“Simon Boccanegra” senza regia a Macerata


Alberto Pellegrino

30 Ago 2004 - Commenti classica

Nel 1857, quando Giuseppe Verdi si accinge a comporre il Simon Boccanegra, la drammaturgia e il linguaggio verdiano stanno attraversando una fase di transizione. Il compositore, dopo la straordinaria “Trilogia popolare”, si rende conto dell'opportunità di uscire da quell'equilibrio tra forme convenzionali e nuove situazioni drammatiche, che aveva costituito la fortuna di Traviata, Rigoletto e Trovatore, per evitare il pericolo di cadere nella ripetitività . Il Simone, pur restando in parte legato alle convenzioni dell'opera all'italiana, testimonia questo bisogno del nuovo avvertito da Giuseppe Verdi: i confini tra recitativi ed arie appaiono più sfumati; la strumentazione appare più elaborata tanto da conferire all'orchestra un ruolo di fondamentale importanza; il protagonista assoluto dell'opera è un baritono e gli stessi suoi antagonisti (Fiesco e Paolo) sono un basso e un baritono; la storia d'amore fra Amelia-Maria e Gabriele (soprano e tenore) assume un peso secondario rispetto agli spetti, sociali e familiare che caratterizzato l'intera vicenda. Il Boccanegra ci fa vedere un Verdi già proiettato verso i suoi ultimi capolavori, anche se in esso sono individuabili quegli elementi a forti tinte drammatiche presenti ne Il trovatore. Del resto le due opere hanno in comune la stessa fonte letteraria: El Trovador e Simon Bocanegra di Antonio Garcia Gutièrrez, un drammaturgo spagnolo seguace del mondo artistico ed etico di Victor Hugo e quindi portatore di temi universali quali l'amore e l'odio, il potere e la pace, la morte e il perdono.
L'edizione del Simon Boccanegra, che ha debuttato allo Sferisterio il 31 luglio, ha messo bene in evidenza quanto importante sia il ruolo del M Carlo Pallante e dell'Orchestra Filarmonica Marchigiana nell'interpretare la raffinata intelligenza musicale verdiana, soprattutto in due passaggi chiave della partitura come i finali del primo e secondo atto, oppure nella parte conclusiva dell'opera quando la notturna tragicità della vicenda sfocia nella nobiltà di una morte annunciata. Da parte sua il cast dei cantanti è stato all'altezza delle difficoltà interpretative proposte da questo non certo facile spartito. Carlo Guelfi, facendo ricorso alle sua qualità recitative e alla sua sensibilità musicale, ha dato vita ad un Simone tragico e tormentato, che ha saputo essere convincente sia nei momenti più intimi determinati da un amore sofferto, da una paternità ritrovata, sia nei momenti più “politici” come nella celebre aria del primo atto “Plebe! Patrizi! Popolo” interpretata con la necessaria fermezza e fierezza fino al momento della morte vissuta con dignità e fierezza d'animo con quel “Gran Dio, li benedici”, una delle melodie più commoventi che si siano ascoltate in un concertato d'opera e che si contrappone alla struggente speranza di Amelia (“No, non morrai, l'amore/Vinca di morte il gelo”). Il basso Riccardo Zanellato, nei panni di Fiesco, ha insistito sui toni scuri della voce, riuscendo fin dal famoso brano “Il lacerato spirito” a conferire una tragica intensità al personaggio, diviso fra odio politico e sentimenti familiari, a cui tocca chiudere la tragica vicenda (“Ogni letizia in terra è menzognero incanto”). Il baritono Giovanni Montresor ha disegnato con forza la figura di Paolo Albani, l'infido e crudele consigliere del Doge. Il soprano Amarilli Nizza ha interpretato con intensità passionale il personaggio di Amelia-Maria (particolarmente felice l'aria “Come in quest'ora bruna”, il duetto con Simone del primo atto, il duetto con Gabriele e il bel terzetto con Gabriele e Simone, che chiude il secondo atto); da parte sua il tenore Carlo Ventre si è impegnato con generoso slancio per assecondare l'impeto romantico di Gabriele Adorno, soprattutto nella bella canzone “Cielo di stelle orbato” e nell'aria bipartita del secondo atto, l'allegro sostenuto “Sento avvampar nell'anima” e il cantabile “Cielo pietoso, rendila”.
Purtroppo carente, proprio perchè chiusa nella sua dignitosa “tradizionalità “, si è rivelata la regia di Beppe De Tommasi, che ci ha riportato ad un teatro melodrammatico stile anni Settanta, quando la scena maceratese era dominata dalla presenza (ahimè non esaltante) di Attilio Colonnello. Di annata è risultata la gestualità degli interpreti, il movimento delle masse (meglio dimenticare quegli accenni di conflitto bellico in scena), l'uso dello spazio, a cui si aggiunge qualche incongruenza narrativa come il corteo funebre con il cadavere di Maria (la compagna di Simon Boccanegra) prima che il coro interno canti “è morta” e la ricomparsa della defunta dietro una vetrata illuminata di Palazzo Grimaldi. Il tutto in contrasto con le geniali e cupe “tinte” del rinnovamento verdiano, così bene evidenziate dall'orchestra, dal coro e dal cast degli interpreti.

(Alberto Pellegrino)


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