“Rapsodia satanica” al Macerata Opera Festival


di Alberto Pellegrino

27 Lug 2022 - Commenti cinema, Festival

Macerata Opera Festival ha presentato, nel Teatro Lauro Rossi, Rapsodia satanica, il film, per la regia di Nino Oxilia, con la colonna sonora di Pietro Mascagni che per la prima volta si confrontava con il cinema.

Il compositore Pietro Mascagni

Macerata Opera Festival 2022 si basa sul rapporto cinema-opera lirica e il 23 luglio ha avuto la felice intuizione di proporre nel Teatro Lauro Rossi la visione del film Rapsodia satanica, un’opera che nel 1917 viene considerata un autentico capolavoro della cinematografia italiana. Nel nostro Paese, tra 1910 e il 1920, il cinema è impegnato per meritarsi il titolo di “Settima Arte” e, mentre i futuristi sperimentano questo “mezzo d’espressione” secondo i dettami del Manifesto sulla cinematografia futurista (1916), a Torino, Guido Gozzano rivendica per le sue opere cinematografiche pari dignità rispetto a quelle letterarie; Nino Oxilia, poeta, commediografo e affermato regista, sostiene l’unificazione del cinema sotto una sola personalità creatrice: “Occorre che il cinematografo diventi come tutte le altre forme d’arte, il sogno o la vita vista attraverso il temperamento di uno solo”.

Per altri versi, alla letteratura fa riferimento il cinema verista ispirato dalle opere di Giovanni Verga (La lupa), Salvatore Di Giacomo (Assunta Spina) e Roberto Bracco (Sperduti nel buio). Un grande successo sta ottenendo il film storico con la produzione di “colossal” come Quo vadis? di Enrico Guazzoni (1913) e Gli ultimi giorni di Pompei di Eleuterio Ridolfi (1913). Nel 1914 trionfa sugli schermi Cabiria di Giovanni Pastrone (1914), un film di 3 ore e 20 minuti, con le musiche di Ildebrando Pizzetti, ma soprattutto con l’invadente presenza di Gabriele D’Annunzio che si autoproclama il Vate del Decadentismo cinematografico nonostante sia solo l’autore delle didascalie scritte per la rispettabile somma di 50 mila lire. D’Annunzio profetizza che “la complessità dello spettacolo nuovo appare meravigliosa. Tutti i secoli dell’attività umana l’hanno composta. Quando artisti geniali la svilupperanno in ritmi vasti, i veri ritmi d’arte, l’estetica nuova sarà affermata” e Cabiria si presenta con l’ambizione di creare un nuovo rapporto tra cinema e letteratura, per fare del film quella “opera d’arte totale” teorizzata da Wagner e Nietzsche.

“Rapsodia satanica” un capolavoro del cinema decadente

Tra i capolavori del cinema decadente si colloca a pieno diritto questa Rapsodia satanica, girata nel 1915 ma proiettata nelle sale solo nel 1917, un’opera in cui si vogliono “adunare le sensazioni di tutte le arti; la possibilità di fare di una sala di proiezione un magico crogiolo di tutte le sensazioni artistiche in un insieme nuovissimo, mai tentato e oggi ottenuto per la prima volta”. Secondo la teoria del co-autore, il film è concepito come un prodotto dell’ingegno collettivo grazie alla convergenza del valore creativo di vari artisti che collaborano alla realizzare un’opera innovativa: il poeta e commediografo crepuscolare Fausto Maria Martini, autore di questo cine-poema, è sicuro che Rapsodia satanica contribuirà “alla elevazione intellettuale dell’opera cinematografica, ormai vicina a raggiungere la sua trasformazione in senso puramente artistico […] un saggio di un’arte cinema-lirica nuovissima concepita e condotta con intendimenti di seria ricerca”; Alberto Fassini (Alfa), direttore della Casa cinematografica Cines ed esperto sceneggiatore, scrive il soggetto e la sceneggiatura; Nino Oxilia (1889-1917), autore  tra il 1913 e il 1917, di 18 film di successo tra cui Il velo d’Iside, Cadavere vivente, Retaggio d’odio, Sangue blu, Odio che ride, L’uomo in frak., riceve l’incarico della regia.

L’aspetto più innovativo sta nel fatto che, per comporre la colonna sonora, viene chiamato Pietro Mascagni, un musicista che gode di grande notorietà ma che per la prima volta si confronta con il cinema. Il compositore elabora con grande scrupolo un metodo di lavoro nuovo rispetto ai compositori precedenti che si limitavano a creare delle musiche per ogni singola scena con l’obbligo di sincronizzare solo l’inizio e la fine del film. Mascagni compone uno degli accompagnamenti più raffinati e complessi della storia del cinema, perché non solo riesce a sottolineare la percezione visiva di ogni sequenza, ma la personalità e gli stati d’animo dei vari personaggi.

Ricostruita nel 2006, grazie all’impegno del M° Marcello Panni che ha diretto l’edizione maceratese, questa partitura presenta una sbalorditiva complessità, perché non c’è un solo momento (o movimento) figurativo o simbolico che sia trascurato dal compositore: motivi di pura musicalità sono la metamorfosi della protagonista dalla vecchiaia alla giovinezza; le scene dello specchio relative al Demonio e alla stessa protagonista; la tragica rivalità amorosa dei due fratelli; l’erotismo della seduzione di Tristano; la simbiosi delle due farfalle e il “volo” di Alba d’Oltrevita sulla terrazza. Non c’è un’espressione del volto, un gesto, un’azione o uno svolazzare di veli che non sia esaltato dalla partitura e le stesse didascalie sono sottolineate da una specifica frase musicale per meglio imprimerle nella mente dello spettatore.  

