Parma: una “Carmen” tra luci ed ombre


Pietro Medioli (fonte: Melò Mail)

21 Feb 2003 - Commenti classica

E' difficile scrivere in modo esauriente della “Carmen” in scena in questi giorni a Parma. Cerchiamo almeno di farlo, nella maniera sintetica che ci impone lo spazio, partendo dalla direzione musicale di Julian Reynolds: una direzione molto regolare che tende quasi sempre a rendere il tutto omogeneo, senza dar fiato a quei momenti di grande leggerezza, o al contrario di cupa drammaticita', ben presenti nella partitura di Bizet. Dal palcoscenico poi, talvolta troppo distante dall'orchestra, emergevano notevoli differenze interpretative dei protagonisti. Mentre Luciana D'Intino calcava la voce sulle corde drammatiche, quasi dando una connotazione veristicamente statuaria del personaggio Carmen, Wiliam Joyner disegnava un Don Jose' corretto ma talvolta quasi “assente”. Forse, a parte una resa tutto sommato buona dell'arduo ruolo di Micaela da parte di Patrizia Orciani, e' stato Michele Pertusi ha delineare al meglio il suo personaggi o: un Escamillo ben diff erenziato.
E veniamo all'allestimento di questa edizione parmigiana di “Carmen”. Esistono due modi, semplificando il discorso, di mettere in scena un'opera: “inventare” seguendo il principio che il sipario si apre sempre su qualcosa di nuovo (e non di gia' visto), oppure “costruire”, partendo dal presupposto di “ri-vedere” un'opera cosi' come la immaginiamo (o la vogliamo vedere). Mario Corradi ha scelto la seconda strada, forse meno faticosa ma non per questo piu' facile. Ebbene, il risultato di questa impostazione convenzional-realistica e' stato, a nostro parere, modesto. Raccontare le storia significa risolvere scenicamente i nodi drammaturgici e quest'opera offre molte più soluzioni di quelle offerte al pubblico di Parma.

(Pietro Medioli (fonte: Melò Mail))


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