8 marzo 2024. La violenza sulle donne nella letteratura moderna e contemporanea


di Alberto Pellegrino

8 Mar 2024 - Letteratura

Pubblichiamo l’editoriale del direttore Alberto Pellegrino che in un bel saggio esplora il problema della violenza sulle donne nella letteratura moderna e contemporanea. Un approfondimento utile che contribuisce alla riflessione seria su un grave problema che affligge la nostra società.

Il termine “femminicidio”, entrato da poco nel nostro linguaggio, è stato coniato nel 1992 dalla criminologa inglese Diana Russell in uno studio in cui si dimostrava che le donne venivano uccise “in quanto donne” ed erano pertanto dei come crimini di genere. Sebbene l’attenzione su questo fenomeno sia aumentata soprattutto nel mondo occidentale, si deve costatare che i femminicidi continuano ad essere una pratica costante nella vita quotidiana, infatti si stanno moltiplicando i casi di donne uccise, torturate, violentate e umiliate dagli uomini all’interno di una società ancora maschilista e legata agli stereotipi del patriarcato. Sopravvive nelle famiglie una certa reticenza a ribellarsi e a denunciare soprattutto la violenza domestica fisica e psicologica, come non è stata superata nell’opinione pubblica e nelle istituzioni la tendenza a trasformare la donna da vittima in complice se non addirittura in colpevole. Si moltiplica il “rito Tribale” dello stupro individuale o di grippo, una forma di violenza fisica e morale altrettanto feroce degli omicidi e dei maltrattamenti, attraverso la quale il singolo o il “branco” sfoga su una persona indifesa, a volte minorenne, le proprie frustrazioni, i propri limiti culturali e morali.

Fotografia di Charlotte Lartilleux

La violenza sulla donna dal Seicento all’Ottocento

La letteratura è stata sempre uno “specchio” della società e un mezzo di risonanza e diffusione di modelli culturali, per cui dall’antichità ai nostri giorni ha registrato e spesso condannato le violenze commesse sul corpo femminile, provocate dalla gelosia, da abusi fisici, morali e psicologici da parte degli uomini.

Nelle opere di William Shakespeare, fra i tanti personaggi femminili, emerge quello di Desdemona posta al centro della tragedia Otello (1603), nella quale traspare un senso d’inferiorità e sottomissione a livello familiare e sociale della donna, che diventa vittima di una gelosia talmente folle da trasformare un uomo saggio e innamorato in un assassino manipolato dal perfido Jago. Ancora esemplare è la trasformazione nella Bisbetica domata di una ragazza dal temperamento ribelle in una moglie sottomessa e ubbidiente; oppure il personaggio di Porzia che, nel Mercante di Venezia, deve travestirsi da uomo per esercitare la sua professione di dottore della legge. 

Nel Settecento Donatien-Alphonse-François de Sade (1740-1814), un romanziere, filosofo, drammaturgo, poeta e politico, è l’autore di alcune opere a tema libertino e gotico-horror, dove una violenza estrema viene esercitata sulle donne con stupri, orge, crudeli torture e perfino omicidi  sotto il segno di una sessualità deviata, feticista che prende il nome di “sadismo”, cioè di un piacere ottenuto con il dolore e la sofferenza, attraverso comportamenti sessuali trasgressivi, perversi e spesso violenti. Sade per le sue idee e le sue opere è considerato un teorico del libertinismo, un esponente dell’ala più radicale di un Illuminismo, ateo, materialista e anticlericale, un filosofo che rifiuta ogni forma di autorità e di morale costituita in nome di una libertà assoluta.

Nell’Ottocento il femminicidio viene paradossalmente presentato come un atto d’amore nel romanzo Il rosso e il nero di Stendhal, nel quale il protagonista Julien Sorel diventa l’amante della Signora de Renal che lo ha assunto come precettore. Quando il marito della donna viene informato dell’adulterio da una lettera anonima, Julien è costretto a rifugiarsi in seminario. Rientrato in società, il giovane inizia una storia con Mathilde, figlia del marchese che l’ha scelto come segretario, ma la signora de Renal invia una lettera al padre della fanciulla per screditare il giovane, il quale ferisce la signora con un colpo di pistola. Arrestato e condannato alla ghigliottina, prima ottiene il perdono della donna aggredita che vede nel suo gesto un atto di amore, tanto da morire per la disperazione pochi giorni dopo.

