Remo Scuriatti. Un artista da riscoprire in mostra a San Severino Marche


di Giuliana Pascucci

18 Ott 2020 - Commenti altre arti

La mostra Remo Scuriatti fotografo e pittore, organizzata dall’Amministrazione comunale di San Severino Marche (MC) guidata dal sindaco Rosa Piermattei e dall’assessore alla cultura Vanna Bianconi, è stata allestita in tre sedi: il Palazzo della Regione Sommaria e la Chiesa della Misericordia in Piazza del Popolo; la Pinacoteca Civica in Via Salimbeni. Allestimento a cura dI Shura Oyarce Yuzelli; catalogo a cura di Alberto Pellegrino, progetto grafico di Francesca Pellegrino.

Voleva essere poeta del vissuto il settempedano Remo Scuriatti (1900-1972), fu fotografo raffinato, pittore eclettico e testimone bohémien di una provincia vivace e aperta ai più moderni fermenti artistici. Per celebrare i 120 anni dalla sua nascita la città di San Severino Marche gli dedica una mostra che mette in rilievo la sua poliedrica attività e l’intensa stagione artistica locale animata da Arnaldo Bellabarba, Renato Pizzi, Ezio Raimondi, Luigi Cristini, Luciano Gregoretti, Giuseppe Massaria, Wulman Ricottini, Luigi Balducci, Vincenzo Tomassini, Benur Caciorgna e Carlo Bucci. L’evento, curato da Alberto Pellegrino e allestito in tre diverse sedi cittadine fino al 28 febbraio 2021, pone nuova attenzione sul cospicuo patrimonio pittorico e fotografico che l’artista ha donato alla città natale.

IL FOTOGRAFO

Il fotografo non è mai un osservatore passivo e imparziale della realtà, perché le sue fotografie non sono immagini impersonali che rappresentano la “visione fotografica” dell’autore. Remo Scuriatti, con i suoi ritratti, dimostra che la fotografia può essere una forma d’arte, un universo iconico capace di sprigionare un fascino particolare, comunicare un senso di mistero, diventato un invito a liberare la fantasia. Impegnato a inseguire un suo ideale di bellezza, Remo Scuriatti costruisce uno stile personale dove la luce diventa un elemento creativo della luce, dove appare una cura quasi maniacale per la “messa in posa”: un’operazione lunga e complessa che consente di studiare l’espressione del viso, la posizione del busto e delle spalle, la composizione delle mani, l’intensità di sorrisi mai “stereotipati”. Egli non si limita a riprendere soggetti femminili e maschili, ma ama raffigurare se stesso, oppure ad esaltare quel “piacere per il travestimento” particolarmente diffuso nel primo Novecento. L’artista è inizialmente attratto dal Pittorialismo, la corrente estetica allora più in voga, ma è anche attento all’evolversi dei nuovi linguaggi fotografici; assimila mode e modelli culturali; personalizza stilemi comunemente usati da altri professionisti; ricorre a virtuosismi tecnici che rendono uniche le sue immagini. Scuriatti si afferma come un ritrattista di talento che riesce a mettere in posa dinanzi all’obiettivo la più variegata e affascinante umanità fotografata con sensibilità ed eleganza, intensità e indiscussa levità e per questo la buona borghesia cittadina, seguita a una certa distanza dalla classe operaia e dal mondo contadino, accorre per farsi “immortalare” nel suo elegante atelier. Su questo ideale palcoscenico sfilano non solo tanti personaggi, ma acquistano valore acconciature e monili, abiti da giorno o da sera indossati da queste giovani donne di provincia, capaci di mostrare la stessa disinvolta eleganza di quelle signore che negli stessi anni passeggiavano per le vie di Roma, di Milano o di Parigi.  

IL PITTORE

Nel Secondo dopoguerra, varcata la soglia della pittura, Scuriatti passa dalla macchina fotografica alla tavolozza, dalla carta alla tela, dal parallelo al trasversale esternando i contenuti interiori e le quotidiane suggestioni. Inizia a sviluppare la sua nuova vocazione con opere legate ai canoni estetici dell’epoca, dedicate ai più svariati soggetti ma sempre sovraccariche di simboli connotanti il suo essere pittore. Rappresenta giovani atleti, antiche battaglie, figurazioni sacre, sinuose immagini femminili, animali e paesaggi. Il nodo centrale del suo pensiero resta comunque quello del dialogo con l’immagine tradotto in forma di esistenzialismo secondo il realismo degli anni Cinquanta o di declinazione naturalistica in chiave cubista – fauves.

