Recensione del film “Halloween: The Beginning” di Rob Zombie
di Francesca Bruni
31 Ott 2025 - Commenti cinema
In occasione della “Notte di Halloween” pubblichiamo la recensione, a cura di Francesca Bruni, del film cult, per gli amanti del genere, “Halloween: The Beginning” (2007), diretto dal regista/musicista Rob Zombie.
(Tutte le foto utilizzate sono state messe a disposizione della stampa dalla casa di distribuzione italiana “Lucky Red” o sono di pubblico dominio)


Siamo abituati a conoscere Michael Myers, attraverso l’opera di John Carpenter Halloween – La notte delle streghe (1978), capolavoro assoluto del genere slasher. Con Halloween: The Beginning (2007), Rob Zombie non realizza un semplice remake, ma ricostruisce la storia di Myers a modo suo, scavando nelle origini del personaggio e restituendolo in una chiave nuova, più cupa e profondamente umana.
Zombie, musicista e regista, già noto per pellicole oscure come Le streghe di Salem (2012), affronta qui il mito con il suo stile visionario, estremo e ipnotico. Il film ci porta indietro all’infanzia di Michael (interpretato da un magnetico Daeg Faerch), mostrandolo come un bambino fragile, emarginato e bullizzato. La sua vita familiare è devastata: una madre spogliarellista (la splendida Sheri Moon Zombie), un patrigno alcolizzato e violento, una sorella che lo deride. L’unico legame affettivo autentico rimane quello con la madre e con la sorellina minore.


La pellicola mette in scena il crescendo della rabbia e dell’odio che porteranno Michael a compiere la prima strage familiare, da cui si salvano soltanto la madre e la sorellina. Da quel momento viene rinchiuso in un carcere minorile, seguito per anni dallo psichiatra Samuel Loomis (Malcolm McDowell). Zombie trasforma così il film in un ritratto psicologico, mostrando un bambino che indossa maschere per nascondere un volto che considera brutto, segno di una fragilità profonda. È un aspetto che spesso spinge lo spettatore a provare un misto di tenerezza e paura verso di lui.




Tra tutte le sequenze, una in particolare spicca per potenza emotiva e per il modo in cui l’orrore si intreccia al dolore umano. La scena è ambientata nel carcere minorile; la madre è in visita da Michael, il quale si trova seduto, con il volto chinato in basso, indossando una delle sue inquietanti maschere. Lo psichiatra, dopo che la madre lascia al figlio, totalmente immobile, una foto di lui insieme alla sorellina, l’accompagna all’uscita, dando l’incarico ad un’infermiera di sorvegliare il bambino in sua assenza.




Purtroppo, però, tutto degenera quando compare inaspettatamente la furia omicida di Michael che silenziosamente prende una forchetta e colpisce l’infermiera e la strangola.
Una sirena spietata suona improvvisamente, facendo rientrare allarmati lo psichiatra e la madre, insieme al personale del carcere, mentre Michael, con i capelli davanti al volto e la sua maschera che infonde terrore nell’osservare i suoi feroci occhi dentro un corpo di bambino, ripone in terra l’oggetto insanguinato. La maschera gli sfugge via dal volto. È molto contrastante il momento in cui Michael tenta di afferrare la mano della madre, nonostante la rabbia omicida precedente. La mamma vorrebbe prenderlo ma rimane scioccata e basita nel credere che quell’assassino davanti a lei sia il suo bambino.




Bellissimo il coinvolgimento che il regista vuole dare allo spettatore attraverso uno “Slow motion”; il contrasto tra la follia e la tenerezza del personaggio predomina in questa scena come in altre parti del film, creando un effetto visionario tra il bene e il male.
A seguire la madre di Michael, consapevole della natura psicopatica del figlio, guarda i video di famiglia quando insieme a lui e la neonata erano felici. È un momento di struggente delicatezza che rivela un lato inatteso e quasi intimo della saga. Poco dopo, sopraffatta dall’orrore, la donna compie il gesto estremo di togliersi la vita: una scena che Rob Zombie affronta con rara maestria e sensibilità, trasformando un film di pura violenza in un’opera capace di toccare corde profonde dell’animo umano.
Nella seconda parte, vediamo Michael ormai adulto, ossessionato dalle maschere e dalla sua furia repressa. Evade dal carcere e si mette alla ricerca della sorellina ormai adolescente. Quando finalmente la trova, terrorizzata, le porge una foto di loro due da bambini: un dettaglio che mostra come, nonostante la follia, in lui resti vivo un residuo d’amore.
Questa versione di Halloween non è soltanto un horror di sangue e terrore. È anche una riflessione sulle radici del male, sulla solitudine e sul disagio psicologico che possono trasformare un bambino fragile in un serial killer. Zombie destruttura l’icona creata da Carpenter, offrendo una nuova chiave di lettura: Myers non è più solo “il Male” senza volto, ma un disadattato sociale, figlio di un contesto familiare tossico e di un ambiente che lo ha respinto.




Se Carpenter nel 1978 aveva mostrato un’America suburbana apparentemente tranquilla, popolata da teenager e babysitter, Zombie ci immerge in un’America degradata e contemporanea, dove Michael indossa una t-shirt dei Kiss e uccide chiunque lo abbia umiliato. La sua furia diventa così lo specchio di un disagio reale.
Con Halloween: The Beginning, Rob Zombie rifà suo Michael Myers e lo restituisce in una forma diversa, brutale e malinconica allo stesso tempo. Una pellicola che non solo spaventa, ma emoziona e interroga: cosa c’è davvero dietro la maschera di Michael Myers?
