“Don Giuseppe Fini” di Lorenzo Antinori


di Giorgio Buratti

15 Lug 2015 - Libri

Fini copertina MusiculturaonlineLorenzo Antinori fa rivivere un illustre personaggio del recente passato di Urbania, l’antica Casteldurante. Ad accomunare l’autore con il personaggio della sua dettagliatissima ricerca storica è la loro maestria come organisti. Don Giuseppe Fini (17 ottobre 1877 – 26 febbraio 1944) fu compositore e organista, maestro di Cappella delle Cattedrali di Urbania e Urbino.
Il libro di Lorenzo Antinori può considerarsi una ricerca storica, fatta sui più importanti archivi storici locali, dall’epoca moderna ai nostri giorni. Casteldurante fu elevata a Città e Diocesi nel Concistoro del 18 febbraio 1636 da Papa Urbano VIII, al secolo Maffeo Barberini. Da qui parte la ricerca storica dell’Antinori, nei minimi particolari fino ad arrivare alla nascita di Giuseppe Fini, con una linea particolare legata alle vicende della Cattedrale dedicata al martire di Licia, San Cristoforo. La cattedrale nei secoli si mise in mostra nella diffusione della Musica sacra (riportati anche i nomi dei vari organisti costruttori, i nomi dei maestri di cappella con le remunerazioni del “Praefectum Musicae” ed “Organorum Modulatorem”, cioè Maestro di Cappella ed Organista).
Una splendida pagina è dedicata al racconto del funerale dell’ultimo duca di Urbino, Francesco Maria Della Rovere, morto all’età di 83 anni, tenuto nell’allora abbazia durantina il 26 aprile 1631. Questo dimostra che la musica e la tradizione organistica del luogo sembrano risalire proprio al periodo d’influenza delle famiglie ducali su Casteldurante.
Don Fini, nato da famiglia numerosa e religiosa (diverse altre vocazioni oltre la sua) come purtroppo non ce ne sono più nella nostra Italia (la società malata ne è un segnale preoccupante), fin da giovane risultò volenteroso e di sana costituzione. Si interessò subito alla buona musica, forse già cantando nel coro delle voci bianche del Duomo urbaniese. Si formò poi presso il seminario diocesano “Barberini” di Urbania, assai importante all’epoca (vi erano seminaristi dalla Toscana, dalla Romagna e dal Piceno), dal 1885 al 1893. In quell’epoca, come sancito dal Concilio di Trento (1545-1563), per giungere al presbiterato occorreva percorrere il Cursus Honorum, partendo dagli ordini minori (esorcistato, lettorato, accolitato), fino a quelli maggiori (suddiaconato, diaconato, presbiterato), alcuni aboliti dal Concilio Vaticano II. Don Giuseppe divenne sacerdote il 14 aprile 1900, giorno del Sabato Santo. Nel frattempo si era iscritto al conservatorio di Pesaro, dove incontrò come direttore Pietro Mascagni. Dopo pochi mesi dall’ordinazione, il Consiglio Comunale lo richiese come canonico per la Cattedrale (per alcuni ministeri era prassi comune l’intervento delle autorità civili), il 21 agosto 1900.
Della sua carriera al conservatorio, l’autore riporta anche i verbali d’esame, non lasciando nulla al caso. Alla fine degli studi ottenne 2 brillanti licenze in Organo e Musica Sacra (1903), potendo così accogliere ufficialmente l’incarico di Maestro e compositore di cappella.
