“Tredici canzoni urgenti” di Vinicio Capossela


di Alberto Pellegrino

12 Set 2023 - Dischi

Presentiamo la recensione dell’album di Vinicio Capossela “Tredici canzoni urgenti”, disco nel segno dell’impegno sociale e politico.

L’ultimo disco di Vinicio Capossela comprende “Tredici canzoni urgenti”, composte sotto la spinta di dover raccontare qualcosa d’importante fondendo insieme citazioni colte (Ariosto e Brecht) con la maggiore semplicità comunicativa. Sono nate così queste canzoni, nelle quali si parla di guerra, violenza, bambini, carceri, partigiani, maleducazione, inazione e soprattutto del disimpegno oggi fortemente di moda. Capossela non rinuncia a quello che una volta si chiamava “impegno politico” e continua a credere in quelle idee che fondano una comunità e che conferiscono un senso di appartenenza: “Viviamo disgregati, ognuno è lasciato alla propria vita e alla propria apocalisse, e questo aumenta un senso di fatalismo, disimpegno, indifferenza. La politica ha smesso di fornire visioni, idee di avvenire e divenire: si limita a occuparsi dell’individuo, lo lascia solo e in fondo lo esorta a occuparsi soltanto del suo piccolo campo d’azione. Lo relega, lo separa…L’urgenza nasce dal pericolo, che può terrorizzarci e paralizzarci, oppure obbligarci a cambiate tutto e capire quali sono le cose veramente importanti e metterle in salvo…Se avveleniamo il posto in cui siamo, moriremo, eppure fatichiamo a unirci per smettere di farlo. Ne discutiamo sul divano. Ci infervoriamo davanti alla tv…Le nostre indignazioni durano lo spazio di un talk show. Se ai tempi di Gramsci l’intellettuale poteva definirsi organico alla sua classe, ora l’organicità è scomparsa: siamo diventati dei fossili”. Eppure, per Capossela l’essere umano continua nonostante tutto a rappresentare il più grande patrimonio dell’umanità: “È la creatura più smisurata che abita questo pineta. La sola che ha tra le sue possibilità di azione sia il bene sia il male, e che si è dotata sia di strumenti tecnici per esercitare la violenza contro la propria specie sia di attrezzature per salvarla a scapito delle altre…L’istinto naturale esiste e la cultura può arginarlo. Ultimamente premiamo parecchio sugli istinti, perché questo richiede meno lavoro, e lo facciamo passare per un servizio all’autenticità, quando è solo superficialità… Esiste la natura. La cultura può arginarla o generare una cultura della guerra. Mi sembra che abbiamo sotto gli occhi la seconda opzione”.

La pace al posto della guerra

Capossela affronta il tema della guerra con la canzone La crociata dei bambini, una leggenda medioevale di due bambini che, partendo dalla Francia e dalla Germania, raccolgono altri ragazzi fino a diventare qualche migliaio: vogliono liberare il Santo Sepolcro a Gerusalemme e arrivano a Genova, pensando che il mare si sarebbe aperto dinanzi a loro. Invece vengono caricati su delle navi, alcuni muoiono in un naufragio, altri sono venduti in Africa come schiavi. Nel 1942 Bertolt Brecht dedica a loro una ballata ambientandola nella Polonia del 1939 invasa dai nazisti: mentre si consuma il massacro di un popolo, cinquantacinque bambini cercano di sfuggire agli orrori e alle violenze della guerra per sparire invece in una tormenta di neve. “Se chiudo gli occhi li vedo – dice Brecht – Lassù nelle nuvole, /vedo altri cortei, nuovi, grandi/Vanno a fatica contro i venti freddi, /I senza patria, i senza meta, /cercando una terra di pace, /senza il tuono, senza l’incendio, /come quella che lasciano”. Bisogna che i bambini possano fare i bambini e possano ballare il Cha Cha Chaf della pozzanghera, sguazzando nella pozzanghera della fantasia senza fare come gli adulti che, davanti alla tragedia della guerra, pensano alla politica e non alla vita.

Un’altra presenza brechtiana è avvertibile nella canzone La parte del torto che riecheggia un celebre aforisma del grande autore tedesco “Ci sedemmo dalla parte del torto visto che tutti gli altri posti erano occupati”. A metà strada tra ironia e provocazione, paradosso e verità, Brecht con la sua Opera da tre soldi vuole rammentarci che la linea di demarcazione tra criminali e persone “rispettabili” diventa sempre più sottile fino a sparire del tutto in una società segnata dai soldi, dall’ingordigia, dalla sete di potere, dove tutti sono uguali, gli onesti e i corrotti: Chi non conosce la verità – insiste Brecht – è uno sciocco, ma chi, conoscendola, la chiama bugia, è un delinquente”. Allora, per evitare di essere complici, per non cedere alla logica del “nessuno è colpevole” e del “nulla può cambiare sotto il sole”, è bene schierarsi dalla parte del torto, quando il torto rappresenta qualcosa di altro rispetto al pensiero della maggioranza. “Voi che di voi/Vi dite più buoni/Vi dite più civili/Voi che da voi/Vi imbellettate di cultura/Noi che di noi/Premiamo la paura/Per paura dell’altro/Con noi vi porteremo/Dalla parte del torto/Né destra, né sinistra/Solo potere d’acquisto/Saremo il vostro specchio/Dalla parte del torto…Torto contro torto/non c’è parte del giusto…Detassati e ignoranti/Egoisti, opportunisti/Tutti a cuor contento dalla parte del torto”.

