Samara Joy infiamma Roma: il jazz ha una nuova regina


di Federica Baioni

28 Lug 2026 - Commenti live!

La prima volta a Roma, alla Casa del Jazz sold out, unica data italiana, Samara Joy con un’ora e mezza di live eccellente, manda in delirio un pubblico entusiasta.

(Foto Riccardo Musacchio)

Ella, Sarah, Billie e la migliore tradizione delle ladies del jazz sono nel DNA di questa venticinquenne del Bronx. Samara Joy ieri ha stregato letteralmente la platea della Casa del Jazz regalando generosamente un bis con un medley tra Estate di Bruno Martino e un blues di fuoco per salutare il pubblico romano.

25 anni, 5 Grammy in tasca e il peso della tradizione delle vocalist americane e dei compositori anni ’60 sulle spalle. Lunedì 27 luglio alla Casa del Jazz sold out per Samara Joy che non ha deluso. Ha cantato e ha messo a tacere tutti. Prima volta a Roma. Unica data italiana. E la Casa del jazz è esplosa in un crescendo di applausi. Con il suo sestetto Samara Joy ha portato sul palco di “Summertime” la tradizione senza polvere. Zero elettronica, zero fronzoli ma verità e pancia. Solo voce e tanto swing condito da una potenza vocale davvero incredibile che riporta alla tradizione più vera delle chiese dove è nato il gospel tra Harlem e il Bronx. Proprio questo la rende rivoluzionaria in un’epoca in cui il jazz si scioglie nel pop.

Parte da Monk e Duke Ellington con “Sunset and the Mocking Bird”, brano del 1959 rimasto in una sola copia fino alla morte del Duke. Ricerca e raffinatezza nella scelta del repertorio che le danno subito valore. Passa da “Yesterdays” e all’improvviso in sala entra Billie Holiday. Poi il pubblico capisce perché questa ragazza del Bronx ha battuto i Måneskin nel 2023 per il Grammy “Best New Artist” e si è presa anche “Best Jazz Vocal Album” con “Linger Awhile”.

Una bellissima rivisitazione di un brano di Duke Ellington “SUNSET & MOCKINGBIRD”

Non fa la primadonna ma lascia spazio agli assoli del fantastico ensemble di portenti che con degli arrangiamenti suadenti incornicia i brani e valorizza alla potenza la voce della solista. Usa la sua voce come uno strumento come nella migliore tradizione dei boppers: precisa, calda, infinita. Lo ha imparato nelle chiese del Bronx: il gospel non è gara, è intensità. E l’intensità esplode nel bis. “Estate” di Bruno Martino. Tra Shirley Bassey e Tom Jones, con accordi che scendono e non si risolvono mai. L’omaggio all’Italia di una che è cresciuta a pane e Mina.

Un’ora e mezza di live eccellente. Applausi, urla, ovazione. “Roma sei bellissima. Tornerò”, promette ringraziando il pubblico da sold out della Casa del Jazz che ci regala perle come Samara. Samara Joy sceglie la radice. E vince. Non ha bisogno di reinventare nulla: basta cantare e reinterpretare gli standard jazz, rispettando gli autori e mettendo originalità e sincerità nei pezzi. Ieri alla Casa del Jazz il passato non è stato celebrato. È stato resuscitato. A 25 anni e 5 Grammy in tasca ha dato una lezione di bravura e umiltà a tutte le vocalist e ai musicisti presenti in platea.

Blues finale ai bis con il pubblico in piedi
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