Successo del “Requiem” di Verdi a Jesi
di Roberta Rocchetti
3 Apr 2026 - Commenti classica
Al Teatro Pergolesi di Jesi l’Orchestra Filarmonica Marchigiana ospitante i migliori allievi dei Conservatori marchigiani, diretta da Manlio Benzi, ha eseguito il “Requiem” di Verdi. Ottimi tutti i reparti e tanti meritati applausi.
(Foto di Marco Pozzi)
Se il Requiem di Mozart è la musica dell’ascesa dell’anima verso il cielo e il conseguente incontro con gli dèi, quello di Giuseppe Verdi sembra descrivere il momento immediatamente precedente, il prequel, il distacco dalla terra ancora profumata di vitale tempesta, il timore dell’ignoto, l’addio alla propria materica carne, infine la pacificata resa che conduce, fosse anche proprio malgrado, ad una nuova nascita.
Messo in scena nel 1874 come omaggio alla memoria di Alessandro Manzoni spentosi l’anno prima, la composizione contiene inserti derivanti da lavori precedenti, come il fallito progetto di una messa da Requiem per Rossini che prevedeva la collaborazione tra diversi musicisti poi naufragato, ma dal naufragio Verdi salva la scialuppa di quel capolavoro nel capolavoro che è il Libera me, così come il Lacrimosa scaturisce dai vari rimaneggiamenti del Don Carlo.
Si dice cheil Requiem verdiano sia la messa di commiato più teatrale in assoluto, ma del resto uomo di teatro Verdi era e nessuno può abdicare a sé stesso e meno male diremmo in questo caso, qui il compositore di Busseto libera tutto il proprio genio musicale e compositivo senza le pastoie del libretto, dei recitativi, della storia che deve intersecarsi nella musica o viceversa, toglie il piede dal freno dando vita ad una composizione di una potenza inaudita, di una cristallina e accecante genialità che si incastona a livello cronologico tra due altri capolavori Aida prima e Otello poi, costituendo di fatto l’essenza della maturità creativa, che metterà successivamente con Falstaff il sigillo ad una vita dedicata, appunto, al teatro.
Nella serata di giovedì 2 aprile il Requiem è approdato a Jesi come tappa finale dopo aver attraversato altri cinque tra teatri e auditorium marchigiani e umbri all’interno un progetto itinerante come spesso succede nelle collaborazioni tra i teatri della nostra regione.
Sul palco l’Orchestra Filarmonica Marchigiana, indefettibile, coesa, ospitante nella serata in questione anche i migliori allievi dei conservatori di Pesaro e Fermo, guidati dalla bacchetta di Manlio Benzi, il quale si getta con coraggio e passione in tempi ariosi, in pause strategiche, in serrate distese di note con precisione e rigore, ma senza rigidità e tira fuori dalla partitura tutto ciò che Verdi ci ha messo, l’inquietudine, la perdita, il sottile filo della speranza.
Quando il direttore sa far “recitare” uno spartito donandogli tridimensionalità c’è bisogno davvero di poco altro.
Ottime notizie anche dal comparto vocale, nonostante all’inizio fosse stata annunciata, l’indisposizione del basso Alessandro Abis possiamo dire che tutto ciò non si è percepito, l’interprete si è speso benissimo riuscendo a regalare, tra le altre cose, un Confutatis di alto livello.
Generoso, dalla vocalità duttile ed espressiva il tenore Davide Giusti nell’Ingemisco ha mostrato tutta la propria capacità di fornire le sfumature necessarie senza rinunciare agli accenti più emotivi e profondi, inoltre, nota a latere, è stato interessante osservare come fosse completamente rapito dalla musica anche nei momenti di pausa e per un professionista che peraltro si trovava al suo ennesimo Requiem in pochi giorni è secondo me, un valore aggiunto, le arti si nutrono di passione, c’è poco da fare.
Sul versante femminile altre due gemme, il soprano ucraino Yulia Tkachenko, la quale ha espresso tutta la sua delicata potenza in un memorabile Libera me. Mariangela Marini, mezzosoprano marchigiano ha trasportato la platea nelle inquietudini dello spartito con accenti profondi e una vocalità ben gestita su ogni punto del registro.
Righe di encomio vanno poi scritte per il coro ARCOM che le meriterebbe già solo per il progetto di costituzione dello stesso che prevede la fusione di diverse corali locali uniti in nome dell’amore per la musica, ma che non si pensi a qualcosa di amatoriale, la prova fornita è stata al livello di performance di alto prestigio, grazie ai diversi maestri preparatori coordinati da Martino Faggiani.
Vi sono serate in cui tutto funziona come un orologio, preciso e impeccabile, questa è stata una di quelle, lo ha dimostrato lo scroscio infinito di applausi allo scadere dell’ultima nota, un vero trionfo. Una composizione, questa, che fa capo ad una fede specifica ma che contemporaneamente la trascende come è proprio dei capolavori, assurgendo a linguaggio universale di consolazione e conforto, che ci ricorda che ogni nostro timore può essere curato dalla bellezza, non la sterile bellezza che rimane confinata nell’estetica o nella retorica, ma la bellezza che scaturisce quando si guarda alla vita nella sua essenza più profonda senza timore, bellezza che a sua volta non nasce dal non aver mai avuto paura, ma dall’averla attraversata e sublimata.








Tra i molteplici concetti interessantissimi che leggiamo in questa recensione ce n’è uno in particolare che merita una riflessione: il concetto di recita. È importante che il critico l’abbia colta. Ciascun musicista nel Requiem è protagonista di una partitura che, non solo si esegue. Si interpreta in una recita collettiva il dramma dell’esistenza e delle domande profonde esistenziali sulla vita umana oltre il tempo del “transito terrestre”in rapporto col Divino.
Questo recitare l’abbiamo colto e condiviso assieme pubblico in ogni serata al punto che, dal palco abbiamo sempre colto con noi sul palco presente in ogni nota, in ogni pausa e, infine, negli interminabili entusiastici applausi.
Un esperienza musicale e umana indimenticabile.
Grazie del suo contributo e per l’apprezzamento dell’articolo.
La Redazione
Grazie a voi per la bellissima serata
Bellissima recensione, molto partecipata e chiara. Apprezzo il lavoro del Teatro di Jesi