“Turandot e l’Oriente fantastico di Puccini, Chini e Caramba” in mostra a Prato


di Alberto Pellegrino

8 Giu 2021 - Altre Arti e Festival

Il 22 maggio è stata inaugurata a Prato la mostra “Turandot e l’Oriente fantastico di Puccini, Chini e Caramba” e resterà aperta fino al 21 novembre 2021. L’iniziativa è il risultato della ricerca del “Museo del Tessuto” di Prato.

La Fondazione Museo del Tessuto di Prato e il Sistema Museale di Ateneo dell’Università degli Studi di Firenze hanno allestito la mostra Turandot e l’Oriente fantastico di Puccini, Chini e Caramba, che è stata inaugurata il 22 maggio e resterà aperta fino al 21 novembre 2021. Questa interessante iniziativa culturale è il risultato di un lungo e accurato lavoro di ricerca compiuto dal “Museo del Tessuto” dopo il ritrovamento di due costumi e due gioielli di scena provenienti dal guardaroba privato del grande soprano pratese Iva Pacetti, che sono stati disegnati e usati nella prima rappresentazione della Turandot di Puccini, andata in scena nel Teatro alla Scala il 25 aprile 1926 con la direzione del Maestro Arturo Toscanini.

Si tratta di una esposizione multidisciplinare progettata per mettere a disposizione del pubblico e degli storici dello spettacolo un materiale inedito e suggestivo secondo una visione di ampio respiro finalizzata alla ricostruzione delle vicende e del climax culturale che hanno indotto il grande compositore toscano a scegliere per la realizzazione delle scenografie della sua ultima opera un artista amico come Galileo Chini. La messinscena della Turandot si suddivide in tre stesure: una iniziale del 1923, eseguita nel rispetto delle esigenze strutturali del palcoscenico; una intermedia disegnata a lapis e inchiostro; una definitiva che attualmente si conserva nel Museo della Scala. Di questi tre nuclei scenografici il più noto è senza dubbio il primo soprattutto per l’originalità delle immagini che hanno un fascino pittorico e una tensione inventiva superiore alle altre due. I quadri, realizzati da Chini, hanno un particolare rilievo non solo per la qualità pittorica ma per un elemento visionario pienamente in sintonia con il clima teatrale dell’opera. L’intero ciclo di studi per la realizzazione di questa Turandot appare sicuramente il più complesso dell’ultimo ventennio di attività di Galileo Chini (Firenze 1873-1956) che, come pittore, decoratore, grafico e ceramista, deve essere considerato uno dei più grandi interpreti del Liberty italiano. Egli scopre il teatro abbastanza tardi grazie all’amicizia con il drammaturgo Sem Benelli, del quale cura dal 1908 in poi tutte le scenografie a cominciare dalla celebre Cena delle beffe. Nel 1917 inizia il suo sodalizio artistico con Puccini e, come scenografo, introduce lo stile liberty nella tradizione ottocentesca dell’opera lirica.

(Foto di Marco Badiani)

La progettazione della mostra

Dopo il ritrovamento dei costumi e dei gioielli di scena della Pacetti, si è cominciato a progettare una mostra in grado di ripercorrere la genesi complessiva dell’opera e il sodalizio artistico tra Giacomo Puccini e  Galileo Chini, espressamente incaricato dal compositore per l’ideazione e la realizzazione delle scenografie della sua Turandot, per la quale era necessario ricreare, secondo il Maestro, le atmosfere orientali di una ambientazione collocata  all’interno del Palazzo Imperiale abitato dalla Principessa cinese. Per questo Puccini vuole al suo fianco uno scenografo che conosca in modo approfondito l’Oriente, avendo vissuto e lavorato in Siam (Thailandia) dal 1911 al 1913 per realizzare la decorazione del Palazzo del Trono del Re Rama VI. Da questo soggiorno Chini torna non solo affascinato da quel mondo, ma con una collezione di centinaia di manufatti artistici di produzione cinese, giapponese e siamese che hanno finito per influenzare la sua produzione artistica e in particolare la genesi figurativa delle scenografie per la Turandot.