Il 22 novembre 1903 il Vescovo lo nomina Maestro di Cappella, in concomitanza con l’emanazione da parte di Papa Pio X del Motu Proprio “Inter sollicitudinis”, sulla riforma della Musica Liturgica, ripreso a piene mani dal Concilio Vaticano II 60 anni dopo. Fini fu un perfetto esemplare di quella mentalità musicale che voleva ritornare alla purezza gregoriana, evitando quegli abusi fastidiosi dei ritmi provenienti da generi estranei alla liturgia, di ispirazione melodrammatica. Basta pensare che in tante chiese all’offertorio veniva suonata la “Marcia Trionfale” dell’Aida di Verdi, bella sì, ma certo tutto fuorché liturgica, trasformando le chiese in Teatri per i più poveri. Molti autori conosciuti sposarono le indicazioni del Papa: Lorenzo Perosi alla direzione del coro della Cappella Sistina, Licinio Refice alla Liberiana, Raffaele Casimiri alla Laterana. Fini aveva quasi anticipato questo movimento liturgico, avendo da subito tolto dal repertorio della ‘sua’ cappella molte delle ‘vecchie’ musiche di Tommasoli, Cozzi, Mercadante (ma non tutto, per non suscitare eccessive e probabili reazioni da parte di clero e fedeli).
Alla morte del padre, nel 1912, Fini compose il suo primo Requiem. Qui si apre il capitolo di Don Giuseppe compositore. Un brano ancor oggi eseguito nella Notte di Natale è la famosa Pastorale di guerra del 1915, alla quale seguì La preghiera del soldato su testo del Prof. Salvatore Praitano, stampato anche sulle cartoline ad uso dei soldati al fronte. Partì anche per la guerra come inserviente sanitario; cosa che non gli fece perdere il suo incarico di Maestro di cappella. Rientrò sano e salvo: risulta presente nell’udienza capitolare del 28 dicembre 1918.
Il suo genio fu apprezzato anche per la fondazione dell’archivio musicale diocesano, con spartiti risalenti al XVII secolo ed anche il comune lo chiamava spesso come giudice dei vari concorsi musicali, a dimostrazione che la sua conoscenza musicale non si limitava alla musica sacra.
Nel 1925 Fini fu nominato come Maestro di cappella anche della cattedrale di Urbino, cosa che lo portò ad alcuni attriti derivanti dalle sue frequenti assenze da Urbania, nonostante avesse sempre provveduto a lasciarvi degni sostituti. Ad ogni modo, di lì in poi, Fini mantenne stoicamente entrambi gli incarichi.
Nel 1944 sopraggiunse la sua morte, avvenuta nella sua Urbania in seguito al drammatico bombardamento del 23 gennaio, munito di tutti i sacramenti e naturalmente di un funerale solenne accompagnato all’organo dal suo sostituto Don Corrado Catani.
Non poteva mancare, in una ricerca storica così minuziosa, il catalogo dettagliato delle composizioni di D. Giuseppe Fini, con il numero d’opera apposto dallo stesso Lorenzo Antinori.
Dal 1903 al 1939 ben 81 opere sacre certe con anche 3 metodi di studio.
Lo stesso Antinori, a conclusione , ci offre i motivi per cui ha fatto una ricerca così voluminosa e perché è bene che sia letta dai giovani:Antinori organo Musiculturaonline
“Viviamo in una società malata sotto molteplici aspetti, ma in particolare malata nella sua memoria storica. Al giorno d’oggi, specialmente per quanto riguarda la Chiesa ed i sacerdoti, spesso l’importante è poterne parlar male. Quasi una damnatio memoriæ. Ma è proprio così? Davvero noi oggi non dobbiamo più nulla a tutti questi personaggi del nostro passato più o meno recente? Ebbene, questo libro vuole essere un deciso “no” di risposta a questa domanda. Fini fu un personaggio estremamente meritorio non solo dal punto di vista musicale, ma anche umano e sociale. E così furono tantissimi altri preti urbaniesi (e chissà quanti altri in giro per il mondo)! E allora, non dimentichiamo. Studiamo. Capiamo come il mondo che viviamo oggi sia ormai una proiezione ribaltata di quello consegnatoci dai nostri genitori. Solo così potremo (almeno) tentare di evitare le solite ricadute storiche e cicliche nei medesimi errori. Il nostro Fini può darci una grossa mano in ciò”.

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