Ricordo dell’attore e regista Carlo Cecchi


di Alberto Pellegrino

28 Gen 2026 - Approfondimenti cinema, Approfondimenti teatro

Pubblichiamo un ricordo di Carlo Cecchi, grande maestro della scena italiana, scomparso recentemente.

Carlo Cecchi (foto di Matteo Delbò)

Carlo Cecchi (1939 – 2026) è stato uno dei grandi maestri del teatro italiano come attore e regista. Dopo il diploma nell’Accademia nazionale d’arte drammatica “Silvio D’Amico” ha intrapreso la sua carriera di attore rifiutando i tradizionali schemi dell’impostazione veristica e melodrammatica alla ricerca di un nuovo stile di recitazione anche sotto l’influenza delle teorie brechtiane. Di fondamentale importanza è l’incontro con Eduardo De Filippo che ha spinto il fiorentino Cecchi a studiare la tradizione popolare del teatro di piazza e della Commedia dell’Arte, a usare la lingua napoletana come mezzo espressivo d’immediata ma anche rigorosa comunicazione.

Nel 1971 Cecchi fonda la Compagnia Granteatro con cui mette in scena Le statue mobili di Antonio Petito, Il bagno di Vladimir Majakovskij e Tamburi nella notte di Bertolt Brecht (1972). A Torino, dopo una fase sperimentale di prove “aperte” alla quale partecipano attivamente operai e immigrati, nel 1973 porta sulla scena il Woyzeck di Georg Buchner. Nell’alternare testi comici della tradizione napoletana e testi drammatici del grande teatro europeo, mette in mostra un grande talento interpretativo in contrasto con l’isolamento artistico delle avanguardie e con la logica delle compagnie teatrali tradizionali.

Il giovane Cecchi in “Ivanov” di Čechov (ph. Maurizio Buscarino)

Cecchi è convinto che il teatro non debba risolversi sulla scena, ma che possa realizzarsi in uno stretto rapporto tra la scena e il pubblico destinatario del “prodotto” finito ma anche protagonista nella scelta dei testi da rappresentare, per cui è necessaria una esperienza radicata in un preciso contesto storico e stabilmente legata a un determinato luogo. Un altro importante elemento è per lui l’uso di un linguaggio che tenga conto del rapporto tra l’attore e una cultura tradizionale che deve essere trapiantata nella contemporaneità. Questa ricerca d’immediata comunicazione con gli spettatori richiede un serie lavoro dell’attore su se stesso alla ricerca di un difficile equilibrio tra libertà e rigore, improvvisazione e fedeltà al testo. Legato alla lezione brechtiana dello straniamento, Cecchi è riuscito ad attraversare tutti i registri interpretativi (il tragico, il comico, il grottesco) con lucidità intellettuale, senza cadere mai nello “scontato” e nel gratuito della “spettacolarità”.

A questo primo periodo risalgono alcune importanti messe in scena come La cimice di Majakovskij (1975), L’uomo, la bestia e la virtù di Pirandello, Il borghese gentiluomo di Molière (1976), nei quali attacca l’ipocrisia del mondo borghese. Nel 1980, dopo Anfitrione di Molière, ritorna al teatro contemporaneo con Il compleanno e Ritorno a casa di Harold Pinter, due spettacoli che vengono definiti “teatro da camera” per lo stile rigoroso ed essenziale, che viene riprese anche per La tempesta di Shakespeare. Nel 1982 Cecchi presenta come regista e primattore Ivanov di Anton Čechov, in prima nazionale, nel Festival dei Due Mondi di Spoleto con un gruppo di attori destinati ad avere successo come Remo Girone, Gianfranco Barra, Giacomo Piperno, Vincenzo Salemme, e Anna Bonaiuto. Nel 1989 dedica al suo maestro lo spettacolo Il coraggio di un pompiere napoletano, un testo rielaborato da Eduardo su una farsa di Scarpetta. Quindi ritorna da Pinter con Il calapranzi nel 1989 e presenta con grande clamore al Festival dei Due Mondi una sua interpretazione antiromantica dell’Amleto di Shakespeare, primo tassello di una trilogia composta da Sogno di una notte di mezza estate e Misura per misura. Questa particolare passione per il grande drammaturgo inglese è dovuta al fatto che “Shakespeare è così attuale. Non perché nostro contemporaneo, ma perché incarna il trionfo dell’immaginazione. È un autore totalmente privo di didascalie, ma più scavi e più scopri che le didascalie sono direttamente nel testo. Gli attori stesso dicono come va recitata una scena o una certa battuta. L’ennesima dimostrazione che l’arte tutta, ma Shakespeare in massimo grado, ci avvicina alla realtà più profonda, nascosta, che si può conoscere soltanto attraverso l’immaginazione. E questo tesoro, malgrado tutto, non andrà perduto”.

