L’ipocrisia raccontata ne “Il Misantropo” da Giulio Scarpati e Valeria Solarino


di Elena Bartolucci

8 Feb 2019 - Commenti teatro

Fermo (FM) – Sabato 26 gennaio ha fatto il suo debutto nel magnifico Teatro dell’Aquila lo spettacolo Il Misantropo con Giulio Scarpati e Valeria Solarino nei panni dei due protagonisti principali.
Un pezzo di teatro formidabile in grado di mettere in scena un personaggio come Alceste: un uomo libero da falsità e imbrogli, conosciuto per il suo rigore che, vista la società in cui vive, è in continua lotta con se stesso per nascondersi dall’ipocrisia delle persone che lo circondano, ma che è innamorato di una donna, Célimène, completamente diversa e lontana dal suo modo di vedere il mondo che lui tanto detesta. Quest’ultima è una vera e propria signora dei salotti, attorniata da numerosi spasimanti, che si diverte a illudere seducendoli con la sua grazie e il suo fascino. La reale incompatibilità dei due protagonisti li spinge comunque l’uno verso l’altra, mentre attorno a loro prende vita un carosello di prototipi umani, parodie dei vizi e dei difetti dell’alta società.
“Sono un uomo e una donna di oggi, con torti e ragioni equamente distribuiti, protervi nel non cedere alle richieste dell’altro, non disposti a rinunciare alle proprie scelte di vita, in perenne conflitto tra loro. Nei loro difetti possiamo a turno ritrovarci e riconoscerci; e ne ridiamo, guardandoci allo specchio. Due protagonisti di una commedia amara in cui non è previsto l’happy end.”
Uno spettacolo in continuo equilibrio tra commedia e tragedia in grado di decifrare con grande arguzia il fattore umano. Trattandosi di una residenza di allestimento, è stato sicuramente un ottimo inizio ma occorrerà limare alcuni dettagli risultati meno convincenti durante la fase del racconto (ad esempio, i cambi di scena intervallati dalla musica disco – un esperimento per rendere forse più contemporaneo un testo solo in apparenza poco moderno). Dal punto di vista recitativo la protagonista femminile, Valeria Solarino, si è dimostrata a tratti poco espressiva e non sempre è riuscita a veicolare la superficialità che contraddistingue il personaggio di Célimène. Inoltre, le figure dei marchesini sono sembrate un po’ troppo sopra le righe, andando così a cozzare con la recitazione più pulita e composta degli altri protagonisti in scena, soprattutto di Giulio Scarpati e di un ottimo Blas Roca Rey nei panni dell’amico Filinte.
La traduzione del testo è di Cesare Garboli, la regia è stata curata da Nora Venturini, mentre le bellissime scene dal gusto barocco sono di Luigi Ferrigno, le luci di Raffaele Perin e le musiche di Marco Schiavoni. Unica dolente per i costumi di Marianna Carbone che, specialmente per le figure femminili, non sembrano adeguati a rappresentare l’epoca in cui prende vita la storia.

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