Il romanzo La bestia umana (1890) di Émile Zola è consideratoun capolavoro del Naturalismo, ambientato nel mondo mitizzato della ferrovia visto come il simbolo di progresso, ma anche segnato dagli effetti negativi dell’alcolismo, del maschilismo e della follia omicida. La locomotiva diventa la metafora della donna che mostra la stessa voracità nel divorare migliaia chilometri, lo stesso calore esplosivo emanato dal basso ventre femminile. Si tratta di un’opera inquietante e feroce, epica e pagana, nella quale il treno è testimone degli avvenimenti ed è l’agente che regge il carico simbolico della storia. I protagonisti sono personaggi apparentemente tranquilli, ma nel profondo sono delle “bestie umane” capaci di compiere dei delitti scatenati da una furia omicida.

Roubaud ha 35 anni ed è il sotto-capostazione di Le Havre, un posto ottenuto per l’intercessione del presidente Grandmorin, membro del consiglio di amministrazione della Compagnia ferroviaria, un anziano signore molto legato a Séverine, la venticinquenne moglie di Roubaud, che lui ha cresciuto, quando è rimasta orfana a tredici anni. Quando il marito scopre che fin dall’adolescenza la giovane ha avuto rapporti sessuali con il presidente e che questi sono continuati anche dopo il matrimonio, folle di rabbia picchia selvaggiamente la moglie, quindi decide di uccidere Grandmorin. È da considerare Jacques Lantier, un giovane macchinista che guida il direttissimo Parigi-Le Havre, si reca nella casa della zia Phasie, una vedova che si è risposata con il cantoniere Misard ed è convinta che il marito la stia avvelenando per impossessarsi dei mille franchi che il padre le ha lasciato in eredità. Jacques incontra anche Flore, la figlia di Phasie, una ragazza solitaria e selvaggia addetta alla vigilanza del passaggio a livello, che ha sempre disdegnato le attenzioni maschili, ma che prova una segreta attrazione per Jacques e vorrebbe avere con lui un rapporto sessuale, ma l’uomo fugge, perché sente riaffiorate il bisogno di uccidere una donna. Vaga nella notte fiancheggiando la ferrovia e vede compiere nello scompartimento del direttissimo per Le Havre l’assassinio di un uomo e poco dopo si rinviene il cadavere di Grandmorin. Il delitto viene nascosto per evitare lo scandalo, ma i giornali denunciano le dissolutezze di Grandmorin. Dell’omicidio è sospettato il cavapietre Cabuche, che ha minacciato di uccidere il presidente, perché la giovane Louisette si era uccisa dopo la violenza sessuale subita da parte di Grandmorin, ma l’uomo è rilasciato per mancanza di prove. Roubaud e la moglie hanno ripreso a fare una vita tranquilla, anche se l’uomo sta precipitando nell’autodistruzione: il ricordo del delitto, la presenza nella casa dell’orologio e dei soldi appartenuti alla vittima gli provocano angoscia e per consolarsi egli si dedica al gioco, perdendo grosse somme. Séverine è attratta da Jacques che, pur sapendo che i Roubaud sono colpevoli dell’omicidio, non ha testimoniato contro di loro. Tra i due giovani inizia un’appassionata relazione clandestina che per la donna è un amore vero, non dovendo subire le violenze di Grandmorin o la brutalità di Roubaud. Jacques si trova finalmente a proprio agio con donna che ama più della sua locomotiva fino allora è stata per lui come un’amante, inoltre sembra guarito dai suoi istinti omicidi. I loro incontri diventano sempre più frequenti e ogni venerdì Séverine accompagna Jacques a Parigi, ma una sera devono pernottare a causa di una tempesta di neve nella casa di Misard, dove Flore ha la conferma della relazione che lega i due amanti. Séverine racconta a Jacques come il marito abbia ucciso Grandmorin e il giovane è travolto dalle sue pulsioni omicide e, per non uccidere l’amante, esce in strada con l’intenzione di sgozzare la prima donna che incontra, per fortuna senza riuscirsi. Gli amanti decidono di liberarsi di Roubaud per fuggire in America, ma il piano fallisce. Intanto Phasie è morta avvelenata dal marito che ha cercato invano il denaro dell’eredità. A sua volta Flore fa deragliare il direttissimo del venerdì, causando 15 morti, senza riuscire a uccidere Séverine e Jacques, allora si suicida lanciandosi sotto un treno. Jacques è ferito e viene curato da Séverine, quindi i due chiamano con un pretesto Roubaud per ucciderlo, ma Jacques pugnala a morte la donna. Roubaud è condannato ai lavori forzati a vita come mandante dei due omicidi e Jacques, mentre guida la locomotiva per Parigi, litiga con il fuochista infuriato perché il compagno ha una relazione con la sua amante; entrambi finiscono schiacciati sotto il treno che procede nella notte senza una guida.

