“Il padrone della festa”, un disco di successo con tre diversi autori


di Alberto Pellegrino

17 Gen 2015 - Dischi

Cover del disco MusiculturaonlineÈ un avvenimento insolito nel mondo della canzone d’autore che tre cantanti compositori si mettano insieme per produrre un unico disco e infatti il solo precedente era stato finora quello della coppia Dalla-De Gregori ai tempi Banana Repubblic. I protagonisti di questa impresa musicale sono Nicolò Fabi, Max Gazzè e Daniele Silvestri, tre esponenti della Scuola Romana della seconda generazione, cresciuti e maturati nel piccolo club Il locale nel cuore della vecchia Roma. Questi tre vecchi amici, ormai entrati nella zona grigia della creatività compresa tra i 40 e i 50 anni, hanno messo insieme le forze e hanno prodotto un disco con 12 canzoni inedite intitolato Il padrone della festa, balzato immediatamente in testa alle classifiche. Questo successo forse inaspettato per gli stessi autori, va spiegato con il fatto che appassionati giovani e meno giovani avvertono il bisogno di sentire delle buone canzoni d’autore in un panorama italiano abbastanza deprimente, dove le uniche punte emergenti sono state finora Capossela e Mannarino.
Ora questo disco a sei mani porta una ventata di freschezza, offrendo cinquanta minuti di buona musica, con ottimi arrangiamenti, con un’efficace equilibrio tra brani musicali e testi poetici, che affrontano tematiche mai banali e sicuramente ancorate al mondo esistenziale contemporaneo. Tre autori tra loro diversi (Silvestri è un bravo musicista; Gazzè è uno sperimentatore estroso ma capace di evasioni stranamente romantiche; Fabi è un viaggiatore dell’anima, un po’ filosofo e un po’ poeta) hanno saputo amalgamare il loro modo di fare musica e di scrivere brani intelligenti, sempre funzionali alle varie canzoni, tanto da arrivare a dire “non siamo la somma di tre, ma un grande Uno”. È nato così un disco “caldo” e originale, in grado di avere un grande impatto emotivo, molto curato nei particolari e dotato di un notevole equilibrio interno (sei canzoni sono state scritte dal trio e sei sono il prodotto artistico dei singoli).  Esso infatti rappresenta la somma delle qualità individuali dei tre cantautori: l’inventivadaniele-silvestri[1] Musiculturaonline di Silvestri, l’estro musicale di Gazzè, l’eleganza e la grazia poetica di Fabi. Gli autori hanno deciso di portare avanti questo progetto comune decisi a correre il rischio, in caso d’insuccesso, di vedere compromesse le loro carriere. La loro iniziativa è stata la dimostrazione che l’unione fa la forza e che, quando si lavora a un progetto musicale con passione e con dedizione, non può uscirne fuori un banale divertimento o una malinconica rimpatriata tra “vecchie glorie”. I tre cantautori possono parlare a pieno diritto di una scommessa vinta, perché ognuno ha saputo mettersi in gioco, senza spegnere il fluido della loro creatività; hanno saputo creare melodie e ballate orecchiabili con testi mai banali, il tutto raccolto in disco dove non c’è nulla da buttar via.
Il primo brano Alzo le mani è una specie di manifesto programmatico sul valore della musica che non potrà mai competere in bellezza con i suoni che vengono dalla natura e dalla vita quotidiana, perché capita sempre “che un suono sbatta addosso/come un vento di cristallo/che si aggrappa a una follia/prigioniero dello stallo/come un mare/e come l’albero d’autunno/lascia foglie sull’asfalto/ad ammucchiarsi contro i muri…Io non suonerò mai così/posso giocare, intrattenere,/far tronare il buon umore o lacrimare/ma non suonerò mai così/non è solo cosa diversa/è una battaglia persa”.
Life in sweet è una ballata sul senso della vita che bisogna cercare di comprendere, sul tempo che scorre, sull’attesa che passi la paura di vivere, che “il giorno liberi la nostra notte”, cercando di stare insieme per superare incomunicabilità e immobilismo, per trovare che “un ponte lascia passare le persone/un ponte collega modi di pensare/un ponte…per andare, andare, andare”. Bisogna superare la paura che ci frena e camminare avanti con la consapevolezza che questa è l’unica rivolta possibile e che prima o poi Fabi-Gazzè-Silvestri-padova[1] Musiculturaonlineci dovremo fermare.
L’amore non esiste è uno dei brani più belli del disco, un gioco di rimandi tra opposte personalità, nel quale Silvestri e Gazzè ricoprono il ruolo dei cinici, mentre Fabi veste i panni del poeta romantico: ognuno vuole dimostrare che l’amore è qualcosa di soggettivo e quindi difficilmente catalogabile, ma che nello stesso tempo è qualcosa di consistente e di tangibile, perché se l’amore non esiste, “esistiamo io e te/e la nostra ribellione alla statistica/un abbraccio per proteggerci dal vento/l’illusione di competere col tempo/e non c’è letteratura che ci sappia raccontare”.
