Recensione di “A BOHEMIAN RHAPSODY” di A. Dvořák con Ilya Gringolts, la PKF – Prague Philharmonia e Nicola Guerini


di Andrea Zepponi

15 Dic 2025 - Approfondimenti classica, Dischi

“Una Rapsodia Boema” (“A BOHEMIAN RHAPSODY”) di Antonin Dvořák al confine tra Nazionalismo e Avanguardia. Il Concerto con Ilya Gringolts, la PKF – Prague Philharmonia e Nicola Guerini. CD della Deutsche Grammophon con introduzione all’ascolto di Antonio Rostagno.


ANTONÍN DVORÁK (1841-1904)
OTHELLO OVERTURE, OP. 93
VIOLIN CONCERTO IN A MINOR, OP. 53, B 108
1. Allegro
2. Adagio
3. Finale
MAZUREK, OP. 49 B 90
ROMANCE IN F MINOR, OP. 11 B 39
CARNIVAL OVERTURE, OP. 92
ILYA GRINGOLTS violin
PKF - PRAGUE PHILHARMONIA
NICOLA GUERINI

Il programma del concerto, che vede protagonisti il violinista Ilya Gringolts, la PKF – Prague Philharmonia diretta da Nicola Guerini, si annuncia come un’esplorazione profonda della musica di Antonín Dvořák, concentrandosi proprio sulla sua identità di “compositore di confine”. Il compositore boemo è un punto di riferimento per la “scuola nazionale” ceca, ma la sua musica è un fenomeno assai più complesso. La sua posizione è stata definita “di confine” poiché incrocia tendenze divergenti. Prima di queste il nazionalismo contro la creatività autonoma: sebbene l’editore Simrock lo abbia lanciato sul mercato puntando sul carattere nazionale (con opere come le Danze slave op. 46), il suo linguaggio deve poco al reale folklore ceco. Egli ha assimilato l’idea nazionale per ricrearla in modo personale, rendendola irriconoscibile ai puristi cechi del tempo. La seconda è il conservatorismo contro l’avanguardia tedesca. La sua amicizia con Johannes Brahms lo colloca nella corrente conservatrice della “musica assoluta” per le sue sinfonie e i concerti. Allo stesso tempo, si trovano in lui chiari elementi di contatto con l’avanguardia “neo-tedesca” di Liszt e Wagner, particolarmente evidenti nella sua musica a programma, come l’opera Rusalka e le sue Ouvertures. Dvořák non si conforma ad alcuna corrente egemone, ma assimila tutte le correnti coeve in un’originale sintesi che fa di lui un pioniere della “terza cultura” della musica tardo-romantica. Il suo ciclo di Ouvertures composto nel 1891 — Nel regno della natura Op. 91, Carnival Op. 92 e Othello Op. 93 — sono la dimostrazione di questa ambigua collocazione. Sebbene oggi siano eseguite raramente, in particolare l’Othello è considerata una delle sue più alte realizzazioni, dove Dvořák adotta un’estetica non di “musica assoluta”, ma di narrazione. Othello Op. 93, in forma “liberamente sonatistica”, è solo un mezzo per comunicare una vicenda tragica. Dvořák racconta, non costruisce. L’Introduzione lenta nasconde i motivi frammentati che nell’Allegro con brio si scontrano. È notevole l’analogia tematica tra il tema tempestoso di Othello e il tema principale della Dante-Symphonie di Liszt: entrambi rappresentano le tempestose peripezie dei protagonisti. La forma è concepita come uno scontro tra forze in opposizione (il tema discendente di Otello contro il disegno ascendente, forse Desdemona), con finale tragico.

In Carnival Op. 92 la ratio non è il racconto, ma il contrasto e l’intenzione descrittiva. Il compositore non fa appello alla riflessione, ma alla sola impressione, attraverso l’alternarsi bizzarro e imprevedibile di episodi sul tema sincopato iniziale.