La guerra si unisce alla Resistenza nella canzone Staffette in bicicletta, dedicata a quelle ragazze e giovani donne che hanno lasciato una preziosa testimonianza: “Come il vento di primavera/Non si ingabbia nella rete/Come i vostri capelli, come i sorrisi/Come l’aria quando corre in bicicletta/Questa è la libertà: azione e responsabilità/Guardo i vostri nomi che sanno di bucato/Che sanno di un altro paese/Di aspirazioni migliori…Per fermare la guerra/Per fermare ogni guerra, insegnatici/Voi madri, figlie/Sorelle, compagne dell’umanità ricordateci/Come il vento di primavera/Non si ingabbia nella rete/Come i vostri capelli, come i sorrisi/come l’aria quando corre in bicicletta/Questa è libertà”. Il tema della libertà ritorna nella canzone Cattiva educazione a proposito della liberazione della donna dalla violenza dell’uomo esercitata in pace e in guerra, nella società e nella famiglia. Non è un caso i primi versi riecheggino una nota canzone partigiana: “Questa mattina non mi son svegliata/E l’invasore ce l’avevo in casa/Inseguita controllata minacciata/Nel tossico vestito dell’amore…È stata la cattiva educazione/che non ha mai insegnato l’emozione/È stato il falso romanticismo/Che non si romanzi più l’orrore e il disonore/Non c’è niente, niente da salvare/Chi ha ucciso, ha ucciso e questo è criminale”.

Capossela e Ludovico Ariosto

Come nel precedente disco “Marinai, profeti e balene” dove ha fatto riferimento a Omero, alla Bibbia e a Moby Dick di Melville, anche in questo caso Capossela ama aprire una parentesi in compagnia di un grande autore e di un classico come L’Orlando Furioso. È un omaggio alla Rocca di Scandiano, dove il cantautore è vissuto a lungo e dove è nato Matteo Maria Boiardo, uno dei padri del poema cavalleresco rinascimentale. Ad Ariosto Capossela dedica due canzoni. La prima, Ariosto governatore, è legata a Castelnuovo di Garfagnana, dove fino al 1525 il poeta è stato il governatore per conto degli Estensi. Dai suoi scritti traspare che non è stato felice, perché avverte di essere impotente di fronte alla violenza alle ingiustizie e alle sopraffazioni. Ariosto ha dovuto abbandonare quel mondo della fantasia nel quale amava rifugiarsi, perché è costretto a vivere tra ladri e assassini, contro i quali può contrapporre solo parole. Nel prendere coscienza di questa realtà, il poeta ritorna con la mente al suo paladino Astolfo che in groppa all’Ippogrifo è salito sulla luna per recuperare il senno di Orlando impazzito per amore. Sul nostro satellite però si raccoglie tutto ciò che si smarrisce sulla terra, ma non vi è nessuna traccia della follia che è rimasta tutta sulla terra (“Sol la pazzia non v’è poca né assai, /che sta quaggiù, né se ne parte mai”). A sua volta Capossela chiosa lo stesso tema: “Se il senno è sulla luna/Qualcuno l’ha raccolto e lo raduna/Se la ragione è qui che si conserva/Vuol dire che sulla terra/Non è rimasta che la follia/Di su di giù l’umile è sempre offeso/A soprusi e tasse verrà sempre appeso/Ma a levare a un ricco un privilegio/A un bandito, a un prete, ad un protetto/Non c’è legge che sortisca effetto”. Se nel mondo non esiste la giustizia, Ariosto chiede al suo signore di lasciare il suo incarico, perché “al disordine furioso della mia follia/Che gira come giostra in tondo/Al triste ordine del mondo/Non ho potuto offrire cambiamento/Né sicurezza o rivoluzione/Solo un sentimento mi ha toccato l’oppressione/E non ho avuto da offrire che illusione”.