Personaggio eccentrico e al di fuori di ogni schema, Cecchi è legato da una amore-odio per il teatro. “Che noia – dice – io non vorrei recitare più, ma c’è quell’altro che mi spinge: è un selvaggio, un animale, si sente bene soltanto sul palcoscenico: spinge, strattona, ha bisogno del pubblico, mentre io vorrei starmene a casa a leggere, studiare, ascoltare musica”. Apparentemente distaccato e scettico ma in realtà politicamente impegnato: “L’orribile omicidio di Pasolini ha rappresentato il prologo di orrori futuri, conclusi con il sequestro e l’assassinio di Moro. E dopo questo periodo terrificante, che cosa è successo? tutto rimosso, è arrivata la Milano da bere e sono arrivati ministri che scrivevano libri sulle discoteche. Poi, a seguire, grazie al capolavoro del cavaliere, la presupposta opposizione ha dato luogo a un processo di assimilazione mimetica con il presunto avversario. Ce lo dimentichiamo troppo speso, ma il guaio principale di questo paese è culturale, prima che politico” (La Repubblica, 17 agosto, 2014).

Egli ritorna al teatro contemporaneo con una leggendaria messa in scena del dramma Finale di partita di Samuel Beckett; è il magnifico interprete della Leggenda del santo bevitore di Josef Roth per la regia di Andrée Ruth Shammah. Riceve numerosi riconoscimenti tra cui sette Premi Ubu tra il 1986 e il 2013 (miglior attore per Il misantropo di Molière; miglior spettacolo per Ritter, Dene, Voss di Thomas Bernhard; miglior spettacolo per Finale di partita di Samuel Beckett; miglior regia per Finale di partita; miglior regia per Misura per misura di William Shakespeare, I pensieri di Marianna Fiore da James Joyce, L’ultimo nastro di Krapp di Samuel Beckett e Hedda Gabler di Henrik Ibsen, miglior attore per La storia immortale da Karen Blixen; miglior attore per La serata a Colono di Elsa Morante); il Premio Gassman come migliore attore italiano (2007); il Premio Flaiano alla carriera (2012).

Occupa un posto significativo anche nel cinema con interprete di 25 film, tra i quali spiccano per importanza I dannati della terra di Valentino Orsini (1969); Morte di un matematico napoletano di Mario Martone (1991); La fine è nota di Cristina Comencini (1993); Io ballo da sola  di Bernardo Bertolucci (1996); L’arcano incantatore di Pupi Avati (1996); Il bagno turco di Ferzan Özpetek (1997); Tosca e altre due di Giorgio Ferrara (2003); Miele di Valeria Golino (2013); Martin Eden di Pietro Marcello (2019).

Fedele al suo principio che il teatro deve avere uno stretto legame con il territorio, Cecchi sceglie Ancona come città di residenza e nasce una lunga e fruttuosa collaborazione con il Teatro Stabile delle Marche (“Le Marche sono un luogo dove il teatro si fa ancora con le mani, con il silenzio e con il rispetto che merita”). Per anni è stato nella regione lartista di riferimento per il suo stile asciutto, anti-accademico, “essenziale”, per aver fatto un teatro che ha sempre puntato sulla qualità e sulla ricerca più che sul puro intrattenimento. Non è stata solo una collaborazione professionale, ma una vera e propria affinità elettiva, perché questo indiscusso maestro del teatro italiano ha trovato nelle Marche un “porto sicuro” e un laboratorio creativo ideale per il suo rigore stilistico.

Era già stato per anni il direttore artistico del Teatro Sperimentale di Pesaro, trasformandolo in un centro di produzione d’eccellenza, perché per lui quella città non era solo una piazza dove recitare, ma il luogo dove “pensare” il teatro, lontano dal caos delle grandi metropoli. Cecchi ha scelto spesso i teatri storici marchigiani (Urbino, Fano, Recanati) per le sue prestigiose residenze di allestimento. Non ha preferito debuttare subito nelle grandi città, ma ha preferito “abitare” i teatri delle Marche per settimane, affinando i testi (Molière, Shakespeare, Eduardo De Filippo) insieme alla sua compagnia, per cui la densità di teatri storici nelle Marche (la “Regione dei cento teatri”) si è fusa perfettamente con la sua idea di un teatro artigianale, intimo, curato nei minimi dettagli.

“Sei personaggi in cerca d’autore” (foto di Bobo Antic)

Carlo Cecchi ha iniziato a lavorare nelle Marche nel 2002 con uno straordinario allestimento di Sei personaggi in cerca d’autore di Luigi Pirandello, uno spettacolo rimasto in scena per anni che è entrato nella storia del teatro italiano (è stato oggetto di cinque tesi laurea), uno spettacolo che ha raggiunto numero straordinari: 280.000 spettatori, 77 città toccate (tra cui Berlino e Parigi), 295 recite, 496 articoli della stampa nazionale e 57 servizi tv. Cecchi ha ricevuto il premio Maschera d’oro come miglior interprete. Agli Oscar italiani del teatro, Gli Olimpici, consegnati a Vicenza il 30 settembre 2005, lo spettacolo ha vinto con l’attore Paolo Graziosi il premio come miglior attore e Antonia Truppo come miglior attrice esordiente.

