Successo del “Barbiere di Siviglia” al Macerata Opera Festival


di Roberta Rocchetti

20 Lug 2026 - Commenti classica

Allo Sferisterio di Macerata la regia di Daniele Menghini riempie ogni spazio di stimoli, mentre orchestra e interpreti mantengono saldo il cuore musicale del capolavoro rossiniano.

(photo credits: Macerata Opera Festival)

Pierre Baumarchais ha ispirato con la sua commedia diversi compositori, prima e dopo Gioachino Rossini la vicenda del furbo barbiere ha mosso la mente e le mani di Paisiello, Morlacchi, Dall’argine e ovviamente il sommo Wolfgang Amadeus Mozart, tutti affascinati da una vicenda ad un tempo divertente e sovversiva, intricata come una soap opera e piena di archetipi come un’epopea classica.

Il Barbiere di Siviglia presenta una serie di personaggi chiave declinabili in ogni spazio-tempo, chi non ha conosciuto un trafficone come Figaro? Una madre immatura e manipolatrice come Marcellina? Un pavido leccapiedi come Don Basilio? Una fanciulla innocente e perbene come Susanna o una maliziosa teenager come Rosina?

Il Conte e la Contessa D’Almaviva sono invece la personificazione della forza di gravità che spinge con gli anni sugli animi, dei mutamenti che vanno di pari passo con l’erosione dell’innocenza, dei rimbalzi della vita sugli eventi.

Li vediamo innamorati e decisi a non stare mai più l’uno senza l’altra a qualunque costo in gioventù nell’opera rossiniana, ma trenta anni prima Mozart ci aveva già mostrato l’epilogo, ormai annoiato il Conte si è trasformato in una sorta di satiro che importuna le servette, l’aver messo gli occhi sulla donna del barbiere gli costerà però parecchio.

Il finale della versione mozartiana è come spesso succede nelle opere del compositore austriaco dolce-amaro, il Conte si pente e chiede pubblicamente scusa alla consorte per averla tradita e maltrattata con la più bella richiesta di perdono che sia mai stata concepita; tuttavia, tutti sappiamo che ricomincerà a trotterellare dietro alle sottane il giorno dopo.

Nell’opera del pesarese invece il finale è un trionfo di gioia e speranza, un lieto fine da commedia dell’arte dove anche chi è sconfitto prende la sconfitta con filosofia, in fondo i due finali sono due facce della stessa medaglia, la serena accettazione delle debolezze umane o di quell’istinto che vorremmo sempre reprimere perché allontana dallo specchio morale su cui pretendiamo di rifletterci un ideale di perfezione totalmente irreale.

L’opera di Rossini venne varata il 20 febbraio 1816 al Teatro Argentina di Roma, dopo un debutto fallimentare anche a causa della claque del rivale Paisiello, l’opera decollò immediatamente senza fermarsi mai più fino ad oggi, rappresentata in tutti i teatri del mondo senza soluzione di continuità è il lavoro con cui Rossini viene identificato in ogni angolo del pianeta, le sue arie, la sua ouverture, sono finite ovunque, film, pubblicità, cartoni animati, parodie e spettacoli di ogni genere facendo del capolavoro del cigno di Pesaro uno dei lavori contemporaneamente più raffinati e più pop di sempre.

Anche all’interno del 62º Macerata Opera Festival il lavoro del compositore pesarese ha trovato posto nel programma 2026, con una regia ripresa dal 2022 diremmo persecutoria, strabordante, onnipresente, tanta, anzi, tantissima.

Le scene di Davide Signorini creano uno studio cinematografico un po’ trascurato con donne delle pulizie che passano cercando di riportare un ordine impossibile dove si generano contemporaneamente più scenari, tutti ipercinetici, chi corre, chi si agita, chi viene sequestrato, chi saltella, chi come Rosina vive in una stanza sopraelevata in plexiglass  per uscire dalla quale deve scendere una scala all’indietro per evitare di rompersi il collo, l’enorme palcoscenico dello Sferisterio diventa un brulicante e spossante raccoglitore di situazioni in cui orbitano maschere della commedia dell’arte, giganteschi conigli di peluche, drag queens, rapper, modelle, fashion victims, stilisti e rockers, come in un incubo di un Fellini contemporaneo che si sia addormentato dopo una piadina troppo abbondante, la regia di Daniele Menghini è iperattiva e purtroppo il risultato è l’opposto da quello voluto, dopo un po’ l’attenzione cala impossibilitata a seguire il vortice visivo illuminato da Simone De Angelis e farcito dai video di Stefano Teodori.

Nonostante tutto però Menghini ci regala un’ultima chicca rendendo Rosina una donna cherifuggeilpatriarcato e in finale invece di sposare il Conte se ne scappa con gli amici verso tappe da overtourism.

I costumi di Nika Campisi seguono il vortice, spaziando dal panier settecentesco alle tute da ginnastica, dalla street fashion a Yamamoto.

L’ambito voci si apre con il Conte d’ Almaviva di Ruzil Gatin, voce dallo squillo notevole, ben proiettata e capace di riempire l’anfiteatro, cosa non semplice per tutti, bel timbro gradevole e inspiegabilmente contestato dopo la sua aria Ecco ridente in cielo nell’esecuzione della quale abbiamo riscontrato solo qualche piccolo peccato veniale che non giustificava certo la reazione scomposta di una piccolissima parte del pubblico, talmente piccola che qualche domanda ce la siamo posta. Infatti il seguito della sua prestazione è stato comunque ottimo.

Eccellente il Don Bartolo di Marco Filippo Romano e qui per fortuna pubblico unanime nel riconoscere a questo interprete sia la classe vocale che la spigliatezza interpretativa di un protagonista di razza.

Raffaella Lupinacci, Rosina, va apprezzata per la buona prova vocale disegnando un carattere non troppo bamboleggiante che anche a livello di tessitura appoggia su centri solidi e corposi, operazione peraltro espletata, come tutti, dovendo al contempo correre, scendere le scale, scappare etc…

Il Figaro di Grisha Martirosyan possiede una vocalità elegante e non sguaiata, corretta e limpida, ma forse il suo teatro d’elezione è quello al chiuso, dove le raffinatezze non si disperdono negli ampi spazi.

Spettacolare la Berta di Giulia Mazzola, questa cantante possiede potenza, fantasia, agilità e la capacità di dare ad ogni nota un significato modulato sul filo di un legato e un fraseggio con pochi rivali nel panorama attuale.

Buono il Don Basilio di Riccardo Fassi che con la sua Calunnia hard rock si è dimostrato all’altezza del compito.

Chiudono il cast Valerio Morelli come Fiorello, Marco Caudera come Ambrogio e Davide Filipponi un ufficiale.

L’Orchestra Filarmonica Marchigiana è stata diretta dalla bacchetta di Jacopo Brusa, una prova come sempre precisa e al servizio delle voci, con tempi rilassati, molto più di quelli scenici.

Impeccabile il Coro Lirico Marchigiano V. Bellini diretto da Christian Starinieri.

Dopo il debutto e le repliche di Nabucco e Il Barbiere di Siviglia Il M.O.F. Continua con Il Trovatore di G. Verdi e Carmina Burana di C. Orff.

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