Esemplare si deve considerare la novella Tentazione! di Giovanni Verga (“Drammi intimi”, 1884), nella quale si racconta la violenza esercitata su una bella ragazza incontrata in una strada deserta da tre giovani che la sottopongono a uno stupro di gruppo, poi la strangolano per farla tacere. I tre agiscono “come fossero invasati a un tratta da una pazzia furiosa, ubriachi di donna” e Verga, con il freddo distacco del narratore verista, ci fa sapere che, durante il processo, lo stupro e l’omicidio sono stati valutati come un momento di follia collettiva che ha colto il “branco”, escludendo ogni responsabilità individuale, attenendosi a una concezione misogina e patriarcale secondo la quale la bellezza femminile è una tentazione disturbante, per cui la donna, invece di andare in giro per lavoro, dovrebbe stare a casa ad accudire alle faccende domestiche. Questi giovani sono stati in parte giustificati per aver mollato i loro freni inibitori, senza mostrare mai né un ravvedimento, né un pentimento. Verga lascia al lettore di responsabilità di dare un giudizio morale: “Il semplice fatto umano farà sempre pensare; avrà sempre efficacia dell’essere stato, delle lacrime vere e delle sensazioni che sono passate per la carne. Il misterioso processo per cui le passioni si annodano, si intrecciano, maturano, si svolgono nel loro cammino sotterraneo…costituirà per lungo tempo ancora la possente attrattiva di quel fenomeno psicologico che dicesi l’argomento di un racconto, e che l’analisi moderna si studia di seguire con scrupolo scientifico”.

La violenza femminile nella letteratura del Novecento

La letteratura del Novecento inizia a porsi in maniera più sistematica il problema del rapporto uomo-donna per quanto questo viene inquinato dalla violenza, da abusi e da una deviata concezione del sesso. Nel frattempo, la società italiana è notevolmente diversa, vi sono state profonde trasformazioni culturali, è cambiata la condizione della donna nella famiglia, nelle professioni e nella società. Si è sviluppata la convinzione che per vincere la violenza sulle donne bisogna partire da una educazione che punti alla parità di genere e su una visione dell’amore che non sia inquinato dalla gelosia, dal desiderio di sopraffazione e di sottomissione all’uomo, ma sia fondato sulla libertà. In Italia, dove per anni ha resistito una morale conservatrice di tipo patriarcale, si è dovuti arrivare al 1981 per abrogare con la Legge n. 442 quell’articolo 587 del codice penale che prevedeva il matrimonio riparatore per coloro che commettevano il reato di stupro e il cosiddetto “delitto d’onore”, secondo il quale si comminava una pena ridotta a chi uccideva la moglie, la figlia, la sorella per difendere il proprio “onore” offeso. 