Sono seguiti il Tartufo di Molière, Claus Peymann compra un paio di pantaloni e viene e mangiare con me di Thomas Bernhard, Sogno di una notte d’estate di William Shakespeare, il dittico Troppo sbronzo da dire ti amo? di Caryl Churchill e Prodotto di Mark Ravenhill, un ulteriore omaggio al suo maestro Eduardo De Filippo con il dittico Dolore sotto chiave e Sik Sik L’artefice Magico, nel quale Carlo Cecchi si rivela ancora una vola un grande artista della scena che sa mettere in evidenza nel primo atto l’innesto della farsa all’interno del dramma borghese, mentre nel secondo ha esaltato il valore di questo piccolo capolavoro che muove dalla farsa napoletana per mettere in luce la malinconia del mondo dell’arte che il giovane Eduardo coglie al suo livello più basso.

“Sik Sik L’artefice Magico”, Carlo Cecchi e Angelica Ippolito (ph. Filippo Ronchitelli)

Poi arrivano tre leggendari spettacoli. Il primo è La dodicesima notte di William Shakespeare, una sorta di spettacolo-balletto dove gli interpreti, compreso Cecchi, recitano su un palcoscenico ruotante al ritmo di musiche eseguite dal vivo. Al centro una pista da ballo circolare, con la presenza di strumenti musicali e di musicisti, l’ambiente si anima quando compaiono delle figurine vaporose e coloratissime (con i costumi di Nanà Cecchi). Questo spazio astratto e rarefatto ospita i personaggi shakespeariani di questa favola notturna che si muovono come un apparente automatismo, danno l’impressione di non avere peso, sembrano appesi a dei fili che calano dalla graticcia, poi all’improvviso nasce un incantesimo che fa scattare fulminee passioni, eterosessuali o omosessuali sostenute da tangibili correnti d’attrazione e di erotismo che la recitazione sottolinea. Solo Malvolio, il maggiordomo della Contessa (Carlo Cecchi) “in calze gialle e giarrettiere incrociate”, sceglie una la cifra “meccanica”, sembra un automa e i suoi movimenti possono incepparsi e spesso s’inceppano, con un riferimento rivolto all’automa un po’ burattinesco di Totò, soprattutto nella camminata e, in  questa interpretazione, ciò che stupisce è il contrasto tra i movimenti dell’attore e il suo eloquio: a tratti è in armonia col corpo meccanico, in altri momenti ne sottolinea la dissociazione con una dizione monotona e colloquiale. In ogni caso il ritmo dell’azione cresce, un’azione scalza l’altra e varie vicissitudini portano all’happy end grazie anche alla musica in scena e alle scene di musica, la musica diventa così la coprotagonista di uno spettacolo che rimanda alla comédie-ballet di Molière. 

“Enrico IV”, Carlo Cecchi (@Matteo Delbò)

Il secondo spettacolo è Enrico IV di Luigi Pirandello che Cecchi ha messo in scena per il 150° anniversario della nascita dell’autore, diventando il magistrale interprete come regista e attore di questa pietra miliare del teatro pirandelliano che affronta i grandi temi della maschera, dell’identità, della follia e del rapporto tra finzione e realtà. Nelle note di regia di Carlo Cecchi ha scritto: “Prima di tutto ho ridotto drasticamente molte delle lunghissime battute del Grande Attore; conseguentemente gli altri personaggi acquistano un rilievo che spesso, soverchiati dal peso delle battute del protagonista, rischiano di perdere. In alcuni dialoghi ho “tradotto” la lingua dell’originale in una lingua teatrale a noi più vicina. E ho fatto della follia e della recita della follia di Enrico IV, che nell’originale ha una causa clinica un po’ banale, una decisione dettata da una sorta di vocazione teatrale: non per nulla, il teatro, il teatro nel teatro e il teatro del teatro, sono il vero tema di questo spettacolo”.

“Serata a Colono” (foto di Mario Spada)

Il terzo spettacolo è la prima nazionale di un testo teatrale mai rappresentato La serata a Colono di Elsa Morante messa in scena per l’asciutta regia di Mario Martone che prosciuga la scena e la riempie con un enorme sole incandescente in un asettico ambiente ospedaliero con al centro il letto che accoglie un Edipo cieco e malato. Con una magistrale interpretazione Carlo Cecchi supera se stesso nel recitare un Edipo bendato e quasi impotente disteso su un letto d’ospedale. Assistito da Antigone, circondato dal coro dei malati ospiti del “Neurodeliri” e dalle guardie-infermieri, maltrattato dalla Suora che rappresenta il Potere, egli usa solo come strumento vitale la sua voce capace di usare molteplici cadenze e sfumature. Impressionante, come capacità interpretativa e sforzo mnemonico, la lunghissima scena del confronto tra Edipo e il Coro che si protrae per pagine e pagine del testo e ha dato la misura del valore di una grande artista della scena.

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