Successo per “Uno sguardo dal ponte” con Massimo Popolizio


di Alberto Pellegrino

10 Mag 2023 - Commenti teatro

“Uno sguardo dal ponte”, uno dei capolavori teatrali di Arthur Miller messo in scena con la direzione e l’interpretazione di Popolizio, il 29/30 aprile 2023 ha chiuso la stagione di prosa del Teatro dell’Aquila di Fermo, alla presenza di un folto pubblico attratto da un testo ancora rappresentato in tutto il mondo e dal prestigio di uno grande interprete. Lo spettacolo, prodotto dalla Compagnia Umberto Orsini, dal Teatro di Roma e dal Teatro Nazionale dell’Emilia Romagna, si avvale non solo della presenza di un attore come Popolizio, ma anche della bravura degli altri interpreti: Michele Nani (l’avvocato Alfieri), Valentina Sperlì (Beatrice), Gaja Masciale (Caterina), Lorenzo Grilli (Rodolfo), Raffaele Esposito (Marco).

(Foto di Yasuko Kageyama)

Questa pièce, scritta nel 1949, è stata rappresentata a Broadway solo nel 1955, perché in quegli anni, segnati da un anticomunismo viscerale, Miller è sospettato di avere legami con alcuni circoli comunisti, tanto che il 31 maggio 1957 viene giudicato colpevole di insulto al Congresso per essersi rifiutato di rivelare i nomi di suoi colleghi scrittori, drammaturghi, registi e sceneggiatori anche se nel 1958 la condanna sarà annullata dalla corte d’appello.

Il dramma, che diventa rapidamente un classico del Novecento insieme a Erano tutti miei figli, Morte di un commesso viaggiatore e Il crogiolo, approda in Europa, va in scena nel 1956 a Londra e a Parigi con la regia di Peter Brook; in Italia Luchino Visconti ne cura la regia nel 1958 per il Teatro Eliseo di Roma con l’interpretazione di Paolo Stoppa e Rina Morelli. A conferma di una raggiunta popolarità, nel 1961 Renzo Rossellini compone un’opera lirica su libretto di Gherardo Guerrieri, mentre Sidney Lumet dirige nel 1962 un celebre film magistralmente interpretato da Raf Vallone, il quale ha poi portato in teatro il dramma con la sua regia, interpretandolo accanto ad Alida Valli.

I contenuti del dramma

 “L’azione della pièce – ha scritto Arthur Miller – consiste nell’orrore di una passione che nonostante sia contraria all’interesse dell’individuo che ne è dominato, nonostante ogni genere di avvertimento ch’egli riceve e nonostante ch’essa distrugga i suoi principi morali, continua ad ammantare il suo potere su di lui fino a distruggerlo”.

Il dramma, ispirato da un vero fatto di cronaca nera, è ambientato tra gli immigrati siciliani che vivono a Brooklyn e nasconde, dietro le atmosfere realiste dell’opera sociale e del teatro popolare, un preciso riferimento alla tragedia classica riletta alla luce della contemporaneità e della psicanalisi, soprattutto per quanto riguarda le pulsioni edipiche di una passione erotica incestuosa che ha per oggetto una nipote cresciuta come una figlia, tanto da avvertire una lontana eco di una Fedra in versione maschile. Sarà questa sotterranea passione a scatenare la gelosia del protagonista, a produrre effetti morbosi capaci di distruggere una famiglia, sulla quale sembra abbattersi un destino ineluttabile che finirà per annientare un uomo semplice e onesto come Eddie Carbone e a trascinare con sé anche gli altri componenti di questa piccola comunità familiare. A mantenere viva l’attualità di questo grande affresco sociale, oltre alla complessità dell’animo umano ben rappresentata da Miller, rientrano il problema dell’immigrazione clandestina, l’utopia americana basata sul sogno di una vita migliore, la caccia allo straniero, le dinamiche familiari di stampo patriarcale, gli stereotipi della violenza machista e omofoba, mescolate a una forte carica di umanità.

La trama del dramma

Eddie Carbone è il patriarca di una famiglia italo-americana che vive in modo dignitoso con il suo lavoro di scaricatore del porto, ma è anche un uomo inquieto per quel profondo e segreto sentimento che prova verso la nipote Caterina, un’orfana accolta e cresciuta in famiglia come una figlia. L’arrivo di Marco e Rodolfo, due parenti di sua moglie Beatrice, diventa un elemento dirompente per i fragili e instabili equilibri sui quali si è retta finora la vita familiare, nonostante Beatrice sospetti che qualcosa di innominabile stia corrodendo l’animo del marito. I due giovani siciliani, che sono entrati clandestinamente negli Stati Uniti, sono spinti da motivazioni diverse: Marco vuole guadagnare danaro da spedire alla sua famiglia in Sicilia; Rodolfo è un giovane intelligente ed estroverso che sa cantare, ballare e fare diversi mestieri, che vuole farsi un avvenire e stabilirsi definitivamente in America. Caterina s’innamora subito di lui ed entrambi progettano di sposarsi.

