Ritratto di collezionista: Norma Cortellini Mascheroni
di Andrea Zepponi
29 Apr 2026 - Arti Visive, Varie
Ripercorriamo la biografia dell’importantissima collezionista d’arte vetraria in Italia Norma Cortellini Mascheroni, attraverso le voci di chi ha condiviso insieme a lei la sua traiettoria estetica.


La figura di Norma Cortellini Mascheroni (1927-2026) rappresenta un capitolo fondamentale per il collezionismo d’arte vetraria in Italia. La sua parabola intellettuale è quella di una “visionaria del rigore”: partita dall’estetica preziosa dell’antico, ha saputo recidere il legame con la tradizione muranese del Novecento per abbracciare la radicalità del vetro contemporaneo d’artista internazionale. Questa sua biografia è ricostruita attraverso le voci di chi ha condiviso insieme a lei la sua traiettoria estetica.
L’Evoluzione del Gusto: Dall’Antico al Concettuale
Norma non era una collezionista di accumulo, ma di scoperta. Il suo collezionismo nasceva nell’alveo dell’antiquariato dove il vetro era ancora poco collezionato. La sua casa è stata per decenni un ecosistema artistico dove giade, porcellane cinesi, le piccole incantevoli Snuff Bottles e oggettistica d’arte giapponese dialogavano con il silenzio. Sino a comporre una collezione nella collezione che radunava non solo vetri del ‘900. Tuttavia, negli anni ’90, avviene la svolta: l’incontro con il vetro contemporaneo trasforma la sua ricerca in una missione rivolta al pezzo unico e alla sperimentazione internazionale.
La testimonianza di Sandro Pezzoli, gallerista e profondo conoscitore delle arti del vetro: “Norma possedeva quella che definirei una ‘curiosità disciplinata’. Quando la conobbi, era circondata da antichità squisite, ma sentiva che il vetro tradizionale di Murano, pur eccelso, non rispondeva più alle domande della sua epoca. Negli anni ’90, mentre l’Italia guardava ancora con nostalgia ai classici del ‘900, lei ebbe il coraggio di guardare oltre confine. Tutti i santi giorni, dal martedì a sabato, l’ho vista venire a Milano in galleria, la Scaletta, per dedicare il suo tempo alla conoscenza e all’approccio con artisti americani, australiani, europei, italiani e anche veneziani che ancora nessuno conosceva in quei tempi. Ricordo le discussioni sulla ‘scultura in vetro’: per lei non era più una questione di decoro, ma di volume e di luce. Ha iniziato a cercare artisti che usavano il vetro come i pittori usano la tela o gli scultori il marmo. Non cercava l’oggetto, cercava l’opera. È stata tra le prime a sdoganare in Italia nomi della scena internazionale che allora sembravano quasi ‘eretici’ per i puristi del vetro veneziano. Il suo primo acquisto fu l’opera dell’americano Dale Chihuly a seguito dei miei consigli essendosi creato tra me e lei un rapporto di fiducia e collaborativo. Seguirono opere di Maria Grazia Rosin, di Silvia Levenson, di Yoichi Ohira, giapponese che lavorava a Murano, e di Lino Tagliapietra. Comunque, la sua collezione continuava a integrarsi con pezzi muranesi d’epoca del primo ‘900. La sua grande passione divenne in quegli anni l’opera del suddetto Ohira, tanto da collezionare una trentina di suoi lavori. Tra gli americani si era aggiudicata un’enorme opera di Mary Ann ‘Toots’ Zynsky. Le sue preferenze si esprimevano con la selezione di pezzi prelevati dalla collezione complessiva che andava a comporre, come suddetto, una “collezione nella collezione”: una di queste erano le trenta opere di Ohira. Tra gli australiani arricchiva la sua raccolta il lavoro di Clare Belfrage e quello di Jessica Loughlin e del loro maestro Klaus Moje di origine tedesca.”.


L’Incontro con le Artiste
Se il collezionismo di Norma è diventato avanguardia, lo si deve anche ai contatti e al rapporto dialettico con gli artisti che hanno ridefinito i confini del mezzo vitreo.