Il Concerto per Violino e orchestra Op. 53, come sfida alla tradizione classicista viennese, è la conferma più lampante della posizione “di confine” di Dvořák e delle tensioni culturali coeve. Commissionato da Joseph Joachim, stretto collaboratore di Brahms, il concerto fu oggetto di un acceso, anche se non sempre esplicito, dibattito tra compositore e tradizionalisti viennesi. La critica centrale si mostrò scettica non per mancanza di qualità, ma per l’intento riformatore di Dvořák. Egli guardava alla tradizione Beethoven-Brahms “dall’interno”, con l’intenzione di modificare la grande forma classica in modo personale. Esempi di queste modifiche, criticate all’epoca, includono l’esposizione dei temi frammentata e sminuzzata, la ripresa molto scorciata (in 36 misure), l’inusuale collegamento diretto tra il primo movimento e l’Adagio centrale, e la necessità del “carattere ceco”; il primo tema del violino fu considerato “non particolarmente interessante in sé” semplicemente perché privo di presunti folclorismi. Fu solo il Finale, con l’uso del furiant, danza locale con alternanza di metro binario e ternario, e della dumka, che trae origine da una ballata epica slava (in particolare ucraina) generalmente di carattere esuberante o malinconico, a essere accettato senza riserve perché rispettava sia il “caratteristico” nazionale sia i canoni della tradizione centrale.

Le sue composizioni “brevi” spiccano invece per virtuosismo e semplicità. I pezzi brevi per violino e orchestra, come la Romanza e il Mazurek – scritto per Pablo de Sarasate -, offrono un contrasto interessante. Essi sono più lineari e prevedibili, rispondendo all’esigenza di porre in primo piano il virtuosismo e l’espressività del solista, a discapito dell’elaborazione compositiva complessa. Se il Concerto Op. 53 è un’opera di sintesi formale, il Mazurek è puro piacere d’ascolto, lontano dalle sperimentazioni armoniche delle Mazurke chopiniane.

Dvořák nel 1882 (foto di pubblico dominio)

Questa ottima esecuzione e incisione per la Deutsche Grammophon del Concerto per Violino da parte di Ilya Gringolts con la PKF – Prague Philharmonia diretta dal M.º Nicola Guerini è un’occasione unica per riaffermare l’importanza di Dvořák oltre le etichette nazionalistiche. Ilya Gringolts, noto per la sua intelligenza musicale e la sua tecnica impeccabile, affronta le sfide strutturali del Concerto Op. 53 con una chiarezza analitica che ne esalta l’intento riformatore. La sua interpretazione è probabilmente capace di valorizzare proprio i momenti più “problematici” per i contemporanei, come il collegamento enigmatico tra il primo movimento e l’Adagio. Non eludendo le aspettative Gringolts mette in luce la natura frammentaria e al contempo profondamente romantica del primo movimento, per poi esprimere il vibrante carattere popolare nel furiant finale.

La Prague Philharmonia, sotto la guida magistrale di Nicola Guerini, offre il supporto ideale. La loro familiarità con il repertorio slavo è cruciale per bilanciare la tensione tra la grande tradizione sinfonica, intesa come eredità brahmsiana, e l’espressività ceca. La direzione di Guerini mira a rendere vividi i particolari stilistici dvorákiani nelle Ouvertures con i loro ostinati ritmici e gli improvvisi scarti tonali che le collocano in una “terra di nessuno” stilistica.

Se si volesse delineare un giudizio complessivo su questa operazione di stile, si può dire che il programma di questa incisione non è solo un omaggio al repertorio, ma una vera e propria tesi musicale: l’esecuzione di Gringolts, della PKF e di Guerini promette di illuminare Dvořák come la figura che è stata, un artista che ha superato i confini culturali per cercare una sintesi moderna e non limitante. L’ascolto di questo programma è essenziale per chiunque voglia comprendere la vera statura di Dvořák al di là del cliché nazionalista.

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