Bisogna anche sottolineare che in questi anni il linguaggio cinematografico ha fatto notevoli progressi: gli operatori sono ormai in grado di ottenere qualsiasi effetto luminoso, di dominare ogni trucco, di collocare la macchina da presa secondo assi non obbligati, di saper lavorare negli interni, ormai liberi da codici teatrali. Il direttore della fotografia Giorgio Ricci usa pertanto una notevole varietà d’inquadrature; sperimenta con risultati straordinari le tecniche del pochoir (l’uso di una sagoma forata per disegnare o dipingere), dell’imbibizione (l’assorbimento di un liquido o di una sostanza senza alcuna reazione chimica), del viraggio ottenuto aggiungendo in una pellicola fotografica o cinematografica in bianco e nero, mediante una reazione chimica, una gamma di colori che vanno dal verde all’azzurro, del rosso all’arancio o al giallo.

I contenuti del film

La contessa Alba d’Oltrevita, un tempo bellissima, “nella squallida sera invidiò la sorte di Faust” e in quel momento le appare Mephisto, “un demone che attende la sua preda” e stringe un patto che la farà ritornare giovane e bella, in cambio lei dovrà rispettare il divieto d’innamorarsi. S’innamorano perdutamente di Alba i due fratelli Tristano e Sergio. Alba respinge l’amore di Sergio che si uccide sulla soglia della sua sontuosa villa.  La giovane è invece innamorata di Tristano e lo seduce in una scena (per quei tempi) di spinto erotismo; vorrebbe sposarlo ma l’uomo, che l’ha invano implorata per salvare la vita al fratello, fugge inorridito. Allora “chiusa nel castello d’illusione Alba languiva nell’autunno sconsolato del cuore…sentì confusamente che tutto l’universo era Amore… E la vita cantava il ritornello dell’amore…Il desiderio batteva alle porte del cuore”. Ma si tratta di una “breve illusione”, perché riappare Mephisto per ricordarle che non ha riaspettato il patto sottoscritto. Allora, in preda a un delirio passionale, Alba “si velò sacerdotessa dell’amore e della morte e, quando la sua bellezza e giovinezza sono definitivamente svanite, “lasciò che il vento cantasse nei suoi cento veli una rapsodia di nozze” per abbandonarsi alla morte stroncata dal dolore.

Il film è una rivisitazione al femminile dell’antico mito di Faust e del più recente e decadente mito di eterna giovinezza narrato nel capolavoro di Oscar Wilde Il ritratto di Dorian Gray. A queste componenti letterarie si aggiungono le suggestioni del dannunzianesimo, del crepuscolarismo, delle raffinate ed estetizzanti correnti pittoriche, architettoniche e scenografiche legate al simbolismo, all’arte preraffaellita, al liberty e all’art nouveau.

Rapsodia satanica è tuttavia un film che vive di luce propria grazie alla sensibilità degli autori e alla maestria compositiva della regia come sostiene la casa produttrice: “Nomi altamente significativi si sono stretti intorno al titolo di quest’opera come attorno a un segno simbolico levato tra l’arruffio delle consuete produzioni del cinema a rappresentare il desiderio che a questo mezzo efficacissimo di espressione artistica sia data quella dignità e quella novità che finora non ha mai raggiunto”. La produzione ribadisce l’importanza del film anche nella locandina: “Rapsodia satanica. Fantasia poetica, pittorica, drammatica e musicale. Nuovissima creazione in cui si fondono una ideazione geniale di Alfa, un poema di Fausto Maria Martini, un commento musicale scritto appositamente da Pietro Mascagni. Interprete soavissima Lidya Borelli. Messa in scena con raro senso pittorico da Nino Oxilia”.

L’ultimo volo di Alba sacerdotessa d’amore e morte

Gli interpreti del film

Il film, interpretato Andrés Habay (Tristano), Alberto Nepoti (Sergio) e Ugo Bazzini (Mephisto), si avvale della straordinaria performancedi Lyda Borelli, super diva del tempo e oggetto di culto, la quale è in grado di materializzare con il corpo e con lo sguardo ogni controverso aspetto del suo personaggio, passando da un esibito erotismo a una avvolgente sensualità, dal delirio della follia a un cupo sentimento di morte. L’attrice entra perfettamente nel personaggio della femme fatale, già interpretato nel film Ma l’amor mio non muore, per apparire una donna dominante, distruttiva e dispensatrice di morte come le eroine del teatro dannunziano, pronta a scendere a patti con il Demonio, decisa a morire senza cercare redenzione. Grazie a lei, Alba sa trasformarsi in un’eterea farfalla o una casta Beata Beatrix alla Dante Gabriele Rossetti, ma sa anche diventare una seduttrice sacerdotessa dell’Eros che celebra i riti del sesso, oppure una delle “Salomè” di Gustave Moreau, Aubrey Beardsley e Gustav Klimt. A proposito della Borelli, Antonio Gramsci ha scritto: “Questa donna è un pezzo di umanità preistorica. Si dice di ammirarla per la sua arte. Non è vero. Nessuno sa spiegare l’arte della Borelli perché essa non esiste. La Borelli non sa interpretare nessuna creatura diversa da se stessa […] La Borelli è l’artista per eccellenza della film in cui la lingua è il corpo umano nella sua plasticità sempre rinnovantesi” (Letteratura e vita nazionale, Editori Riuniti, 1977, pp. 336-37).

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