Per meglio documentare questo rapporto tra l’opera pucciniana e Chini, la mostra è stata arricchita dal materiale messo a disposizione dal Museo di Antropologia e Etnologia del Sistema Museale dell’Ateneo fiorentino, nel quale viene conservata una collezione di oltre 600 cimeli orientali riportati in Italia nel 1913 da Galileo Chini al rientro Italia e donati nel 1950 al Museo fiorentino. Altro prezioso materiale, sempre riguardante l’allestimento della Turandot, è stato esposto grazie al contributo dell’Archivio Storico Ricordi, del Museo Teatrale alla Scala e dell’Archivio Storico Documentale del Teatro alla Scala, delle Gallerie degli Uffizi e Galleria d’Arte Moderna di Palazzo Pitti, della Fondazione Giacomo Puccini di Lucca, della sartoria Devalle di Torino, dell’Archivio Corbella di Milano, della Società Belle Arti di Viareggio e di numerosi collezionisti privati.

Un soprano pratese protagonista della mostra

Le prime ricerche hanno avuto inizio nel 2018, quando il Museo del Tessuto ha deciso di acquisire un baule contenente del materiale eterogeneo proveniente dal guardaroba del soprano pratese Iva Pacetti (1898-1981). Attraverso gli studi condotti dalla conservatrice del Museo, Daniela Degl’Innocenti, è stato possibile riconoscere che due costumi e due gioielli di scena appartenevano a quelli disegnati e realizzati dal costumista del Teatro alla Scala Luigi Sapelli (Caramba) per la prima dell’opera ed erano stati indossati da Rosa Raisa, il primo soprano chiamato a interpretare il ruolo della “Principessa di gelo”. I reperti, rinvenuti in un pessimo stato di conservazione, sono stati sottoposti a importanti e complessi interventi di restauro da parte del Consorzio Tela di Penelope di Prato per quanto riguarda i costumi, mentre i gioielli sono stati affidati alle cure di Elena Della Schiava, Tommaso Pestelli e Filippo Tattini che li hanno riportati al loro originario splendore.  Per questo prezioso ritrovamento, gli organizzatori hanno ritenuto doveroso dedicare al soprano Iva Pacetti una sezione espositiva multimediale per ricordare la sua carriera di artista talentuosa e di successo. Il suo debutto sulle scene risale al febbraio 1920 nel Teatro Metastasio di Prato, interpretando il ruolo di Aida nell’opera di Giuseppe Verdi. La sua facilità di apprendere e la sua voce perfetta le consentono di studiare e mettere in repertorio oltre sessanta opere che vanno da Monteverdi e Cherubini fino ai contemporanei. Il soprano, nel corso della sua carriera, si è particolarmente distinta nel personaggio della “Principessa di gelo”. A quasi un mese di distanza dalla prima assoluta di Milano, la Turandot viene rappresentata nel Teatro Costanzi di Roma a partire dal 21 maggio 1926. Iva Pacetti è scritturata come secondo soprano per la parte della protagonista che ha modo d’interpretare dopo le otto repliche eseguite dal soprano Bianca Scacciati. Sull’onda del successo riportato con la prima recita romana di Turandot, la Pacetti ricopre il ruolo di protagonista a Napoli, Barcellona, Firenze, Palermo, Milano, Ferrara, Genova, Bari, Roma e Prato. Per la sua carriera risultano particolarmente importanti gli allestimenti dell’opera pucciniana del 9 agosto 1938 alle Terme di Caracalla di Roma e al Teatro alla Scala nel 1939, anno che segna il suo debutto nel tempio milanese della lirica. L’ultima interpretazione nel ruolo della principessa cinese risale invece al 18 gennaio 1947 al Teatro dell’Opera di Roma, dopo la quale il soprano decide di lasciare definitivamente le scene. Con molta probabilità Iva Pacetti è venuta in possesso dei costumi e dei gioielli realizzati da Caramba in occasione della sua prima performance milanese del 1939. È possibile che li abbia ricevuti in dono o li abbia acquistati per il personale “guardaroba d’artista”, come spesso erano soliti fare i cantanti lirici. Sicuramente nel 1942 la Pacetti è già in possesso degli abiti e delle gioie, come testimonia l’immagine che la ritrae con il costume di Turandot nella rappresentazione nel Teatro Politeama Banchini di Prato.

