Una grande Emma Dante con il suo “Macbeth” illumina lo Sferisterio di Macerata


di Alberto Pellegrino

5 Ago 2025 - Commenti classica

Successo per l’opera “Macbeth” di Verdi ripresa dell’edizione messa in scena dalla grande regista Emma Dante. Molto bene la direzione musicale, gli interpreti e tutti i reparti coinvolti.

(Foto di Luna Simoncini)

Il Macbeth verdiano con la messa in scena di Emma Dante ha senz’altro innalzato il tono di questa edizione 2025 di Macerata Opera Festival con un progetto contrassegnato dalla mancanza di nuovi allestimenti, mentre un festival internazionale dovrebbe mettere in cartellone una messa in scena concepita nel segno della ricerca e della innovazione. L’unica eccezione è rappresentata da questa Vedova Allegra, reginetta assoluta del genere operettistico che si spera sia stata portata sul prestigioso palco dello Sferisterio con una rigorosa lettura filologica sia del libretto, sia dello spartito.

I caratteri dell’opera verdiana

L’affascinante messa in scena del Macbeth verdiano, progettata da Emma Dante che è una grande regista teatrale e notevole drammaturga, colpisce lo spettatore per una concezione del teatro in musica veramente innovativa pur nel rigoroso rispetto sia del libretto di Piave e dello spartito verdiano, sia del dramma scespiriano, in uno straordinario connubio di razionalità e fantasia.

Macbeth è la prima opera nella quale Giuseppe Verdi si confronta con il teatro del suo “amato” Shakespeare, che ha conosciuto attraverso le traduzioni di Andrea Maffei. L’opera, che ha debuttato nel 1847 nel Teatro della Pergola di Firenze, è nata in un particolare clima politico e, con qualche forzatura, può essere fatta rientrare tra quelle opere verdiane etichettate come “risorgimentali”. Basti pensare a come gli spettatori di quell’epoca storica abbastanza “calda” devono avere accolto i cori Patria oppressa e La patria tradita; quanto abbiano avvertito come uno dei filoni presenti nella trama sia stata la lotta contro il tiranno vista non è solo come desiderio di vendetta, ma anche anelito alla libertà della patria. Caduta quasi nel dimenticatoio per tutto il primo Novecento, l’opera è stata poi riportata alla luce nel 1952 con una magistrale interpretazione di Maria Callas e da allora è entrata a far stabilmente parte del repertorio verdiano.

Con Macbeth ci troviamo di fronte a un Verdi più nobile e poetico rispetto alle opere precedenti, perché è lo stesso compositore a considerare “questa tragedia … una delle più grandi creazioni umane!”.  È un Verdi che si prepara ad indossare le vesti di coraggioso innovatore, che è attratto dalla complessa personalità di una terribile coppia di amanti che diventano per lui l’emblema della lotta tra il Bene e il Male, che sono il baricentro di una perfidia intorno alla quale esploderanno conflitti interiori destinati a sfociare nella violenza più sanguinaria.

Verdi, con il suo straordinario senso del teatro, decide di affidarsi a Francesco Maria Piave, il suo librettista di fiducia, dal quale pretende la maggiore fedeltà possibile al testo scespiriano, anche se saranno necessari tagli e adattamenti resi irrinunciabili dalla necessità di adeguare azioni e personaggi alle esigenze musicali e canore del melodramma.

Da un complesso e tormentato lavoro tra compositore e librettista (con la supervisione di uno “specialista” come Andrea Maffei) prende forma questo Macbeth che precede la grande stagione verdiana e che presenta già delle interessanti novità: l’assenza del tradizionale tema amoroso; l’introduzione nel melodramma del “soprannaturale” e del “magico” con le apparizioni di streghe e di fantasmi; l’affidamento del ruolo di protagonista al baritono e non al tenore, voce “romantica” per eccellenza; una persistente atmosfera di tenebre dove il “nero” della notte si mescola al “rosso”  del sangue. Verdi ha inoltre voluto dare grande risalto musicale e scenico alle streghe, trasferendo il ruolo delle tre Sorelle fatali (tipiche della tradizione nordica e greco-romana) ad un coro di Parche indemoniate, viste comegli strumenti del Fato che diventano artefici del destino di Macbeth e che, nelle vesti di sprezzanti ingannatrici, lo trascineranno nel pelago insanguinato del Potere fino alla totale rovina e alla resa dei conti. Si arriva infine alla rappresentazione scenica della pazzia. Nel 1835 due grandi compositori come Bellini e Donizetti avevano portato sulla scena la malattia mentale con la creazione di due celebri scene di una follia legata a una dolorosa delusione d’amore. Con notevole coraggio Verdi per la prima volta colloca in un melodramma ben due scene di follia, che non sono causate da un amore infelice, ma nascono nel segno del rimorso che perseguita Macbeth prendendo la forma del fantasma di Banco; dalla ossessione del sangue che tragicamente e in modo indelebile macchia le mani della regina.