Fabi in Canzone per Anna scrive la storia di una ragazza che non è mai riuscita a materializzare i propri sogni, condannata alla solitudine perché non è mai riuscita a realizzare le sue aspettative. Si tratta di un brano intenso e malinconico su una particolare condizione femminile: “Anna che sorride a tutti/Anna in fondo come sta?/Anna che si trucca gli occhi/si capisce che non va/Anna e le sue insicurezze/gli entusiasmi artificiali/Anna con i suoi animali/ultimi esemplari di sincerità/Anna che domanda agli altri/tutto quello che non sa”.
Arsenico è un brano dall’andamento musicale quasi religioso, nel quale il veleno rappresenta la  voglia di punizione del protagonista che si sente colpevole per un amore perduto e che chiede alla donna di vendicarsi, affinché cessi questo tormento e ognuno ritrovi la serenità smarrita.
Spigolo tondo è una canzone dai ritmi accelerati e latineggianti (Silvestri suona la viuhela messicana), nella quale si affronta la relatività delle cose e la varietà del mondo, anche se questo non deve impedire a ogni individuo di essere parte di una comunità (“La natura non propone angoli retti/è una sinfonia di contorni inesatti/Eda sempre si oppone al teorema dell’uomo/che la vuole inquadrare./La natura ha leggi complesse/ma semplici da rispettare/basta volere fermarsi un momento/e imparare a guardare”).
Come mi pare è un inno all’indipendenza critica e alla voglia di scoprire continuamente il mondo, un rock melodico che offre diversi spunti di riflessione: “Chi vuole scrivere impari a max-gazze[1] Musiculturaonlineleggere, chi vuole suonare prima deve imparare ad ascoltare, chi vuole ridere prima impari a piangere, chi vuole capire prima deve riuscire a domandare”.
Giovanni sulla terra è un folk moderno dai toni neorealistici, nel quale si racconta la storia di Giovanni, un uomo che lavora tutto il giorno, sta poco tempo con i figli, è oppresso dalle tasse e deve lottare per rimanere se stesso, un eroe del quotidiano che sacrifica la propria vita e i propri affetti per assicurare alla famiglia una vita dignitosa.
Il Dio delle piccole cose è un piccolo capolavoro, il brano più poetico scritto da Gazzè e Gae Capitano, permeato da una costante liricità che si fonde perfettamente con la musica. Si tratta di un testo capace di sviluppare una sua teologia laica, presentando l’immagine di un Dio che, invece di occuparsi di tutto il creato, tiene conto delle piccole cose di piccoli uomini, degli amori smarriti, dei baci mai dati, dei rossori e dei sorrisi, quando il cuore sembra impazzire, dei compagni di scuola e delle poesie perdute nella memoria, dei romanzi mai finiti, delle voglie che non sono diventate peccato, delle preghiere e dei fantasmi dei bambini: “Io spero che esista un Dio delle piccole cose/che sappia i silenzi mai diventati parole/che sappia i gradini di pietra. le estati scoscese…Il Dio delle piccole cose aspetta la fine del cammino/con un sacco sgualcito dal tempo ed un piccolo inchino./Chissà se ci ridà indietro le vite che abbiamo in sospeso./Io credo che sia questo l’inferno e il paradiso”.
L’avversario è la canzone più originale e sorprendente del disco con aperture musicali verso gli anni Settanta; in essa due “combattenti” (Gazzè e Fabi) si confrontano nella quotidiana lotta della vita con uno “speaker” (Silvestri) che arbitra l’incontro, mentre i contendenti analizzano i lati positivi e negativi dell’esistenza.
Zona Cesarini è una ballata di Silvestri un po’ monocorde che ci riporta alla vita di tutti i giorni, segnata dal bisogno di poter risolvere i problemi di sempre e che si finiscono di affrontare all’ultimo minuto, quando “soltanto all’ultimo/provo a combattere e riesco a vincere” anche con l’aiuto della donna amata sempre disposta a perdonare.
niccolo-fabi[1] MusiculturaonlineIl padrone della festa è l’altra canzone-capolavoro, un pamphlet di sapore politico contro gli uomini che si sono impossessati della nostra vita, che hanno commesso grandi errori di cui non c’era bisogno, rendendo il tetto delle nostre aspettative molto basso, corrompendo la politica e l’ambiente naturale. La conseguenza di tutto questo è che siamo tutti partecipi della festa voluta da un padrone, che “siamo ammanettati tutti insieme alla stessa bomba”, che l’unica soluzione sarebbe di dare tutte “le cariche importanti dove si decide per il mondo” soltanto alle “donne madri di figli”, per vedere se sapranno prendere decisioni non per lo loro stesse ma per il futuro dell’umanità.

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