“Un giorno qualunque” di Carlo Pedini


Vincenzo Pasquali

13 Lug 2000 - Commenti classica

L'ottavo festival dell'Opera Lirica, organizzato dall'Accademia d'Arte Lirica e dall'assessorato attività culturali del Comune di Osimo, è approdato al Teatro La Nuova Fenice di Osimo che recentemente restaurato, dopo dodici anni di lavori, si aggiunge al cospicuo numero di teatri storici delle Marche che hanno riaperto i battenti. Dopo i concerti del Giubileo che dall'inizio di Giugno si sono svolti a Osimo, a Fermo, a San Benedetto del Tronto e ad Ancona, nel teatro suddetto sono andate in scena, a partire dal 23 giugno due opere brevi, introdotte, nei giorni precedenti, presso la sala Bocchetti, dalla conversazione con Sergio Segalini (Direttore Artistico) e Carlo Pedini: “Rita” di Gaetano Donizetti e “Un giorno qualunque” di Carlo Pedini. Si è trattato di un dittico di grande interesse, in coproduzione con il Festival Valle d'Itria di Martina Franca. “Rita ou Le mari battu” è stata rappresentata per la prima volta in Italia nell'edizione originale in francese. “Un giorno qualunque” di Carlo Pedini (che ha già presentato ad Osimo “Rabarbaro rababaro”) è stata una prima rappresentazione assoluta, su un tema difficile e coraggioso come l'handicap. Ci soffermeremo su quest'ultimo lavoro, anche per sottolineare positivamente il merito, per un teatro di provincia, di allestire un'opera contemporanea.

L'idea – ci dice l'autore, insieme a Venanzio Sorbini (Direttore Generale dell'Accademia e instancabile organizzatore) – risale al 1992, da un servizio televisivo sui problemi delle famiglie con figli handicappati e nasce dalla collaborazione con l'autore Gino Viziano (scomparso nel 1997). L'opera, completata nel 1998, rispetta le tre unità aristoteliche: inizia la mattina di un giorno qualunque per concludersi al tramonto. La protagonista è Irene, una giovane vedova che vive sola con la sua bambina, Alice, afflitta da un grave handicap: una vita di sacrificio la cui unica ragione è però proprio nell'affetto e nelle cure della piccola. Il mondo di Irene è così popolato da personaggi immaginari che come per magia entrano ed escono dalle pareti di casa: uno strano Geppetto che racconta la storia di un Pinocchio diverso e due fate allegre e spiritose. Irene è riportata alla realtà da altri personaggi: il Dottore che conferma il grave stato di salute della bambina; il fratello Giulio e la cognata Michelina che, pur mostrando ipocrite premure, vorrebbero spingere la donna a ricoverare la figlia in un istituto superando così tutti i problemi. Dal punto di vista musicale l'opera potrebbe essere definita una variazione su una successione di accordi minori: il lavoro segue, grosso modo, un arco ideale dove i blocchi musicali principali ritornano periodicamente secondo una disposizione simmetrica.