Verdi e Piave passano dai cinque atti della tragedia ai quatto dell’opera e, di fronte alla folla di personaggi scespiriani, sono chiamati a fare delle scelte risolutive e decidono di dare il massimo risalto a due personaggi. Il primo è Macbeth, una figura complessa, perché rimane costantemente una belva assetata di sangue e di potere, ma pur sempre fragile, perché è un uomo tormentato dal dubbio, vittima di apparizioni ultraterrene, sconvolto da terrori notturni, continuamente forzato a sondare gli abissi della propria anima, sospinto da una infantile fiducia nel soprannaturale, segnato da un inconfessato bisogno di pietà anche quando decide di compiere i più efferati e sanguinari delitti.   

Lady Macbeth è un personaggio psicologicamente più ambiguo e sfaccettato: è un genio criminale; è più un demone che una donna; è l’istigatrice che spinge il marito alla conquista del potere a costo di compiere i più efferati delitti; appare come la partner perfetta per realizzare le ambizioni del marito. Eppure, nonostante sia una donna fredda e spietata, nasconde una debolezza interiore e un dolore che nasce dalla mancata accettazione del suo sterile grembo incapace di generare futuri sovrani. È un essere malvagio e nello stesso tempo fragile; è marcia dentro come un albero malato che nasconde il suo malessere nel profondo dell’inconscio fino a quando questo segreto tormento affiorerà in superfice per farla precipitare nella follia.

Alcuni passaggi nodali del progetto registico

In questa meravigliosa messa in scena teatrale, che a distanza di qualche anno non ha mostrato alcun segno di stanchezza o di cedimento, vi sono alcuni passaggi-chiave che meritano una particolare segnalazione:

  1. Lo spettacolo si apre con un convulso rito sabbatico a sfondo dichiaratamente sessuale celebrato da streghe e satiri.
  2. L’ingresso trionfale di un Macbeth vincitore in battaglia avviene in sella allo scheletro di un cavallo bianco, metaforico presagio del binomio potere-morte.
  3. Uno dei momenti più intensi dell’opera è costituito dalla suggestiva sequenza dell’uccisione di Duncan, seguita dall’elegante e drammatico rito funebre segnato da croci luminose e celebrato da un bravissimo mimo circondato da un gruppo di pie donne e di cavalieri con chiari riferimenti all’iconografia cristiana tre-quattrocentesca.
  4. Va colto l’uso molteplice di lucenti spade, a volte viste come realistici strumenti di lotta e di morte, a volte come simbolici richiami alla Croce ma sempre presenti nei passaggi cruciali dell’opera.
  5. La festa regale tragico connubio di allegria e follia con l’impiego di sedie metalliche di varia grandezza per la costruzione scalare della tribune per i cortigiani, poi trasformate in un gigantesco trono sul quale Macbeth è sconvolto e travolto dalla visione del fantasma di Banco sotto il segno di un rosso violento indossato dai due sovrani.
  6. Suggestiva è l’apparizione di Lady Macbeth che, spada in pugno, in sella al cavallo-scheletro sta a indicare la vera ispiratrice del potere in una scena dominata da cupe atmosfere notturne.
  7. Il secondo sabba durante il quale streghe dal ventre pregno partoriscono entro bollenti calderoni i futuri abitatori di questo magico mondo esoterico.
  8. La scena della follia celebrata tra una danza di simboli insanguinati che circondano la regina.

Il M° Fabrizio Maria Carminati ha diretto con mano sicura l’Orchestra Filarmonica Marchigiana e gli interpreti a cominciare dal coreano Leon Kim (nella rappresentazione del 1° agosto ha sostituito Franco Vassallo), un giovane baritono emergente che sta riscuotendo grandi consensi, che ha vinto numerosi premi nazionali e internazionali e che ha già debuttato nel Macbeth messo in scena nel 2023 dal Teatro Verdi di Trieste. Kim ha messo in evidenza buone capacità recitative ed ha interpretato questo difficile ruolo con una voce di notevole volume e contrassegnata da un colore interessante. Il soprano marchigiano Marta Torbidoni ha ormai raggiunto una piena maturità vocale che si aggiunge alle sue indubbie qualità interpretative, che ormai le consentono di dare vita a qualsiasi personaggio. Anche nell’impegnativo e difficile ruolo di Lady Macbeth la Torbidoni ha riempito la scena e ha fatto ricorso alla sua grande tecnica vocale per superare quei passaggi dell’opera che richiedono all’interprete di “scendere” nelle tonalità più basse. Notevole la qualità e l’impegno profuso nelle romanze “Nel dì della vittoria”, “La luce langue”, “Una macchia è qui tuttora”.

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