Ricordo di Annibale Ruccello


di Alberto Pellegrino

28 Set 2026 - Approfondimenti teatro, Letteratura

Pubblichiamo un articolo di Alberto Pellegrino per ricordare Annibale Ruccello, un grande commediografo tragicamente scomparso alla giovane età di trent’anni.

Annibale Ruccello

Ricorre quest’anno il 70° anniversario della nascita e il 40° della scomparsa di Annibale Ruccello (Castellammare di Stabia, 1956 – Roma, 1986), drammaturgo, regista e attore che è stato una delle personalità più interessanti e originali del teatro italiano della seconda metà del Novecento. Purtroppo, Ruccello muore il 12 settembre 1986 in un tragico incidente automobilistico sull’autostrada Roma-Napoli proprio nel momento di massima affermazione e valorizzazione del suo repertorio.

Nel 1977 Ruccello si laurea in filosofia con il massimo dei voti nell’Università degli Studi di Napoli Federico II con una tesi in antropologia culturale sulla Cantata dei Pastori di Andrea Perrucci. Studioso della cultura e della lingua napoletana, entra a far parte del gruppo di ricerca sulla tradizione popolare campana guidato dal compositore, musicologo e regista Roberto De Simone. Annibale scopre poi la passione per il teatro: “Mi occupo di teatro perché amo il cinema ed a teatro mi annoio mortalmente. Può sembrare una contraddizione, e forse lo è. Ma da questa contraddizione nasce la mia scommessa: fare un teatro cinematografico, non nel senso di una composizione per immagini o di un montaggio veloce: Bensì dal punto di vista della story e della credibilità […] Le storie che racconto riguardano sempre e soltanto gente, banale, comunissima, possibilmente incline a diventare patetica, straziante. Ma per una sorta di terrore a nutrire o a destare pietà mi piace coglierla in un momento estremo della loro esistenza, quando a prescindere dalle loro stesse intenzioni, questi personaggi sono costretti a compiere una scelta importante, un gesto eroico o atroce”.

Inizia a recitare a Torre del Greco con il Teatro del Garage di Gennaro Vitiello, nel quale hanno fatto il loro esordio altri importanti autori del teatro napoletano come Mario Martone ed Enzo Moscato. Nel 1978 fonda la cooperativa Il carro e, in collaborazione con Lello Guida, comincia a scrivere e a mettere in scena i suoi primi lavori teatrali, ispirati in gran parte a materiali della cultura popolare; fa il suo esordio sulla scena con Il Rione (1973), la sua prima commedia, con L’osteria del melograno (1977) scritta con Lello Guida. Nel 1982 firmano insieme L’ereditiera, una trasposizione teatrale del romanzo Washington Square di Henry James. Poi da quel momento comincia a scrivere, mettere in scena e interpretare suoi testi teatrali. 

I caratteri del teatro di Ruccello

Ruccello, pur guardando con interesse ai grandi classici napoletani, predilige gli autori americani e inglesi del Novecento; osserva Gramsci e Brecht; cerca le sue fonti d’ispirazione in Proust e Huysmans, Balzac e Thomas Mann, Strindberg, Genet e Beckett. L’originalità e la complessità del suo teatro derivano tuttavia da una base antropologica che gli permette di coniugare il mondo della strada e il palazzo nobiliare, la lingua aulica e il linguaggio popolare; di conciliare il contrasto tra l’alto e il basso della società contemporanea. Egli trare ispirazione dalle strade e dai caffè, dalle piazze e dai quartieri popolari, dove vivono personaggi spesso relegati ai margini della società (barboni, criminali, pazzi, prostitute, casalinghe frustrate, donne ossessionate dalla follia e dal sesso), che diventano esseri “grotteschi o mostruosi, odiosi ed insopportabili” senza mai suscitare un senso di pietà. Napoli è la principale “musa” di un drammaturgo capace di coltivare la memoria delle radici senza rinunciare a una lucidissima indagine del presente. Il teatro e il mondo culturale italiani rischiano di dimenticare l’autore più rappresentativo del secondo Novecento che ha rinnovato la nostra scena, imponendosi con contenuti innovativi nel rispetto della grande tradizione napoletana e nazionale, scrivendo opere che raggiungono il vertice con Ferdinando, un capolavoro divenuto purtroppo anche il suo testamento artistico. Ruccello riesce a sublimare e a rielaborare la tradizione teatrale in modo originale e personale, facendo degli “ultimi” il centro del suo universo drammaturgico. È un autore post-moderno che ha uno sguardo antropologico con il quale è in grado di guardare a tutte le scuole teatrali (dal Seicento al Novecento), dalle quali estrae una nuova linfa vitale che gli permette di evidenziare le varie facce del potere, della follia, dell’omofobia, della viltà dei cortigiani di turno.