Lo spettacolo, iniziato con una sinfonia molto intensa, ha mantenuto costantemente un livello di ispirazione ragguardevole pur mostrando qualche cedimento a vantaggio della musica suonata. Dalle prime battute un certo sconcerto nella prosaicità del libretto si è trasformato in apprezzamento prima, riflessione poi, commozione da ultimo. Certo dalla visione è scaturita una considerazione artistica altamente umana e spirituale dove il privato è assurto a universale “pietas”. La musica ha ben sottolineato, con i ricorrenti crescendo gli spasmi dell'anima di una madre sofferente e di una donna agli antipodi dei modelli ricorrenti. Il problema più evidente è stato l'aver affidato la parte da protagonista (in un'opera quasi monologica) a un soprano, per una partitura prevalentemente scritta su un registro da mezzo soprano. Lei Ma (che affrontava per la prima volta la prova del palcoscenico) è stata splendida attrice, dalla bellissima voce (sentiremo parlare di lei), sensibilità matura e grande modestia, si è calata nel personaggio con disinvoltura (nonostante la evidente emozione iniziale); ha calamitato su di sè l'attenzione del pubblico che le ha tributato lunghi applausi, Bene gli altri giovani interpreti, i migliori allievi dell'Accademia Lirica di Osimo, anche loro debuttanti: Hyun-Dong-Kim, Sea-Won Lee, Daniela Diakova, Zornitza Goranova, Chrystelle Di Marco. L'Orchestra Internazionale d'Italia, ben diretta da Diego Dini Ciacci, si è comportata al meglio. La regia è stata affidata a Clarizio Di Ciaula, regista teatrale (recente il suo successo con Giulietta e Romeo di Shakespeare) che affrontava per la prima volta il melodramma. Le scene, sobrie ma efficaci, erano di Raffaele Montesano e i costumi di Cristina Ortolani. Vincenzo Pasquali Articolo su Osimo 2000: “Rita” di Gaetano Donizetti di Vincenzo Pasquali Chiacchierando, dopo il doppio spettacolo, il gentilissimo direttore organizzativo Venanzio Sorbini ci dichiarava della grande importanza di questa ottava edizione del Festival dell'Opera Lirica di Osimo sia per la riapertura del Teatro La Nuova Fenice, dopo dodici anni di lavori per restauro, che per il rilancio della manifestazione che tradizionalmente conclude l'attività annuale didattica dell'Accademia Lirica di Osimo, internazionalmente conosciuta, con l'auspicio che questo diventi un momento culturale di incontro e di interesse per la comunità osimana e per l'intera regione che nel settore della lirica esprime già da tempo realtà di grandissimo livello. Ci riferiamo alla manifestazione che ha visto rappresentata per la prima volta in Italia, nell'edizione originale in francese, l'atto unico “Rita ou Le mari battu”. La farsa, nata in un momento d'ozio (composta nel 1840 ma rappresentata postuma all'Opèra Comique di Parigi nel 1860), anticipa un gusto per la parodia e la mescolanza degli stili che ha del profetico. La vicenda narra di una furba padroncina di una locanda svizzera (Rita), del suo sottomesso marito (Beppe) e di Gasparo, primo marito della donna, da lui picchiata nello stesso giorno delle nozze, ritenuto morto in un naufragio. Rita può ora, a sua volta, picchiare il malcapitato nuovo marito. Inaspettatamente torna Gasparo. Condannato a riprendersi la moglie, riesce a procurarsi il loro atto matrimoniale e, con soddisfazione di Rita, lo straccia. Gasparo riparte ma dopo aver dato suggerimenti a Beppe su come non farsi picchiare dalla sua metà . L'operina, che può essere considerata una sorta di cartone preparatorio per il “Don Pasquale” venne scritta d'impulso e in essa Donizetti tenta le vie della moderna sperimentazione, scatenando la propria ispirazione comica in un vortice ritmico frenetico e in pezzi d'assieme in cui la parola viene disarticolata, disgiunta in suoni senza senso, come nel surrealistico “Allegro io son” in cui il cantante imita il canto del fringuello. La rappresentazione osimana, ben caratterizzando l'allegro andirivieni dei personaggi con una scenografia (di Raffaele Montesano) tutta porte e scale, semplice ma efficacissima rappresentazione spaziale dei giochi di ruolo, ha divertito il pubblico presente, nonostante il francese e la mancanza di arie celebri. Molto bene la regia, tradizionale, di Clarizio Di Ciaula. Bene anche la recitazione dei giovani protagonisti (per la prima volta sul palcoscenico), allievi dell'Accademia Lirica di Osimo: Rebekah De Broglie (Rita), sufficientemente disinvolta sul palco, voce sicura, piuttosto robusta e duttile; il bravo Giacomo Rocchetti (Gasparo) e Se-Jin Hwang (divertentissimo Beppe). I costumi erano di Cristina Ortolani. Bene l'Orchestra Internazionale d'Italia diretta da Diego Dini Ciacci. Da lodare l'iniziativa di unire didattica e spettacolo: rare sono le occasioni, in Italia, per i giovani cantanti, di avere luoghi e situazioni tutti per loro, non in contesti marginali, pseudosaggistici ma all'interno di rassegne e festival veri. Dopo l'esempio di Spoleto, per le Marche, Osimo ha saputo ricavarsi una nicchia speciale che avrà sicuramente uno splendido futuro.

(Vincenzo Pasquali )


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