Ancora all’Ariosto è dedicata la canzone Gloria all’archibugio che vuole essere una condanna della guerra e un’ironica invocazione alla pace. Nel IX Canto dell’Orlando il paladino afferra un archibugio e, consapevole che le armi da fuoco avrebbero posto fine al mondo della cavalleria, lo scaraventa in mare: “O maledetto, o abominoso ordigno, /Che fabbricato nel tartareo fondo/Fosti per man di Belzebù maligno/Che ruina per te disegnò il mondo, /All’inferno, onde uscisti, ti rasigno. /Così dicendo, lo gittò in profondo”. Capossela accusa “I signori dell’archibugio”, che hanno inventato un prototipo delle armi di distruzione di massa. “Spazzi le picche dei cavalieri/La gloria dell’armi/Si spari da lontano/Nuove vie avrà la violenza/Tutti ridotti a materia inerte/al di là del bene e del male/Né speranza, né ragione/Sia maggiore la distruzione/Gloria, gloria all’archibugio/Luce e fiamma del progresso”. Le nuove armi non fanno né vincitori né vinti ma solo cadaveri. “Venga la forza del piombo fuso/I signori dell’archibugio/La fonderanno per tutto il mondo/Fino a forgiare un nuovo mondo/fare un deserto e chiamarlo pace”.

La società in cui viviamo

Il bene di rifugio è una canzone con una visione pessimistica di un mondo che “cade a pezzi”, che è “andato in folle”, dove gli ghiacci fondono, i deserti avanzano, le piogge sono alluvioni, dove la speranza va ogni giorno diminuendo mentre cresce il prezzo dell’oro e l’unico bene di rifugio che rimane è la terra che ha “l’oro del mattino in bocca”. Quando la ragione viene svalutata, solo l’amore è la rivoluzione possibile, perché in caso contrario All you can eat (Tutto quello che puoi mangiare), cioè l’uomo è disposto a divorare la terra e il sistema di vita, a fare tutto quello che vuole nel segno della nuova libertà di trasgredire, di non avere più regole. Se tutto diventa uguale, se non vale più la pena di studiare, se non conta più il sapere in questa “terra dell’Abbondanza” non ci sono più speranze e non resta che mangiare a crepapelle, stando sdraiati Sul divano occidentale ad osservare passivamente lo scorrere della storia, i conflitti che dilaniano il pianeta, impegnati a guerreggiare col “deretano” per resistere al declino di un continente, perché “l’Occidente va alla notte/Va a morire con il sole…Non c’è più Noi, non c’è bandiere/che non sia il pezzo di sedere/Occupato e riscaldato/Sul divano occidentale/Non si sta poi tanto male/resiliente sul divano/fino al fungo nucleare/Sento una testa cadere…Ed è la mia”.

Nella canzone Minorità il carcere minorile diventa la metafora dell’esistenza e degli ostacoli che rendono difficile diventare uomini adulti, poiché lo stato di minorità è funzionale all’esercizio del potere, fa regredire l’individuo, lo solleva dalle sue responsabilità e lo lascia solo essere un consumatore. Così il carcere diventa il simbolo di una “prigione della minorità”, nella quale quanti vi rimangono intrappolati si chiedono: “Che sarebbe successo a Lei/Se solo fosse nato dove sono nato io? /E che cosa è successo a noi…Che non siamo mai stati padroni nemmeno di noi?”. Il tempo è passato il nostro corpo ha cominciato a decadere, ma noi siamo rimasti incapaci di “affrancarsi a vita dalla minorità”.

Il tempo dei regali, delle fughe, dei baci, dei sogni se n’è andato. Ci è stato fatto un regalo nel percorrere strade e nel fare incontri; abbiamo potuto bere alle coppe dei saggi e inebriarci con versi d’amore: “Quel che sembrava sfortuna era un dono…E il tempo dei regali è stato buono/È bastato avere cuore per la meraviglia…dei pazzi abbiamo colto l’artificio…degli inquieti ammirato il prodigio”. Ora che il tempo dei regali è finito, ci rimane solo “la crepa” ad aprirci il cuore, “solo con la crepa la grazia ci ricuce” e farà ritornare il tempo dei regali: “È solo la crepa che libera la luce/Solo con la crepa la grazia ci ricuce”. Capossela conclude questo suo percorso con un piccolo messaggio di speranza, ricorrendo questa volta alla metafora del pianoforte per vivere Con i tasti che abbiamo, con i quali suoneremo “una melodia sdentata/Una melodia trovata…Con quel che c’è in cucina/Con quello cucineremo/Con quel che abbiamo addosso/Con quello vestiremo/Le parole che sappiano/Con quelle parleremo/Con i sogni che sogniamo/Con quelli sogneremo/Con il fiato che abbiamo/Con quello correremo/Con il cuore che ho/Con quello ti amerò”. Saremo chiamati a vivere con quel poco che avremo, a respirare la poca aria rimasta: “Con la Terra che abitiamo/Con quella moriremo/E se il gioco è stato bello/Allora è stato anche buono/La storia rinnova la vecchia lezione: /Al potere l’immaginazione”.

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