I testi fondamentali della drammaturgia di Ruccello

Il primo successo lo ottiene con la commedia Le cinque rose di Jennifer (1980), liberamente ispirata a La voce umana di Jean Cocteau e ambientata negli anni Settanta nel ghetto sociale del “Rione dei travestiti”, dove vive Jennifer, un giovane “femminiello” che porta dentro di sé la sofferenza del diverso. Nel suo squallido monolocale Jennifer aspetta una telefonata di Franco, un ingegnere che attualmente si trova a Milano per lavoro, che gli ha promesso di chiamarlo non appena tornerà in città. Il telefono di Jennifer, per un disguido, intercetta tutte le chiamate del quartiere e il femminiello trascorre la giornata rispondendo amorevole a tutti, preparandosi all’arrivo di Franco e ascoltando su Radio Cuore le canzoni delle sue cantanti preferite. Le trasmissioni sono spesso interrotte per dare notizie di uno spietato killer che sta mietendo vittime nel “Rione dei Travestiti” e che compone i corpi adornandoli con cinque rose rosse. La cosa non sembra preoccupare Jennifer, al pari delle telefonate di uno stalker che si finge Franco e che lei liquida con ironia. Arriva Anna, un altro femminiello che abita poco distante e che, per le interferenze telefoniche, chiede di poter attendere le eventuali risposte a un suo annuncio sul giornale per cercare l’anima gemella. I due intavolano una chiacchierata davanti a un caffè: Jennifer parla della sua famiglia e di Franco; Anna delle disgrazie a causa delle quali è diventata testimone di Geova e del rapporto speciale che ha con la sua gatta Rosinella. Quando Anna tenta di convincere Jennifer ad abbracciare la sua religione, arriva una telefonata e Jennifer liquida l’interlocutore, poiché non è Franco, salvo poi chiedersi se quella chiamata in realtà sia per Anna, che si sente umiliata e se ne va. Passano le ore, Jennifer sempre più inquieta riceve una telefonata dell’amica Janice e di altri utenti che sbagliano numero. Emerge allora un’amara verità: il primo e unico incontro tra Jennifer e Franco è avvenuto mesi prima, d’allora l’uomo non si è fatto più sentire; nondimeno Jennifer continua ad aspettare il suo ritorno chiusa in casa, preparando tutte le sere la cena. Dopo l’ennesima telefonata dello stalker, Jennifer si ubriaca e si appresta a uscire mettendo nella borsetta una pistola, lasciando intendere che il killer di femminielli sia lei; viene però fermata da un improvviso blackout. Nel buio totale irrompe Anna, disperata per aver trovato la sua gatta brutalmente ammazzata e accusa Jennifer di averla uccisa per un’anomala gelosia. Nel suo delirio inizia a parlare in prima persona, come se le accuse siano rivolte a sé stessa (come se lei e Jennifer siano la stessa persona). Jennifer la distoglie dal proposito di suicidarsi ma, appena Anna le chiede se può rimanere a dormire, la butta fuori, perché nonostante tutto spera ancora nell’arrivo di Franco. Anna se ne va insultandola. Ormai fuori di sé, Jennifer prende le cinque rose rosse, che aveva messo in un vaso, le stringe al petto e si spara un colpo in bocca. Un attimo dopo squilla il telefono, lasciando negli spettatori il dubbio che Franco, Anna e il misterioso killer non siano altro che proiezioni della mente di Jennifer.