Nel 1894 Gabriele D’Annunzio celebra il femminicidio in uno dei suoi romanzi più belli Il trionfo della morte, che ha per protagonista Giorgio Aurispa, un arido e raffinato esteta, che vuole assaporare l’estremo piacere della morte per superare i limiti dell’abitudine e della “immensurabile tristezza di un amore stanco”, trascinando con sé dall’alto di una rupe la sua compagna Ippolita che sull’orlo dell’abisso si ribella e lo chiama “assassino”, ma i due precipitano dopo “una lotta breve e feroce come tra nemici implacabili che avessero covato fino a quell’ora nel profondo dell’anima un odio supremo. E precipitarono nella morte avvinti”.

Nel 1906 Sibilla Aleramo pubblica il romanzo Una donna, nel quale racconta la propria vicenda personale quando si chiamava Rina Pierangeli Faccio, dove descrive la sua infanzia e adolescenza “libera e gagliarda” vissuta a Civitanova Marche fino a quindici anni, quando subisce la violenza sessuale di un operario della fabbrica diretta dal padre che la costringe a sposare lo stupratore, segnando definitivamente la sua vita, perché la ragazza, oltre ad accettare la violenza, deve subire anche il ruolo di moglie casalinga che perde la propria libertà e indipendenza. A un certo punto la giovane decide di lasciare il marito e il figlio per rifarsi una nuova vita e diventa quella Sibilla Aleramo, una grande scrittrice che ha dato voce a una nuova coscienza femminile per superare ruoli e modelli tradizionali ormai superati.

Cesare Pavese racconta in Paesi tuoi (1941) la storia di Gisella vittima di uno stupro, di un incesto e quindi di un feroce omicidio, vittima di un modello negativo e feroce ancora presente nella società contadina. L’autore descrive l’evento sotto un profilo antropologico, cioè come un sacrificio rituale celebrato all’interno di una realtà sociale ancora dominata da un inestricabile e labirintico caos.

In Un delitto d’onore (1961) Giovanni Arpino riscostruisce una storia ambientata nel 1920-1922, che ha per protagonista Gaetano Castiglia, un medico appartenente alla nobiltà terriera della provincia di Avellino, il quale sposa una ragazza del popolo. Quando scopre che la giovane non è più vergine, la uccide e per vendicarsi uccide anche la sorella del seduttore. Grazie a un celebre avvocato napoletano, il duplice femminicidio sarà derubricato a “delitto d’onore” e il colpevole se la caverà con una lieve condanna.

Nel 1974 Elsa Morante scrive il romanzo La Storia, un racconto corale che rappresenta, come in un grande affresco, gli eventi bellici tra il 1939 e il 1945, visti con gli occhi dei protagonisti e della popolazione ferita dalla guerra con realismo ma anche con poetiche aperture fantastiche. Sono molti i temi presenti nel romanzo: la miseria delle popolazioni affamate, i bombardamenti, il fascismo e l’antifascismo, la persecuzione degli ebrei, la misera condizione degli sfollati, la lotta partigiana, i disagi sociali e morali del dopoguerra.

Nel romanzo vi sono tuttavia tre fondamentali storie di violenza femminile: la prima riguarda la protagonista Ida Ramundo, una maestra elementare di trentasette anni che nel gennaio 1941 viene violentata da un soldato tedesco ubriaco e da questo stupro nascerà Giuseppe detto “Useppe”. La seconda vicenda riguarda il figlio maggiore Nino che, dopo essere stato un giovane fascista, è diventato un partigiano comunista: durante uno scontro con i nazifascisti la sua fidanzata Mariulina e la madre sono catturate, ripetutamente stuprate e uccise da un reparto tedesco. Nella terza storia si parla del femminicidio dell’anziana prostituta Santina da parte del suo giovane protettore Nello D’Angeli. La Morante dà maggiore rilievo alla figura dell’omicida come viene descritta dalla stampa: “Scuro, sporco di barba, con la fronte bassa e gli occhi da cane rabbioso era proprio quello che si dice una faccia da galera” e come è tracciata dalla polizia che etichetta l’uomo un “amorale, incapace, d’intelligenza sotto il normale e privo di freni inibitori”. Si avalla quindi la tesi che il femminicida è un disadattato il cui comportamento, non è tanto il prodotto della violenza maschile, ma qualcosa che si colloca al di fuori della predominante morale sociale. Dopo la morte del piccolo Useppe, Ida non regge al dolore e perde la ragione, per cui subisce l’ultimo oltraggio di essere rinchiusa in un manicomio, dove muore nove anni più tardi.