Il percorso espositivo

Il percorso espositivo della mostra – che occupa complessivamente circa 1.000 metri quadri – ha inizio nella Sala dei Tessuti Antichi con una selezione di circa 120 oggetti della collezione Chini, proveniente dal Museo di Antropologia e Etnologia di Firenze. Molti di questi manufatti non sono mai stati esposti al pubblico, per cui questa iniziativa rappresenta l’occasione per far conoscere e valorizzare una delle collezioni più preziose e interessanti del Sistema Museale dell’Università di Firenze. Si tratta di tessuti, costumi, maschere teatrali, porcellane, strumenti musicali, sculture, armi e manufatti d’uso di produzione thailandese e cinese, che sono stati suddivisi per ambiti tipologici all’interno di grandi teche espositive.   

Il percorso prosegue al piano superiore con una sezione dedicata alle scenografie per la Turandot, le quali dimostrano il forte influsso che ha avuto l’esperienza vissuta in Siam sull’evoluzione creativa e stilistica delle opere di Chini.  Accanto a dipinti provenienti da collezioni private, sono esposti molti reperti inediti come una tradizionale piroga monoposto usata per solcare le acque del fiume Menam, conservata nella casa del Lido di Camaiore e utilizzata da Chini durante le sue vacanze in Versilia. Si possono poi ammirare la tela raffigurante La fede, che ha parte del trittico “La casa di Gothamo” di proprietà della Galleria d’Arte Moderna di Palazzo Pitti; la grande tela dove è rappresentata la Festa dell’ultimo dell’anno a Bangkok, anch’essa appartenente alla Galleria; una bellissima testa di dragone della Collezione Chini.

In questa sala sono esposti anche i cinque bozzetti finali delle scenografie della Turandot provenienti dall’Archivio Storico Ricordi di Milano e altre due versioni di proprietà privata. Da segnalare il Vasto piazzale della reggia nel quale è stata ambientata la scena dei tre enigmi, una delle più famose della Turandot. Chini ha rappresentato in tutto il suo sfarzo la reggia della principessa, appagando le aspettative di Puccini e nella prima versione di questa scenografia sono ancora visibili i segni a matita fatti dal Maestro per modificare la parte superiore della scalinata.

La terza e ultima sala riunisce, dopo decenni di oblio, gli straordinari costumi della prima scaligera di Turandot: accanto a quelli della protagonista di proprietà del Museo – collocati su una grande pedana rialzata –  per la prima volta sono riuniti in un’affascinante parata i costumi ideati e realizzati nel 1926 da Luigi Sapelli in arte Caramba, che deve essere considerato il primo vero costumista del Novecento e che, per oltre vent’anni, ha firmato gli spettacoli in cartellone al Teatro alla Scala.

Agli abiti di Caramba sono stati aggiunti trenta meravigliosi costumi provenienti dall’archivio della Sartoria Devalle di Torino, riguardanti i ruoli primari e comprimari dell’Imperatore, di Calaf, Ping, Pong e Pang, del Mandarino, nonché gli abiti per i ruoli secondari di Sacerdoti, Ancelle, Guardie e personaggi del Popolo. Si tratta di costumi originali realizzati sempre per la prima rappresentazione dell’opera, anch’essi inizialmente scomparsi ma poi ritrovati a metà degli anni Settanta, per cui sono entrati a far parte dell’eccezionale archivio storico della sartoria torinese. In mostra vi sono inoltre alcuni bozzetti originali dei costumi dell’opera realizzati dal celebre illustratore Filippo Brunelleschi, un artista che inizialmente era stato incaricato da Puccini; è anche esposto il manifesto originale della prima dell’opera e la riduzione per canto e piano edita da Casa Ricordi e illustrata con la figura di Turandot creata dal grande disegnatore Leopoldo Metlicovitz, che ha creato una delle immagini più iconiche del melodramma italiano.