Maria Grazia Rosin: la Natura Alienata e la Visione dell’Oltre
Artista veneziana nota per le sue installazioni organiche e fluttuanti che ha rivoluzionato il vetro attraverso forme biomorfe e installazioni multimediali: “Incontrare Norma significava confrontarsi con una donna che non temeva la complessità. Le mie opere spesso evocano forme biologiche, quasi aliene, che sfidano la gravità. Norma ne era affascinata perché vedeva nel vetro non la fragilità, ma la forza di una metamorfosi. Lei aveva abbandonato la rassicurazione della porcellana antica per il rischio del contemporaneo. Ricordo che guardava le mie creazioni non come vasi, ma come organismi viventi. Il suo contributo è stato vitale: collezionando pezzi unici e sperimentali, ha dato agli artisti la libertà di non essere ‘commerciali’. Ha capito prima di molti altri che il vetro era il medium perfetto per raccontare l’inquietudine del nuovo millennio. Norma non era collezionista da accontentarsi della superficie. Quando entrava in contatto con un’opera, sembrava volerne sezionare la struttura molecolare con lo sguardo. Ricordo bene il nostro primo incontro: rimasi colpita dalla sua capacità di passare dall’estetica minuta e millimetrica delle sue Snuff Bottles cinesi alla scala macroscopica e aliena delle mie creature in vetro.Mi diceva spesso che il vetro di Murano del Novecento, pur avendolo amato, le appariva ormai come un capitolo a sé stante, una ‘perfezione immobile’. Cercava il movimento. Davanti alle mie opere, che richiamano organismi marini o mutazioni biologiche, lei non chiedeva la decorazione ma l’esperimento. Ricordo che, osservando una delle mie grandi installazioni, mi disse: ‘Maria Grazia, qui il vetro non è più vetro, è pensiero che si è solidificato’.”. Maria Grazia Rosin riesce, nella sua testimonianza su Norma Cortellini Mascheroni, ad approfondire e focalizzare quel legame specifico tra la sua ricerca organica e la visione quasi scientifica che Norma aveva del vetro: “Collezionare i miei pezzi unici negli anni ’90 è stato un atto di rottura. Norma ha capito che il vetro contemporaneo internazionale doveva uscire dal salotto per entrare nei musei. Non voleva oggetti che arredassero la sua vita, voleva opere che sfidassero la sua intelligenza. È stata una delle pochissime persone in Italia a capire che la fragilità della materia era solo un pretesto per esplorare la forza di un’idea.”.
Silvia Levenson: il Vetro come Denuncia
Artista argentina che utilizza il vetro per esplorare tensioni domestiche e sociali: “La mia ricerca è spesso tagliente, uso il vetro a cera persa per indagare i sentimenti e le contraddizioni del quotidiano. Norma si è avvicinata al mio lavoro con una sensibilità rara. Nonostante provenisse da una formazione legata all’antiquariato e alle sue preziose Snuff Bottles, non cercava una bellezza consolatoria. In Norma c’era la consapevolezza che l’arte debba anche graffiare. Collezionare i miei pezzi significava, per lei, accettare che il vetro potesse farsi testimone di una memoria, a tratti anche scomoda. La sua collezione non era una galleria di trofei, ma una mappa di pensiero. La sua scomparsa a 99 anni chiude un’era di collezionismo colto, coraggioso e profondamente internazionale.”. Norma ha iniziato a collezionare vetro moderno proprio con opere della Levenson: “Devo dire che anch’io ho conosciuto il vetro contemporaneo quando ho iniziato a bazzicare fiere d’arte e mostre di vetro contemporaneo aperte in quel momento negli Stati Uniti scoprendo tantissimi artisti che io stessa non conoscevo; quindi il fatto che questa collezionista si avvicinasse a quel tipo di arte mi sorprendeva per la passione che lei coltivava proprio in Italia dove quasi nessuno lo faceva – la galleria Scaletta di Vetro fu un punto di riferimento importantissimo per molti di noi- e nessuno conosceva un artista come Chihuly che pure era ormai noto a livello internazionale nel resto del mondo. Io in quegli anni esponevo e vendevo soprattutto all’estero e il mio lavoro era assai diverso da quello di altri artisti che maneggiavano il vetro in quanto non era affatto decorativo, cercava anzi di innescare un corto circuito tra materiale e contenuti. Oggi mi rendo conto di essere stata fortunata in questi anni ad aver incontrato collezionisti come Norma. La mia opera, al di là di quello che può essere l’impatto estetico con il pubblico, è sempre stata incentrata su zone di conflitto, come il corpo, la famiglia e la società; il fatto di essere io arrivata dall’Argentina come un’emigrante mi ha spinto a far leva su una energia che ancor oggi mi sostiene e traspare dal mio lavoro, ad esempio io parlo di tensioni all’interno della famiglia, ma lo faccio con ironia. Un altro esempio è la bomba