Un grande Lavia si confronta con Pirandello


Alberto Pellegrino

23 Apr 2013 - Commenti teatro

Teatro: Recensioni

Gabriele LaviaRecanati (MC) 19 aprile 2013. Gabriele Lavia sceglie in questo caso di portare sulla scena non un testo teatrale di Pirandello ma una novella del 1912 intitolata La trappola che rappresenta un lungo monologo di natura prevalentemente filosofica sull’essenza stessa della vita che risulta artificiosa come la luce artificiale di una candela, sul rapporto tra la realtà e la rappresentazione dell’io, sulla dicotomia tra una realtà che tende a consolidarsi in una forma immobile e costante e la vita stessa che è flusso continuo, incandescente e indistinto . Il discorso continua sulla trappola della morte che ci afferra fin dal momento della nascita, sulla trappola del tempo che imprigiona l’individuo in uno spazio predeterminato e non in un altro dove vorrebbe vivere, sulla trappola delle illusioni che noi morti d’ogni tempo ci fabbrichiamo con quel po’ di movimento e di calore chiuso in noi , sulla trappola di dare la vita ad altri esseri umani che sono già morti al loro apparire sulla scena del mondo, sulla trappola rappresentata dalle donne e dall’amore.
Lavia, con un ottimo lavoro di drammaturgia, ha portato sulla scena il dibattersi dello spirito all’interno di queste trappole in uno spettacolo che lo impegna per circa 90 minuti a confrontarsi con se stesso e a dialogare con il pubblico nel tentativo di districarsi dalla aggrovigliata matassa del relativismo, delle convenzioni sociali, dei legami familiari rappresentati dal vecchio padre ridotto a uno stato semivegetale e che manifesta la sua residua umanità solo attraverso il pianto.
Il protagonista, che vive alla luce di una candela perchè nel buio la verità si scopre più profonda , si aggira nei claustrofobici meandri del suo studio fra scaffali pieni di libri, armadi, specchi, vecchie poltrone e un divano (la scena è di Alessandro Camera); è ossessionato da improvvisi rumori, dalla presenza-non presenza del padre, dall’onda costante dei ricordi, da una feroce misoginia (un ricorrente odio tutte le femmine ), da una costante e angosciosa solitudine che egli cerca di esorcizzare con i suoi ragionamenti, arrivando a citare Schopenhauer e Nietzsche.
L’esistenza di quest’uomo appare in tutta la sua terribile drammaticità , tormentato dall’idea della morte, dalle maschere che la società impone all’individuo di indossare, dal dissidio tra la forma e la trappola dell’esistenza ( La vita è il vento, la vita è il mare, la vita è il fuoco, non la terra che s’incrosta e assume forma ). Infine nella quotidianità del protagonista ecco irrompere la donna-trappola sotto le sembianze di una bella vicina di casa che lo seduce, che lo spinge nella trappola della riproduzione per sopperire all’incapacità di un marito impotente, che poi lo abbandona e lo fa di nuovo precipitare nella propria disperazione, spingendo lui e il padre verso una tragica conclusione. Lavia è un interprete semplicemente straordinario per varietà di toni e di registri, per intensità di sentimenti, per la stessa fisicità con cui entra nel personaggio, ben coadiuvato da Giovanna Guida nel sua breve ma significativa apparizione di donna vampiro .
Belle e suggestive luci di Giovanni Santolamazza, eleganti i costumi di Andrea Viotti.

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