Notturno di donna con ospiti (1983) porta sulla scena una vicenda che si svolge tra i vicoli di Napoli e che ha per protagonista Adriana, una giovane donna assediata dalle sue allucinazioni; vittima di una madre tirannica e repressiva; oppressa dalla volgarità del marito metronotte che arriva in casa con alcuni ospiti (un terzetto marito-moglie-amante) per dare inizio a un tourbillon di sesso e whisky, a un andirivieni in deshabillé, a partite di poker e, con l’apparire di una pistola, a una roulette russa. Sopraffatta dalla volgarità del presente, da un soffocante passato, dalla martellante presenza di un televisore sempre acceso, dalla mancata prospettiva di una liberazione, la vita di Adriana diventa un incubo e, come una Medea dei poveri, la sua mente sconvolta la spinge ad afferrare un coltello da cucina, a indossare l’abito da sposa e ad entrare nella camera dei figli da dove esce coperta di sangue.

Weekend (1983) è un lavoro teatrale incentrato sulla personalità e l’esistenza quotidiana di Ida, una professoressa quarantenne di origine meridionale trapiantata nella periferia romana. Dopo l’orario scolastico, la donna dà ripetizioni in casa al goffo studente Marco, figlio di una fruttivendola. Terminata una delle lezioni, Ida chiama per una riparazione alla caldaia (che si rivela pretestuosa) il giovane idraulico Narciso, con il quale intreccia una breve e torbida relazione, che prosegue per i due giorni seguenti. Marco, che aveva lasciato un topo di gomma sotto il tappeto per fare uno scherzo all’insegnante, ritorna durante la domenica a spiare dalla finestra e vede Ida consumare un rapporto sessuale con Narciso. Il lunedì pomeriggio, quando il ragazzo torna per le ripetizioni, Ida gli fa confessare di averla spiata ed ha una relazione sessuale anche con lui. La telefonata della madre di Marco causa un crollo nervoso che fa emergere le pulsioni omicide di Ida, la quale torna a ricevere il suo giovane amante Narciso, a cui è legata da un ambiguo rapporto tra la realtà e una malata immaginazione, per cui il finale è sospeso tra una allucinazione o un reale omicidio.

Mamma: piccole tragedie minimali (1986) è un monologo in quattro parti. La prima è intitolata Le fiabe e ha per protagonista una madre che racconta le storie di Catarinella e del Re dei piriti. Seguono tre monologhi con tre mamme che non hanno rapporti con l’esterno, perché sono “ingabbiate” in un loro mondo. Ruccello, che è un grande conoscitore della psicologia femminile, traccia i profili psicologici di questo piccolo ma complesso universo femminile caratterizzato dall’humus sanguigno di tre microstorie nelle quali l’elemento tragico si fonde con un’amara ironia. Il primo monologo, Maria del Carmelo, è il racconto di una donna ospite di un manicomio, che è convinta di essere la Madonna. Nel secondo, Mal di denti, una mamma afflitta da forti dolori scopre nel giorno del Venerdì Santo che la figlia Adriana è incinta, per cui le sue parole sono divise tra rabbia e vergogna per dover scendere di un gradino sociale ed avere per genero il figlio di un operaio; questo violento scontro telefonico termina con il suicidio della figlia. Nel terzo monologo, La telefonata, una madre si preoccupa di quelli che per lei sono i grandi problemi dell’umanità: le telenovelas e il gossip.