di vetro rosa che sovrasta la mia torta nuziale di vetro inciso che allude sì al conflitto, ma non potrà mai esplodere. È solo la denuncia di un pericolo. Lo stesso sguardo propone la mia serie sul mondo della moda in cui i vestiti di vetro e le borsette contengono lamette e martelli e si ispira al periodo della uccisione di Gucci che mi diede l’idea di denunciare un mondo dove fra persone in apparenza elegantissime e controllate esplode invece la violenza. Il mio sguardo sulla vita non è mai quello che il main stream vorrebbe diffondere per cui cerco di fare della mia opera un momento di crescita tramite la vista delle contraddizioni dove il vetro, materiale comune e familiare che passa sulla bocca di tutti per bere, usato per preservare gli alimenti e anche per fare bellissimi oggetti, si sa però che può rompersi e farci del male quindi la sua ambiguità diviene ambivalenza da cui traspare l’incertezza della vita. I miei ‘inservibili’ veicolano temi che bene o male ci toccano, ma la ricezione del loro messaggio non è uniforme e io non pretendo che tutti lo comprendano allo stesso modo. Sono attenta ai contenuti, ma non voglio che il mio lavoro sia troppo concettuale in quanto per me la comunicazione rimane prioritaria. I collezionisti di vetro contemporaneo sono per la stragrande maggioranza uomini e anche in questo Norma è stata singolare come donna collezionista. Fino a quel momento aveva trattato il vetro muranese, sia pure quello pregevolissimo di uno Scarpa, di uno Zecchin e di un Martinuzzi, ma poi lei all’improvviso, all’età di sessant’anni suonati, scopre la bellezza dell’opera d’arte passando dal gusto per i “vasetti di nonna Mariuccia” a un’arte del vetro innovativa e straordinaria. Mentre le sue scelte sulla pittura erano meno interessanti perché da antiquaria collezionava l’800, credo che, nel campo del vetro, Norma abbia avuto grande audacia e intelligenza visto che in quel momento era veramente difficile in Italia immaginare uno sviluppo dell’arte del vetro al di fuori di Murano. Si è affidata alla Scaletta per essere aggiornata sulla tendenza artistica del vetro: un aggiornamento frutto di scambi attraverso viaggi intercontinentali e transoceanici che allora quasi nessuno faceva a differenza di oggi, in un’epoca in cui la globalizzazione era molto al di là da venire. Oggi tutti si spostano con relativa facilità, ma allora non era così scontato viaggiare fino in Australia per conoscere degli autori.”.




“La nostra fortuna – aggiunge Sandro Pezzoli – è stata anche quella di stringere rapporti con Lino Tagliapietra che ci invitò alla Pilchuck Glass School dove avevamo già conosciuto Chihuly, la Zynsky e gli altri australiani. Chihuly aveva rivoluzionato il modo di fare vetro decidendo di collocarlo ovunque, negli spazi più inusitati secondo una visione completamente innovativa.”.
Continua Silvia Levenson: “In quel momento Pilchuck era molto importante: anch’io mi sono in qualche modo formata a quella scuola che ha dato luogo a un rivolgimento talmente forte e così epocale che tornare a girare per Murano e vedere la solita produzione mi metteva a disagio dopo aver attinto a quelle novità. Ci si rendeva conto che le stesse fornaci muranesi non erano ancora strutturate per ospitare una concezione del vetro tanto straordinaria.”.
Eredità Culturale
Norma Cortellini Mascheroni lascia un’eredità che va ben oltre gli oggetti. La sua transizione dalle porcellane cinesi alle sculture vitree contemporanee segna il passaggio dal collezionismo di “status” al collezionismo di “visione”. In un’Italia che faticava a distaccarsi dal modernismo del XX secolo, Norma ha agito come un ponte, dimostrando che il vetro, se liberato dalla funzione, può elevarsi a linguaggio universale dell’arte contemporanea. Integra il ritratto di collezionista dalla sensibilità straordinaria il contributo del figlio Luca Mascheroni che parla con ammirazione e competenza della mamma: “Mia madre era una donna del ’27. Spesso rifletto sul fatto che la sua generazione avesse una profondità e una lungimiranza che noi giovani, negli anni ’90, faticavamo a comprendere appieno. Aveva una marcia in più, era avanti. La sua formazione culturale affonda le radici a Piacenza, dove si era diplomata, e poi in Francia dove faceva parte di un circolo culturale, ma è con il suo trasferimento a Milano, intorno alla metà degli anni ’60, che la sua passione per l’arte si è trasformata in un collezionismo sistematico e profondo. È a Milano che ha iniziato a concretizzare la sua visione, acquisendo oggetti con un’intensità e una serietà sempre maggiori. La sua vita è stata una continua ricerca del “bello” seguendo un’estetica onnivora. Non si è mai limitata a un unico genere: la sua curiosità era