Dotato di un forte senso del colore, mette in atto una personale linea espressiva dal duplice risultato, quello figurativo e quello emotivo. La sua ricerca trova stilemi funzionali ai nuovi concetti di creatività che perfeziona attraverso un colore steso liberamente rispetto al segno, utilizzando più il pennello che la matita. E ci lascia il suo messaggio “più semplice e vero” nelle Campagne marchigiane, una serie di dipinti dedicati agli scorci collinari, a cui si affiancano le Marine.  Vi è nelle sue opere una sorta di espressionismo mediterraneo, fuori dal tempo, che costituisce l’immaginario di molta pittura dedicata alla resa di paesaggi familiari e rassicuranti. In tal modo mette in atto una personale linea espressiva dedicata alla ricerca di una nuova metafora capace di imprimere all’intenzionalità figurativa una carica di visionarietà.  La campagna, declinata nell’arco delle varie stagioni, è resa tramite l’intersecarsi di linee e piani segnati da corpose pennellate utilizzate per restituire la naturale fisionomia del paesaggio. Boschi e radure sono attraversate da corsi d’acqua, intervallo di consonanza perfetta di un’ampia e complessa presenza di elementi variegati. Il mare, come elemento in grado di assorbire i suoi umori, diventa rifugio tonale per i suoi occhi e luoghi ideali per raffigurare scorci di antica memoria. L’artista non va alla ricerca del particolare, sceglie i soggetti impressi nella sua mente e impara a vedere ciò che gli suggerisce il silenzio del suo laboratorio, dove può vivere l’idillio e cogliere i segreti della natura. Le composizioni sono caratterizzate da una stesura non omogenea di colori dai toni bruciati, che vanno dal giallo, al beige al rosso. Tutto concorre a rendere il nero il segno più rilevante ed è anche l’esito di un processo assiologico della narrazione che favorisce l’attribuzione di senso.

Più tardi, affidandosi sempre ad un elegante cromatismo, conclude la sua stagione artistica con una serie di opere “cosmiche”, intitolate Galattici, dove prende il sopravvento la sperimentazione informale.  Quando Scuriatti si dedica all’espressione astratta la sua mano non è lontana dal passato ma con il colore e l’intensità della linea dà un profondo senso alle sue emozioni, tutte racchiuse in quel desiderio di esprimersi sulla scia delle più moderne vibrazioni pittoriche. La ricerca artistica di quegli anni infatti risponde alla poetica informale influenzata dalle mirabili scoperte scientifiche connesse al lancio delle prime sonde e alle imprese spaziali.  Il sodalizio degli artisti locali è proiettato verso l’idea di un’arte interplanetaria e più moderna. La sperimentazione di queste nuove formule espressive affascina anche Scuriatti, sulla scia dell’arte cosmica veicolata da Sante Monachesi, colui che nel 1959 fondò insieme ad Ungar, Del Sole, Trotti e David il Movimento Astralista, nel 1961 quello Istantaneista e nel 1964 quello Agravitazionale detto poi Agrà.

L’operato pittorico dell’artista sanseverinate è così rivolto a dar corpo alla nuova energia rivendicando il rinnovarsi della forma, nell’invenzione di un ’immagine nuova. Ecco allora che l’artista trasforma le sue stagioni terresti in stagioni galattiche dove predomina sempre la componente materica e cromatica. La pittura si polverizza come a seguito di un’esplosione astrale mentre il vortice del bianco dissemina lo spazio “interstellare” di micro particelle luminose. Per lui arriva il momento di esplorare un mondo fisicamente più lontano, vola lassù, dove il movimento si ferma solo sulla superficie pittorica, per incontrare ciò che appare dalla galassia. Si veste da cocchiere, da nocchiero e da esploratore e dedica al primo astronauta americano in orbita nello spazio, Alan Shepard, una delle sue Ere Spaziali, opera firmata e datata 1971, in cui riproduce frammenti di terra multicolori resi dalla combinazione di tonalità fulve, nivee e rosate dominate dall’emergere delle modulazioni del nero; mentre di lato, trasversalmente, torna il blu solcato dal bianco.

Nella sua pittura predominano il sentimento e l’impeto di transizione che si percepiscono in quella “quiete accesa” che rende gli uomini capaci di esaltare il quotidiano e la semplicità delle piccole cose. Per lui, lo spazio resta l’entità infinita, che lo affascina e lo rende incline a nuovi linguaggi pittorici. Libero da qualsiasi contingenza storica ed estetica, si avventura nel sentiero dell’espressione istintiva, insubordinata ai canoni convenzionali. Di certo la sua più intensa vena creativa si confina nel periodo di transizione verso l’astratto esistenziale, quando si muove tra la realtà e la fantasia, quando la natura si conforma in un repertorio di segni o immagini sublimate dall’astrazione e suggestionate dall’inconscio.

INFO SULLA MOSTRA

  • La mostra, inaugurata il 26 settembre 2020, resterà aperta fino al 28 febbraio 2021.
  • Informazioni e prenotazioni: Ufficio Cultura 0733.641309; Pro Loco-Ufficio IAT 0733.638614.
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