Parigi, all’Opéra Comique la deliziosa favola di “Zémire e Azor”, la Bella e la Bestia


di Alma Torretta

6 Lug 2023 - Commenti classica

Raffinata e nuova produzione, all’Opéra Comique di Parigi, di “Zémire e Azor” (la Bella e la Bestia) per la regia di Michel Fau. Tutti all’altezza gli interpreti e la parte musicale.

(Foto di Stefan Brion)

Zémire è la bella, Azor invece la bestia. Tutti conosciamo la storia, grazie ad un famosissimo film d’animazione, della ragazza che arriva ad amare un essere dall’aspetto mostruoso, ma dall’animo in fondo gentile, e con il suo amore lo fa tornare ad essere quel bel principe che era prima dell’incantesimo di una fata. Si tratta di una favola molto antica e le versioni più popolari e famose sono quelle francesi, in particolare quella scritta nel Settecento da Madame Jeanne-Marie Leprince de Beaumont. Dal racconto di quest’ultima, nel 1771, fu tratto un lavoro lirico su libretto di Jean-François Marmontel, con la musica composta da André Ernest Modeste Grétry – belga di Liegi poi naturalizzato francese, famoso soprattutto per le sue opéras-comiques che alternano recitativi parlati e arie cantante – e con le coreografie di Gaëtan Vestris, di origini italiane. Poiché all’epoca era molto di moda l’Oriente, si scelse un’ambientazione esotica ed ecco spiegati i nomi da Mille e una Notte dei protagonisti, Zémire e Azor. Il lavoro fu presentato la prima volta a Fontainebleau, davanti alla corte riunita per la caccia, e poi alla Comédie-Italienne a Parigi, ed il successo di pubblico fu tanto grande da durare sino a tutto l’Ottocento. Favore che si spiega anche perché sia il librettista che il compositore ne avevano voluto fare un lavoro di pregio, assai elegante e raffinato, con i recitativi parlati pure in rima e con l’orchestrazione e le parti cantate che crescono in complessità con delle belle arie difficili.

Quest’anno l’Opéra Comique lo ha voluto riproporre in chiusura di stagione, con una nuova produzione per la regia di Michel Fau che ne ha saputo fare rivivere lo spirito di favola settecentesca, merito anche delle scene quasi infantili e fuori dal tempo e da uno spazio ben identificato di Hubert Barrère e Citronelle Dufay, con le luci di Joël Fabing, e dei bei costumi di Hubert Barrère, con il contributo della Maison Lesage per i ricami del meraviglioso vestito di delicato rosa e azzurro di Zémire al castello.

L’allestimento non ricorre ad effetti speciali moderni, e non se ne sente la mancanza, anche se i trasporti su nuvola forse si potevano risolvere meglio, e funziona di presentare il famoso specchio magico come un teatrino nel teatro. Ma Azor non è stato immaginato solo come un animale orribile, ha qualcosa dei moderni mostri, da Alien a Edward Mani di Forbice. Insomma, si assiste ad un bel mix di antico e moderno, soprattutto nei costumi.

Gli interpreti sono tutti all’altezza: Zémire è il soprano leggero di coloratura Julie Roset che unisce dolcezza di canto e sicurezza nelle agilità e che si fa particolarmente applaudire nella famosa e deliziosa aria dell’uccellino, “La Fauvette”. Azor è poi il bravo tenore Philippe Talbot dal bel timbro affascinante, con grande personalità, come ci vuole per fare innamorare malgrado l’aspetto repellente, bravo sia ad essere inizialmente il cattivo burbero che poi il dolcissimo innamorato disperato. Il padre della ragazza, il mercante Sander, è interpretato dal baritono Marc Mauillon mentre il servo Ali è il giovane tenore Sahy Ratia Lisbé anche un po’ acrobata, che si diverte infatti con molte capriole in scena. Ironiche, poi le due sorelle solo dalla bontà di facciata, interpretate da Margot Genet e Séraphine Cotrez, e soprattutto divertentissimo l’attore Michel Fau come fata nera che arriva appesa dall’alto. E meritano una citazione anche i due danzatori, Alexandre Lacoste e Antoine Lafon, che interpretano due geni neri striscianti brutti come la bestia. La parte musicale è stata ben assicurata dall’orchestre Les Ambassadeurs – La Grande Écurie, sin dall’inizio punteggiata da divertenti colpi di tuono. Noi abbiamo assistito alla direzione precisa e assai vivace del giovane Théotime Langlois de Swarte che ha preso il posto, per l’ultima rappresentazione, del maestro Louis Langrée. Alla fine, e non solo, tanti sorrisi in sala e applausi per tutti.

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