un gruppo di straordinarie attrici che hanno interpretato di volta in volta le sette madri dei caduti argivi, Etra madre di Teseo, la dea Atena che nel finale appare per imporre una momentanea pace, il coro supportato dalle coinvolgenti musicalità di Francesca Della Monica. Queste interpreti hanno anche ricoperto, nel modo più convincente, i ruoli maschili con l’uso di pochi elementi emblematici (una lorica, un lacerto di corazza, uno scudo) via via aggiunti agli splendidi costumi femminili di Katarina Spazi, entrando nella personalità e nella psicologia degli uomini.

Così Adastro, lo sconfitto re di Argo, ha espresso il suo dolore e la sua frustrazione per essersi lasciato trascinare in guerra dal genero Polinice (“Come siete stupidi, o mortali/che tendete l’arco al di là del bersaglio/e subite il giusto castigo di molte sventure, /ma non date ascolto a chi vi vuol bene, /e siete succubi di ciò che accade! /E voi città che potreste sottarvi alle sciagure grazie alla parola, /risolvete le situazioni non con i discorsi, ma con la guerra”. Il messaggero argivo ha annunciato la vittoria degli ateniesi entusiasmato dalla vista della strage e del sangue che ha ricoperto il campo di battaglia. L’ambasciatore tebano ha esaltato con toni sprezzanti e irritante sarcasmo la superiorità della tirannia rispetto alla democrazia, rifiutando ogni proposta di pace. Uno straordinario Teseo è diventato il personaggio centrale della vicenda, atteggiandosi prima a saggio difensore della pace e della democrazia per poi trasformarsi in un astuto e quasi machiavellico sostenitore di una “ragione di Stato” che sa trasformare il bene in male e il male in bene.

Il fascino di una messa in scena

La Sinigaglia, sfruttando al meglio la nuova traduzione di Maddalena Giovannelli e Nicola Fogazzi, ha utilizzato diverse chiavi di lettura, dalla dolorosa drammaticità alla sottile ironia, dalla visione storica dei fatti a una sorprendente e coinvolgente attualizzazione. A creare magiche atmosfere ha contribuito l’accurata gestualità delle interpreti vissuta in modo sostanziale e non solo formale; in particolare, nella scena della guerra ateniese-tebana mimata con assoluta sincronia al ritmo ossessivo dei tamburi fino a farla diventare uno dei momenti più esaltanti dell’intero spettacolo.

La tragedia è stata a volte presentata come un rito funebre, a volte come un rito della memoria per analizzare le ragioni politiche che hanno provocato la morte e la violazione dei più alti valori umani. L’antica vicenda di una scontro fra ateniesi e tebani è diventata un viaggio simbolico nel quale si riflettono, come in uno specchio, la barbarie e la decadenza delle nostre società tuttora incapaci di evitare le guerre e di arrestare le loro disastrose conseguenze.  

Al centro della scena, progettata da Maria Spiazzi come un arido deserto solcato da drammatiche luci, è stato collocato un cubo di roccia che è diventato, di volta in volta, pulpito sacrale, tribuna del potere politico, trono per la divina Atena, epicentro intorno al quale ha ruotato e si è materializzato il dolore delle madri; infine un altare sul quale si è celebrato il rito di amore e morte di Evadne moglie di Capaneo, l’eroe argivo incenerito sotto le mura di Tebe da un fulmine scagliato da Zeus. La giovane donna, dopo aver pianto l’amore perduto, si è lasciata cadere sul rogo simboleggiato nel bianco volo di un ormai inutile velo di sposa.

Nel finale Adrasto ha cercato di consolare il dolore della madri dinanzi al sepolcro che accoglierà i corpi dei loro figli. Quindi si è rivolto agli sciagurati uomini per chiedere loro “perché prendete nelle mani le lance e fate stragi, gli uni contro gli altri? Basta, cessando i travagli le vostre città custodite insieme, tutti in pace. La vita è cosa da nulla, viviamola dunque tranquilli”.

Come risposta a questo straziante interrogativo, la Sinigaglia ha sintetizzato il coro dei figli nella voce di un unico bambino argivo: “Io misero senza il mio misero padre vivrò orfano in una casa vuota, non più nelle braccia del padre che mi ha dato la vita […] Padre ascolti il pianto dei tuoi figli? Forse un giorno brandendo lo scudo…vendicherò…la tua morte? Venisse quel giorno!”. Sullo sfondo di una pace appena conquistata con il sangue e il lutto, si sono già addensate future ombre di guerra, perché l’uomo, come dice Adrasto, non imparerà mai a saper perdere e lascerà ancora insoluti i problemi capitali della politica.   

I contenuti della tragedia

La vicenda inizia con le sette madri degli eroi caduti in battaglia nella guerra narrata da Eschilo nei Sette contro Tebe, quando Eteocle e Polinice, i figli di Edipo, decidono di affrontarsi per contendersi il trono di Tebe ed entrambi lasciano la vita sul campo di battaglia insieme ai guerrieri alleati di Polinice che ha sposato la figlia di Adrasto, re di Argo. Le donne si riuniscono presso l’altare di Demetra a Eleusi per chiedere agli ateniesi di poter riavere i corpi dei figli che i tebani vogliono lasciare insepolti. Le donne implorano Etra, madre di Teseo, affinché convinca il re di Atene a intervenire, ma Teseo rifiuta il suo aiuto per tutelare la pace e per rispettare la volontà del popolo ateniese che è governato secondo i principi della democrazia. Etra riesce però a fargli cambiare idea nella speranza che Tebe, governata dal tiranno Creonte, restituisca i corpi dei morti, altrimenti Atene sarà costretta a fare la guerra. Un araldo tebano si confronta con Teseo e dichiara che si potranno riavere i cadaveri solo dopo avere scacciato dalla città Adrasto e le madre dei caduti. Teseo decide allora di muovere guerra contro Tebe e riporta una sfolgorante vittoria: i corpi dei sette eroi argivi avranno una degna sepoltura ad Eleusi, dove le madri potranno celebrare il rito funebre, mentre Atena compare per sancire con un solenne giuramento la pace eterna (?) tra Atene e Argo.

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