Anna Cappelli (1986) è l’ultima opera teatrale di Annibale Ruccello scritta in forma di monologo per un interprete femminile. La storia, ambientata negli anni Sessanta, ha per protagonista una giovane donna scialba e ingenua, che si è trasferita a Latina per occupare un modesto impiego nella pubblica amministrazione, lasciandosi alle spalle dei genitori oppressivi, che la umiliano e vessano in favore delle sue sorelle. Costretta, per mancanza di denaro, a vivere nello squallido e maleodorante appartamento della signora Tavernini, che a sua volta la maltratta, sogna di avere finalmente un marito capace di darle un futuro roseo e una vita agiata. Incontra Tonino Scarpa, un ragioniere insipido ma benestante, che inizia a corteggiarla e che dopo sei mesi le propone di convivere more uxorio, ritenendo il matrimonio un’inutile convenzione borghese. Anna accetta e si trasferisce nella ricca casa dell’uomo nonostante le critiche della signora Tavernini, che giudica sconveniente la convivenza di una donna e un uomo senza essere sposati. Tonino impone alla donna di lasciare il lavoro e di non avere figli. Dopo due anni di vita in comune, Anna è diventata sempre più possessiva e cerca di imporre le proprie scelte a Tonino, per cui gestisce la casa a suo piacimento, ma l’uomo le annuncia di voler vendere l’appartamento per trasferirsi altrove senza di lei. A nulla valgono le proteste di Anna, perché l’uomo le ricorda che la loro convivenza si sarebbe proprio basata sul non porre vincoli tra loro. Allora Anna uccide Tonino, ne smembra il corpo con l’intenzione di mangiarlo, dare fuoco alla casa e suicidarsi. Al momento di scegliere quale parte del corpo divorare per prima, Anna si rende conto che non è in grado di prendere questa decisione, si accorge della gravità del delitto compiuto e invoca inutilmente il sostegno del suo amato Tonino, gettando un grido disperato: Aiutami!

Ferdinando. La trama del capolavoro di Ruccello

La commedia, scritta nel 1985, porta sulla scena una vicenda ambientata tra l’estate e l’autunno del 1870, nell’area vesuviana dove si trova la dimora di campagna della baronessa napoletana Donna Clotilde, che ha lasciato la città in segno di disprezzo verso il nuovo regno d’Italia. Costretta a letto, Donna Clotilde è assistita dalla cugina Gesualda, che le somministra i farmaci, la rimprovera per gli sgarri alimentari che si concede, ma nello stesso tempo deve subire i capricci della nobildonna. Frequenta assiduamente la casa don Catello, ambiguo sacerdote che ha una tresca con Gesualda. Il notaio Trinchera comunica l’avvenuta morte di una lontana cugina che aveva un figlio, il giovanissimo Ferdinando, il quale dovrà essere affidato alle cure di Clotilde, perché è l’unica parente rimasta. La baronessa rimane sconvolta, mentre Gesualda è eccitata dall’idea di avere un giovane in casa. Due giorni dopo arriva Ferdinando, un ragazzo bellissimo e gentile, che fa una buona impressione a Clotilde, tanto da metterlo subito in guardia da Gesualda e da don Catello, poiché la prima è la figlia di una prostituta ed è una bigotta incline al pettegolezzo, mentre l’altro è un uomo subdolo e livoroso, che ha avuto un equivoco legame col giovane cappellano Amedeo. Mentre si prepara per la notte, Clotilde si riappacifica con la cugina e si appresta a coricarsi, quando irrompe nella camera Ferdinando terrorizzato dal buio e dai fantasmi che, a suo dire, infestano la casa. Il giovane chiede di dormire nel letto della baronessa che rifiuta con sdegno, ma Ferdinando si mostra completamente nudo e il suo fascino efebico fa crollare le resistenze della donna.