Il primo costume di Turandot, appartenente alla Pacetti, è stato ideato per il Primo Atto e si presenta come una sopravveste, essendo privo del capo sottostante; ha una foggia a kimono dalle ampie aperture ed è riccamente decorato da pizzo in rayon e filato metallico, con una decorazione a motivi vegetali. Ad esso si associa la parrucca realizzata con capelli veri dalla ditta Rodolfo Biffi, fornitrice ufficiale del Teatro alla Scala, arricchita con gli ornamenti destinati a rendere più affascinante il capo della principessa. Di questo costume non si sono trovare per ora testimonianze fotografiche, probabilmente perché nel primo atto la protagonista svolge soltanto una performance gestuale, scenica e iconica e non canora. Tuttavia le ricerche, condotte dal Museo del Tessuto, hanno permesso d’identificare l’abito con quello descritto al n. 481 nel documento inventariale della Sartoria della Scala, che descrive il primo della serie di tre abiti del personaggio di Turandot.

Il secondo costume, creato per il Secondo Atto, è confezionato con due diversi tessuti laminati e presenta una foggia a tunica con ampia scollatura semicircolare sul davanti e sul dietro, con un lungo strascico semicircolare. La paternità del costume è attestata dal figurino conservato presso il Museo Teatrale alla Scala, dalla sua collocazione negli inventari del Teatro (n. 482), dai numerosi riscontri resi possibili dalle fotografie originali delle scene, dai ritratti dei primi soprani che si sono succeduti nel ruolo della protagonista e che sono visibili in mostra. A questo costume si associa una fastosa corona eseguita dalla ditta Corbella di Milano, fornitrice ufficiale del Teatro alla Scala. Il gioiello in stile orientale rappresenta un capolavoro di oreficeria teatrale per la presenza di fiori e farfalle tremblant, perle pendenti, piume di struzzo, galloni arricchiti da frange con perline.  La corona è stata indossata dalle più celebri interpreti di Turandot: Rosa Raisa, Bianca Scacciati, Gina Cigna e Iva Pacetti. Questo gioiello è diventato il simbolo stesso della Principessa cinese, tanto che la Callas l’ha voluto indossare trent’anni più tardi, mentre Dolce & Gabbana l’hanno riproposto nella loro sfilata del 2019 ispirata all’opera pucciniana.

Il Passaporto Turandot

Il Museo del Tessuto ha riunito alcuni dei luoghi più suggestivi della Toscana, a vario titolo legati alle figure di Giacomo Puccini e di Galileo Chini, secondo un progetto parallelo alla mostra e denominato Passaporto Turandot, con lo scopo di promuovere la ripresa della cultura e del turismo di prossimità. In una piccola e agile guida cartacea sono presentati il Puccini Museum di Lucca, la Casa natale del compositore, la Villa Museo di Torre del Lago, il Montecatini Terme Contemporary Art, un esempio tangibile dell’opera di Galileo Chini che ha realizzato sia le splendide vetrate delle Terme, sia la decorazione delle volte e dei velari nel Municipio. Infine, sarà possibile visitare il Chini Museo di Borgo San Lorenzo con i capolavori in ceramica e altre opere del poliedrico artista. Con il Passaporto Turandot, appositamente timbrato all’ingresso delle strutture segnalate, il visitatore potrà usufruire di particolari agevolazioni.

INFORMAZIONI

  • Orario: martedì – giovedì: 10 – 15; venerdì e sabato: 10 – 19; domenica: 15 – 19; lunedì chiuso
  • Museo del Tessuto, Via Puccetti 3 – 59100 Prato (PO); Tel. +39 0574.611503; info@museodeltessuto.it
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