enciclopedica. Nella prima parte della sua vita ha esplorato ogni declinazione dell’antico: arredi e pittura, mobili e quadri antichi. Aveva formato una raffinata collezione di arti cinesi e giapponesi, dagli avori alle statuette Tang. Non le mancava neppure la passione profonda per i tappeti rari. Non era solo una questione di possesso, ma di studio. Ricordo la casa piena di cataloghi che lei consultava minuziosamente con la lente d’ingrandimento. Aveva una preparazione così vasta che molti antiquari le chiesero di entrare in società con loro, ma lei preferì sempre mantenere la sua indipendenza. Era un ‘mentore’ per le sue amiche e una consulente autorevole per molti esperti: spesso, quando c’erano dubbi sull’attribuzione di un dipinto o sull’originalità di un oggetto, chiamavano lei. Aveva il dono di ‘capire’ l’opera al primo sguardo. L’incontro con il vetro e il suo legame con Sandro Pezzoli maturarono con il passare degli anni, mentre mia madre cercava qualcosa di più vicino alla modernità dei tempi che viveva; la sua attenzione si è spostata verso il vetro contemporaneo d’artista. È stato questo desiderio di freschezza a portarla a conoscere Sandro e a iniziare quella sua straordinaria collezione di vetri. Consapevole e lungimirante, mia madre era molto decisa nelle sue scelte. Insieme a mio padre ha acquisito pezzi unici, vasi che hanno composto una collezione favolosa, riconosciuta a livello internazionale. Il successo della vendita all’asta da Christie’s è stato solo la conferma finale di ciò che noi già sapevamo: mia madre non era una semplice acquirente, era lei stessa un’artista. Ho sempre pensato che un collezionista, quando sceglie con tale rigore e sensibilità, agisca come un artista. Attraverso le sue scelte, mia madre ha fatto emergere caratteristiche uniche di un genere, dando vita a un’idea estetica superiore. Oggi mi chiedo quale sia il modo migliore per dare continuità a questa bellezza. Molte delle sue opere sono state richieste per esposizioni e mostre, da Venezia ai grandi musei internazionali. Mi piacerebbe che questo percorso continuasse, perché il suo non era solo un accumulare oggetti, ma un modo di stare al mondo, con indipendenza e una ricerca incessante della perfezione. Dopo di lei, per me, resta il vuoto di quella profondità, ma resta anche l’eredità di tutto ciò che ha saputo vedere prima degli altri.”.






Veramente mi sono commossa dalla figura della grandissima artista Norma Cortellini Mascheroni, l’incredibile il Suo talento immenso che ha espresso nella sua arte Vetraria, Arti visive e collezionismo. Una vita da favola. Le testimonianze così intense e meravigliose del figlio e Sandro Pezzoli ecc. descritte così bene dalla penna felice e la sensibilità per le cose belle e importanti da Andrea Zepponi, che ti fa vivere l’arte in pieno. Mi sono innamorata di questa arte leggendo questa magnifica testimonianza di questa magnifica l’artista ricordata così bene da tutti questi personaggi magnifici che su occupano di Vetri, che sono dei veri artisti nella loro bellezza totale. Con questa magnifica presentazione e ricordo di questa grande artista mi viene la voglia di approfondire questo mondo bellissimo, che anche difficile e per pocchi. Per fortuna Sandro Pezzoli ci può aiutare a farci conoscere questo mondo che ci fa vedere tanta bellezza e tanto lavoro che c’è dietro. Grazie Andrea per questa bellissima e preziosissima testimonianza piena di passione e la bellezza. Scusate per l’italiano
Andrea, grazie per questo ritratto così ricco e commovente. Leggendolo da appassionata di vetri e da amica di Sandro Pezzoli, ho ritrovato esattamente quella tensione che chi frequenta questo mondo conosce bene: la difficoltà di far capire che il vetro contemporaneo d’artista non è “artigianato pregiato” ma arte a tutti gli effetti.
Sandro ha creato quasi dal nulla un pubblico e una sensibilità per il vetro come linguaggio artistico autonomo, portando nomi allora sconosciuti da America, Australia in un momento in cui la scena italiana guardava ancora quasi esclusivamente a Murano.
Norma Cortellini Mascheroni l’aveva capito prima di quasi tutti, e con una lucidità che non aveva nulla di istintivo ma era frutto di studio, viaggi, confronto continuo con Sandro e con gli artisti stessi. Oggi è così difficile trovare collezionisti che abbiano lo stesso coraggio, figuriamoci negli anni ’90!
L’eredità di Norma non è solo nella collezione, ma nel modello di sguardo che ha lasciato: la dimostrazione che il vetro, liberato dalla funzione, può essere un linguaggio dell’arte contemporanea tanto potente quanto la pittura o la scultura.
Complimenti anche a te Andrea, che hai saputo far parlare i testimoni giusti e farci scoprire una donna così speciale.