Giovanni Testori con il romanzo Nebbia al Giambellino (1995) chiude il ciclo dei “I segreti di Milano” (1958-1961) e racconta la storia di Gina Restelli, una povera vedova venuta con una bambina dalla provincia a Milano in cerca di lavoro. Assunta come donna delle pulizia dall’industriale Rinaldo Cattaneo, un maschilista che ha un alta concezione di sé e si crede un irresistibile amatore, che propone alla donna di diventare la sua amante. Quando Gina si rifiuta, la strangola nel suo letto per poi crollare tormentato dai rimorsi e dai sensi di colpa prima di cadere nelle mani della giustizia. 

Dacia Maraini è una scrittrice che per tutta la vita si è battuta in difesa dei diritti e della dignità delle donne. Nel 1992 ha scritto il romanzo-inchiesta Isolina, nel quale ricostruisce la storia di un femminicidio avvenuto a Verona agli inizi del 1900 e scoperto quando delle lavandaie trovano un corpo fatto a pezzi lungo le rive dell’Adige. Isolina Canuti è una ragazza ventenne della piccola borghesia che ha una relazione con un tenente. Rimasta incinta, vorrebbe sposarsi e mantenere il figlio, ma l’amante la costringe ad abortire sul tavolo di una osteria per mano di un tenente medico che interviene con una forchetta. La giovane urla per il dolore e per farla tacere viene soffocata con una salvietta, per cui quel tentativo di aborto si trasforma in omicidio; gli attendenti dei due ufficiali tagliano a pezzi il corpo e lo gettano nel fiume, mentre un’amica della ragazza presente al fatto poco dopo muore avvelenata. Con il ritrovamento dei resti, in città scoppia lo scandalo; l’opposizione socialista pretende che si faccia giustizia e il tenente viene arrestato. A questo punto entra in gioco “l’onore” dell’esercito, il caso deve essere insabbiato e l’ufficialetto è scarcerato. La povera Isolina non solo non ottiene giustizia, ma da vittima passa a essere accusata di avere condotto una vita immorale e scandalosa; l’aborto voluto dal tenente diventa un atto di generosità per aiutarla; si riconosce all’uomo la possibilità di essere un seduttore, mentre la donna è colpevole di lasciarsi sedurre; l’assassinio passa in secondo piano, gridando allo scandalo per “l’amore libero” propagandato dai socialisti; si esalta l’onore militare e la dignità dell’esercito. Si tratta di una storia che offre “uno scenario crudele: la città, i suoi poteri i suoi simboli, l’immagine di sé che vuol darsi, tutti compatti contro una ragazza di vent’anni ammazzata da un branco di ventenni, come lei sciocchi ma protetti dal doppio codice di maschi e ufficiali” (Rossana Rossanda). Nel 1994 la Maraini pubblica il romanzo Voci nel quale la giornalista Michela Canova, che lavora per una radio privata romana, conduce un’inchiesta sull’omicidio di Angela Bari. Scavando in quell’ambiente, Michela si trova di fronte a una serie di violenze urbane, sevizie, stupri, maltrattamenti compiuti sulle donne in famiglia e fuori. Vi sono donne violentate e uccise senza che i colpevoli siano scoperti e condannati; spesso sono le stesse donne a subire in silenzio senza denunciare i loro torturatori. È una specie di discesa agli inferi dove si tende a nascondere atti criminali che restano impuniti.

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