Questa improvvisa decisione scatena in Eddie una innaturale gelosia perché vede in Rodolfo un rivale da insultare, considerandolo effeminato, troppo gentile e probabilmente omosessuale. Un tale groviglio di sentimenti spinge Eddie a denunciare i due clandestini all’Ufficio immigrazione, per cui arriva la polizia ad arrestarli. L’avvocato Alfieri, amico di famiglia, ottiene la momentanea scarcerazione dei due italiani in occasione delle nozze di Caterina e Rodolfo, il quale potrà così acquisire la cittadinanza americana. Al contrario, Marco sarà espulso e dovrà ritornare in Sicilia. A questo punto scoppia tra i due uomini un violento litigio, perché Marco prima di partire vuole vendicarsi e accusa Eddie di essere un vigliacco e una spia. L’uomo reagisce e si scaglia contro di lui impugnando un coltello, ma l’altro riesce a girargli la mano e a colpirlo a morte. Mentre spira tra le braccia della moglie, l’avvocato Alfieri (che ricopre il ruolo del narratore al pari del coro greco) dice che in Eddie “c’era qualcosa di singolarmente schietto, ma non schietto perché fosse buono, ma schietto perché fu se stesso, e come tale si rivelò agli altri, nel bene e nel male, fino in fondo”.

Annotazioni sulla regia

Per progettare la regia di Uno sguardo dal ponte, invece di una chiave improntata al realismo, Massimo Popolizio ha scelto la strada dell’attualizzazione del dramma familiare nei suoi aspetti patologici più gravi e portati ai limiti più estremi affrontati in un mix di analisi psicologica, venature sentimentali, cenni di un umorismo che a volte sfocia nel grottesco, il tutto tenuto insieme dalla presenza di un interprete intelligente e tecnicamente dotato come Popolizio, formatosi alla scuola di Luca Ronconi. È vero che classici, come il testo di Miller, possono resistere a qualsiasi genere di lettura, purché non si ecceda negli “stravolgimenti” con il rischio di finire sopra le righe. Certamente la regia di Popolizio è il risultato di un’attenta ricerca sulla complessa stratificazione di significati di questo dramma, un lavoro di analisi che ha portato a una recitazione del protagonista caratterizzata da frequenti cambiamenti di toni e registri, da continue sottolineature mimiche, a voler mostrare che cosa accade quando le passioni più volente prendono il posto della razionalità. Naturalmente questo Sguardo dal ponte non è uno spettacolo banale o volgare, anzi si presenta con una sicura eleganza formale e con una “leggerezza” che piacerà al pubblico, ma un Eddie Carbone così sentimentale, a volte persino patetico, è alquanto lontano dal sanguigno e tragico personaggio pensato da Miller, tanto che viene da chiedersi cosa sarebbe di questa messa in scena senza la presenza magmatica e performante di un grande attore in grado di riempire la scena per novanta minuti con la sua forte personalità.

Questo Sguardo del ponte si presenta come una specie di fiaba noir tardo-espressionista abbastanza carica di simbologie e di citazioni tratte dal melodramma, dal musical, dal primo Brecht di Opera da tre soldi, nella quale si utilizzano ballabili e canzoni d’epoca e con “frammenti” danzati. Popolizio è partito dall’idea di realizzare un film da trasferire sopra un palcoscenico teatrale, ipotizzando la trama come un lungo flash-back all’interno del quale l’avvocato Alfieri svolge la funzione del coro greco, narratore e spettatore dell’intera vicenda. “Per me – ha dichiarato l’attore – è una magnifica occasione per mettere in scena un testo che chiaramente assomiglia molto a una sceneggiatura cinematografica, e che, come tale, ha bisogno di primi, secondi piani e campi lunghi. Alla luce di tutto il materiale che questo testo ha potuto generare dal 1955 a oggi, cioè film, fotografie, serie televisive credo possa essere interessante e “divertente” una versione teatrale che tenga presente tutti questi figli. Una grande storia… raccontata come un film… ma a teatro. Con la recitazione che il teatro richiede, con i ritmi di una serie e con le musiche di un film. Ci sarà un ponte, ci sarà una strada e in questa strada dei mobili, che sono la memoria della famiglia Carbone”.

Per realizzare questo progetto registico, Marco Rossi ha ideato una scenografia formata da un quadrilatero di grigi mobili domestici (credenze, cassettiere, tavoli, sedie) che vengono scomposti e ricomposti direttamente in scena dagli interpreti. Una scala collega il palco e la parte alta della scena, dove all’inizio si muovono in controluce le ombre di scaricatori e facchini a sottolineare lo status proletario di questa famiglia di immigrati. Un traliccio metallico attraversa la parte alta della scena a suggerire l’incombente presenta del Ponte di Brooklyn, rievocata anche dallo sferragliare dei treni e dal suono delle sirene portuali. A creare atmosfere particolarmente suggestive contribuiscono le belle le luci di Gianni Pollini, che sottolineano tutti i passaggi sia “leggeri” sia drammatici della pièce con un efficace ricorso al controluce nei momenti di maggiore intensità drammatica tanto all’inizio come nel finale dello spettacolo. Lunghi applausi finali del pubblico hanno accolto gli interpreti più volti chiamati in scena, ma in noi rimangono senza risposta quali siano state le motivazioni che abbiano spinto un attore così intelligente e raffinato come Popolizio a scegliere un testo e un personaggio così lontani dalle sue corde interpretative, mentre avrebbe potuto essere, a nostro avviso, uno straordinario interprete di Morte di un commesso viaggiatore dello stesso Miller.

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