Sono passati alcuni mesi e Gesualda chiede al parroco di essere confessata, ma il colloquio le serve per sfogare la sua rabbia: donna Clotilde ha infatti intrecciato una relazione sessuale con Ferdinando, che l’ha rinvigorita al punto tale da non giacere più a letto; inoltre Gesualda rinfaccia a don Catello la tenerezza che prova verso Ferdinando, perché ha sempre saputo che il sacerdote è omosessuale. Per entrambi la loro tresca ha sempre avuto lo scopo di godere del patrimonio di famiglia dopo la morte della cugina, ma è anche causata da una particolare perversione del sacerdote che trae un piacere sessuale dal sacrilegio. Da quando c’è il nuovo ospite, il prete non la cerca più, perché il giovane soddisfa tutti i suoi desideri. Ferdinando tenta di sedurre anche Gesualda, che prima si mostra riottosa, poi accetta di fare una passeggiata durante la quale i due consumano un rapporto sessuale. Quando donna Clotilde lo viene a sapere, ha una crisi di gelosia, ma Ferdinando la convince sulla necessità di un compromesso per occultare meglio la loro relazione. La baronessa prima accetta la situazione ma, quando Ferdinando e Gesualda si accingono a uscire per il loro solito rapporto sessuale, finge un malore e li costringe a rimanere a casa. Ferdinando la rimprovera, ma la nobildonna dichiara di amarlo e gli rivela che ha intenzione di nominarlo erede di tutti i suoi averi, compresa una misteriosa cassetta nascosta in un luogo segreto, che contiene il bottino di un furto commesso in gioventù. Gesualda, sconvolta dalla gelosia, rivela a Clotilde che Ferdinando ha una relazione anche con don Catello; inoltre insinua il sospetto che il giovane abbia rivelato il segreto della cassetta al sacerdote.

Per tutelare il loro segreto e non far scoppiare uno scandalo, le due donne decidono di eliminare don Catello che viene convocato nel palazzo. Clotilde gli dice di avere scoperto la sua relazione con Ferdinando e con Gesualda e di avere scritto all’arcivescovo, per cui molto presto sarà sospeso a divinis. Clotilde gli suggerisce di scrivere una lettera di pentimento in modo da salvare almeno la propria dignità e il sacerdote, pur disperato per doversi separare da Ferdinando, trascrive le parole che la baronessa gli detta. Gesualda gli offre un bicchiere di nocillo che è stato avvelenato, per cui don Catello poco dopo muore. Clotilde e Gesualda useranno la lettera appena scritta per giustificare quello che dovrà apparire un suicidio. Ferdinando accusa le donne di essere due assassine, quindi rivela di chiamarsi Filiberto e di essere il figlio del notaio Trinchera, il quale con una serie di maneggi si è impossessato di tutti i beni di Clotilde. Il vero Ferdinando è morto e il giovane, che era un suo amico e forse il suo amante, ne ha assunto l’identità. L’unica cosa che mancava per completare il bottino era la preziosa cassetta che Filiberto ora pretende di avere, pronto a ricattare la baronessa per l’omicidio di don Catello. Clotilde, ormai rassegnata, gli indica il nascondiglio della cassetta e, prima di recarsi a prenderla, il falso Ferdinando dà un sarcastico addio alle due donne. Clotilde dichiara a Gesualda di volersi rimettere a letto e stavolta per sempre: il ragazzo non portava nemmeno il nome del suo amato re, ma quello di un principe di Casa Savoia: “Ce pienze? …Nun se chiammava manco Ferdinando!”.

L’importanza di un’opera come “Ferdinando”

Capolavoro assoluto del teatro italiano del secondo Novecento, la commedia ruota intorno al personaggio di un giovane seduttore seriale, metà angelo e metà demonio, un portatore di dolore e di morte che ricorda l’Ospite del Teorema di Pasolini e il biondo Tadzio di Morte a Venezia di Thomas Mann. Nonostante i richiami a Verga, a De Roberto, al Gattopardo, non siamo di fronte a un dramma storico, ma a un’opera esistenziale e psicologica che scava nel profondo dei quattro personaggi collocati in un ambiente caratterizzato da un groviglio di passioni sessuali e d’interessi materiali, dove il trapasso dalla monarchia borbonica a quella sabauda fa solo da cornice.

“Non mi interessava minimamente – ha detto Ruccello – realizzare un dramma storico: accanto a questa lettura più palese e manifesta, prende corpo l’analisi e il tentativo fotografico di messa in evidenza dei rapporti affettivi intercorrenti fra quattro persone in isolamento coatto. Gli odi, i desideri, le bramosie sessuali, le vendette, le sopraffazioni, le tenerezze, gli abbandoni, fra quattro personaggi, tutti perduti, dannati da una storia diversa per ognuno, ma sempre inclemente e perfida. La forma utilizzata per narrare queste intenzioni è inizialmente quella del vecchio romanzo realista che lentamente si degrada in romanzo d’appendice, se non in romanzo vero. E questo degradarsi della forma narrativa va di pari passo con il degradarsi della vicenda e dei personaggi”.

Donna Clotilde è una persona malata più nell’anima che nel corpo, che nasconde una passione repressa: “una donna non più giovane le cui forme opulente si disegnano sotto le coltri con quella languidezza di chi è uso trascorrere nel letto gran parte della propria esistenza”. Gesualda è la parente povera segnata nel corpo e nell’anima da uno zitellaggio isterico, legata alla zia da un rapporto di dominazione-sublimazione, che cova repentini cambi d’umore e reprime l’esplosione del desiderio sessuale, una giovane avvizzita e frustrata che trova consolazione nell’unico uomo a disposizione. Sono due donne condannate all’isolamento, chiuse in uno spazio di vita che rinnega il passato e che si preclude un futuro per vivere in un presente senza speranze. Don Catello è un uomo meschino e avido di denaro, un prete sempre disponibile a compiere qualsiasi tipo di profanazione; in bilico tra omosessualità ed eterosessualità, è coinvolto in una serie di passioni, peccati, confessioni, gelosie e ricatti, che lo porteranno a essere ucciso da una coppia di streghe-assassine. Ferdinando porta lo scompiglio con la sua bellezza e ambiguità; rappresenta il sesso e il demonio: bello come un San Sebastiano, possente come l’Arcangelo San Michele, affascina e sottomette gli altri personaggi con la sua sessualità che non conosce né pudori, né scrupoli morali.

Negli anni Ottanta si afferma anche in Italia quel Teatro della malattia che affonda in particolare le sue radici nelle opere di Harold Pinter e Jean Genet caratterizzate da un’angosciosa visione del mondo, dalla dissoluzione dell’individuo, da una umanità priva di salvezza, perché avviata verso una catastrofe. Questo teatro si sviluppa a Napoli, una città che vanta un’antica e nobile tradizione teatrale, soprattutto con autori come Annibale Ruccello, Manlio Santanelli ed Enzo Moscato, con opere fondate su alcuni archetipi fondamentali (la Grande Madre, l’Androgino, il Cibo), sul conflitto Sacro/Profano che richiama la magia, la superstizione e la religione, sul “mascheramento” e la “trasfigurazione” che arrivano fino al delitto, sulla esaltazione di determinati elementi come il sangue e il veleno in testi che sono solitamente incentrati su una figura femminile a volte portatrice di follia, oppure espressione di un pericoloso matriarcato.

Soprattutto le opere di Annibale Ruccello rappresentano una innovazione drammaturgica perché, pur essendo legate alla tradizione per quanto riguarda lo sviluppo della vicenda, i dialoghi, lo spessore psicologico dei personaggi, si fondano sulla investigazione della vita quotidiana caratterizzata da un’angoscia metropolitana, dall’analisi di una “normalità” dietro la quale si annidano la devianza e la diversità, sulla figura del femminiello che diventa la rappresentazione di una mutazione non solo sociologica ma anche antropologica, causata da alterazioni del corpo e della mente. Il punto di massimo rilievo di questo percorso teatrale è raggiunto con Ferdinando, un’opera dalla grande intensità drammaturgica, fondata su una storia e un intreccio costruiti saldamente, nella quale saltano tutti gli equilibri tra ciò che è lecito e illecito per lasciare spazio alla depravazione sessuale e al delitto. Si tratta di un grande esempio di “teatro della parola” che trova la propria efficacia nei monologhi, nei dialoghi serratissimi, nella presenza carnale dei personaggi, nello stretto rapporto fra testo e rappresentazione, con il risultato di avere di fronte un corpo teatrale che sprigiona una notevole seduzione, perché è capace di mostrare il dolore di vivere e la decadenza di una civiltà, il degrado di una società dove il delirio dei sensi si fonde con la voracità “vampiresca” per le ricchezze materiali, un mondo abitato da esseri umani in preda alla follia, ossessionati da manie omicide e dal ribollire di passioni represse, vittime della solitudine e dell’angoscia che si trasformano in mostri e in assassini.

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